Presentazione volume “Cronache di un cambiamento”

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Vi invitiamo alla presentazione del volume di Luigi Gravagnuolo, nostro amico e contributor.
Come potete vedere la rappresentatività e l’autorevolezza dei relatori garantisce un dibattito di sicuro interesse. Sarà insomma una prima occasione – dopo la Brexit, l’elezione di Trump ed il Referendum costituzionale in Italia – per un confronto senza steccati sulle prospettive sociali e politiche dell’Occidente a medio termine.
Spero che non vogliate rinunciare all’opportunità di questo approfondimento. 

La schiena dritta della sinistra

di Luigi Gravagnuolo

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Stavo lì lì per dichiararmi renziano dell’ultima ora, che ho dovuto subito ricredermi. Per ora.
Intanto tra quelli della prima ora io c’ero. Il 5 novembre del 2010 stavo alla Leopolda per “Prossima fermata Italia”, la kermesse organizzata dai rottamatori Matteo Renzi e Pippo Civati. Il sette, due giorni dopo, rientrando da Firenze, mi chiedevo se avevo assistito al funerale del P.D. o al suo battesimo; senza peraltro riuscire in quel tempo a darmi una risposta. Poi, in pochi anni, gli avvenimenti hanno portato Renzi prima alla guida del P.D., poi a quella del Paese. E, manco a dirlo, alle prime scelte di governo, immancabile è arrivata la rottura con la sinistra, a cominciare da quel Pippo Civati, che insieme a lui, alla Leopolda, voleva rottamare il mondo.
Quello di Renzi è stato un buon governo, un governo “del fare”, come suole dirsi. In mille giorni ha adottato una notevole mole di riforme, dall’introduzione dei nuovi reati ambientali alle misure anti corruzione, al piano per la banda larga, alle unioni civili, alla legge del dopo di noi ed a quella sull’autismo, agli interventi per musei, parchi, teatri, etc, con il conseguente rilancio degli scavi di Pompei e della Reggia di Caserta, tra gli altri. Anche l’economia del Paese, sia pure a piccoli passi, si è ripresa durante il suo governo. Sul lavoro sono oltre venti i provvedimenti normativi adottati, non solo il jobs act.
E poi, all’atto dell’assunzione dell’incarico, il Presidente incaricato aveva avuto mandato dal Quirinale e dal Parlamento a riformare la legge elettorale e la Costituzione, ottemperando poi e portando a termine entrambe. Ma soprattutto, Renzi ha avuto un’idea del futuro dell’Italia e del suo ruolo in Europa; ha avuto insomma un progetto.
È finita come si sa, con l’avventura plebiscitaria di un referendum non obbligatorio per legge, ricercata allo scopo di ottenere una legittimazione popolare e che si è rivelata un suicidio politico. Ciò però non inficia il giudizio d’insieme su uno dei governi più fecondi della nostra storia repubblicana.
Quando infine avevo visto in tv, la sera stessa dello spoglio delle schede, il suo dignitoso commiato dalla funzione di capo del governo e più ancora quando ne avevo letto le dichiarazioni in cui asseriva che avrebbe lasciato da “semplice cittadino”, lasciando così pensare ad un suo radicale passo indietro, mi ero convinto che davvero Renzi fosse un politico di altra razza, rispetto ai soliti, tanto incollati alle poltrone quanto inefficienti. Invece sono passate poche ore che il buon Matteo pare averci ripensato.
Passi per il governo Gentiloni, evidentemente un governo di scopo, finalizzato ad approvare in tempi rapidi la nuova legge elettorale e ad andare alle urne; eppure marchianamente fotocopia del suo, tanto da rendere plausibile il sospetto di una malinconica messa in scena. Ma perché aprire subito il conflitto congressuale dentro il P.D.? Cercare la resa dei conti immediata con la sinistra P.D. è un’altra avventura, che, quand’anche risultasse vincente, alimenterà nuovi veleni e lacerazioni, senza risolvere alcunché.
Già, la sinistra P.D. e, più in generale, la sinistra italiana. Ma dove va? È pro-globalizzazione, per il multiculturalismo, per l’accoglienza, per una convinta integrazione nell’eurozona, per una più equa distribuzione delle risorse su scala planetaria e difende la Politica con la P maiuscola, quella dei partiti; ma si rifiuta di governare con la destra che ha maturato analoghe convinzioni. Né la sinistra ha la benché minima chance di governare con i no-global, quelli dei muri per i migranti, dei No-euro, No-Tav e no-tutto, quelli dell’antipolitica; per non dire degli xenofobi lepenisti e trumpisti. Resta così, in un aureo – e spocchioso – isolamento. Più terra terra: sembra accontentarsi di una legge elettorale e di equilibri interni al P.D. che mettano i suoi dirigenti nelle condizioni di lucrare qualche seggiola in parlamento in più di quante non sarebbero loro toccate con Renzi egemone.
Ha un futuro in Italia ed in Europa questa sinistra? A sentir parlare i suoi dirigenti sembrerebbe di sì. Sono ad esempio convinti che, negli U.S.A., se a correre fosse stato il vecchio Sanders, con le sue rievocazioni tardo socialiste, avrebbe vinto lui, altro che la Clinton! La mia impressione è opposta, con Sanders ci sarebbe stata una nuova edizione della occhettiana “macchina da guerra”, tanto goiosa quanto rovinosa. Naturalmente non c’è, né mai ci sarà la controprova; ma per la sinistra, bene che vada, lo spazio sarà quello che essa si prepara ad avere in Francia alle prossime elezioni, e che già ha in Spagna ed in Germania: sostenere nei ballottaggi e nei parlamenti occidentali la destra moderata al governo, in funzione anti destra estrema. Beninteso, con le proprie bandiere sventolanti e con la mitica schiena dritta! Hai detto niente!

Istituto Bruno Leoni: Indice delle liberalizzazioni 2016

Nel 2016 il grado di liberalizzazione dell’economia italiana è pari a 70 punti su 100, lo stesso punteggio ottenuto dalla Germania. I Paesi più liberalizzati dell’Unione europea sono la Gran Bretagna (94 punti), la Spagna (80) e i Paesi Bassi (79). La classifica dei 28 Stati membri dell’Ue è chiusa da Grecia (54 punti), Cipro (54) e Croazia (55). Sono questi i risultati dell’Indice delle liberalizzazioni 2016, il rapporto annuale dell’Istituto Bruno Leoni sul grado di apertura di dieci settori dell’economia nell’Unione europea.

L’Indice delle liberalizzazioni, giunto alla sua decima edizione, prende in considerazione dieci settori dell’economia: distribuzione dei carburanti per autotrazione, mercato del gas, mercato del lavoro, mercato elettrico, servizi postali, telecomunicazioni, servizi audiovisivi, trasporti aerei, trasporti ferroviari e assicurazioni. Per ciascun settore, attraverso una griglia di indicatori e sottoindicatori, viene valutato il livello di liberalizzazione in ciascuna delle 28 economie europee. Al Paese più liberalizzato, in ogni ambito, viene assegnato convenzionalmente un punteggio pari a 100: di conseguenza il punteggio attribuito agli altri Paesi può essere interpretato come distanza dalla frontiera. Inoltre viene determinato un Indice di liberalizzazione dell’intera economia, per ogni Paese, come media tra i punteggi ottenuti nei singoli settori.

L’Italia, con un punteggio pari a 70, si colloca alla sesta posizione nella classifica dell’Istituto, in crescita rispetto all’anno precedente sia nello score (+3 punti) sia nel ranking (dalla dodicesima alla sesta posizione). Questo miglioramento di posizione deriva principalmente dal fatto che diversi Paesi hanno punteggi analoghi, e quindi scostamenti anche piccoli – in meglio o in peggio – possono determinare sensibili avanzamenti (o arretramenti) in classifica. Nel dettaglio, l’Italia ottiene buoni risultati nelle telecomunicazioni (94 punti su 100) e nel mercato elettrico (84 punti), mentre ha una valutazione ancora complessivamente negativa per quanto riguarda i carburanti (44 punti) e il trasporto ferroviario (52 punti).

Dice Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’IBL: «I mercati sono più aperti perché si sono consolidate posizioni concorrenziali che in passato dovevano ancora emergere. È più un effetto economico che regolatorio. In Italia le variazioni più significative sono sui servizi a rete, come il gas. Dopo anni di rodaggio il mercato è diventato più maturo, anche dal punto di vista dei consumatori».

Quest’anno, l’Indice contiene un saggio introduttivo di Paul Ormerod sul rapporto tra corruzione e crescita economica. L’idea di fondo è che la pervasività dello Stato tende a incentivare i comportamenti corruttivi, e questi agiscono come freno alla crescita economica, specialmente durante le fasi di crisi. Scrive nell’introduzione al volume Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice: «Le politiche di liberalizzazione possono rappresentare un importante driver di lotta alla corruzione. La liberalizzazione implica una rinuncia dei pubblici poteri a regolamentare un certo ambito, se non in termini generali e astratti, e soprattutto a intervenire direttamente nell’economia, attraverso aziende controllate dallo Stato oppure attraverso scelte più o meno discrezionali su chi debbano essere ‘vincitori e perdenti’ del confronto competitivo».

L’Indice delle liberalizzazioni 2016 è gratuitamente disponibile qui in formato PDF, EPUB e MOBI (Kindle).

Ricchezza e democrazia

di Angelo Giubileo

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Qualunque sia la situazione, le città sono due, tra loro nemiche;la città dei poveri e quella dei ricchi (Platone, La Repubblica, IV).

Prima o poi ci toccherà di nuovo scontrarci con la realtà, e stavolta nessuno potrà dire di rimanere sorpreso. Così come ancora è sembrato, per molti, all’esito del referendum costituzionale. Infatti, non potrà risultare una sorpresa il cambio di sistema, che sarà imposto probabilmente entro fine anno, del rialzo, ma sarebbe meglio dire della ripresa, dei tassi d’interesse da parte della Fed (la Banca centrale USA).

A rimedio delle fibrillazioni dei mercati che ne seguiranno in Europa, il Governatore della Bce (la Banca centrale europea), Mario Draghi ha già annunciato che il piano di finanziamento alle banche del quantitative easing (QE) proseguirà per tutto il 2017 “e oltre se necessario”; aggiungendo tuttavia e alla stregua di quanto dovrebbe risuonare come un monito alla politica, che da aprile la liquidità mensile resa disponibile per gli acquisti sarà tuttavia ridotta dagli odierni 80 a successivi 60 miliardi.

Nel 2017, ci saranno elezioni politiche in Francia, Germania, Olanda e forse Italia. In quest’ultimo caso, dipenderà molto anche dallo sbocco della crisi politica in atto. In Europa, tra i paesi citati, l’Italia sta messo peggio di tutti, e comunque senz’altro peggio di ieri, peggio cioè di un passato almeno decennale.

Per necessità, e non per strategia più o meno condivisibile, occorrerebbe almeno una presa d’atto, tardiva, ma comunque uno sforzo d’intesa collegiale, dopo che il popolo italiano si è sottratto al ricatto delle forze politiche di scaricare il peso della crisi su un sistema di democrazia giudicato ripetutamente ingovernabile. E invece, com’è stato ancora una volta evidente e nel corso di quest’ultimo ventennio, la crisi è crisi della politica; ovvero di scelte e atti non risolutivi dei gravi problemi esistenti.

Con la ripresa dei tassi USA, il sistema imporrà a tutti la ripresa di ogni sforzo produttivo; e non tanto per il sostegno dei consumi, quanto piuttosto per una ripresa, di cui già più volte si è detto ma alla maniera di una semplice litania, degli investimenti produttivi. Sarà l’inizio, stavolta definitivo, dell’uscita dalla crisi e una sorta d’instradamento verso la normalità del sistema capitalistico tradizionale.

Nel mentre, in Italia, i nostri politici continueranno incessantemente, come al solito, la loro campagna elettorale; incuranti dei problemi, divenuti ormai anch’essi soliti: debito pubblico, riforme del sistema, immigrazione e soprattutto, dato che nel nostro paese non siamo capaci di gestirla in proprio, riforma e rafforzamento della sovranità in Europa.

Un gioco a tre

di Luigi Gravagnuolo

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Sarebbe stata una buona riforma della Costituzione. Non ottima, né definitiva, ma buona sì. Ed invece, resteremo, chissà per quanto ancora, con 950 parlamentari che, divisi in due Camere, fanno le stesse cose, con un ente fantasma quale il CNEL, con un quorum altissimo per rendere efficace l’esito di un referendum abrogativo, senza tutele costituzionali per le pari opportunità, con competenze ibride e confuse tra Stato e Regioni. Per non dire delle Province, organi costituzionali non abrogabili, ma svuotate dalla legge Delrio e senza soldi! Lo dobbiamo a chi ha avuto l’infelice idea di chiamare il popolo al referendum. Qualcuno disapproverà la mia aristocratica concezione della democrazia: avrei forse preferito che si fosse varata una riforma della Costituzione contro l’opinione della stragrande maggioranza del popolo italiano?
Il problema non è questo. È che la democrazia plebiscitaria è il contrario della democrazia. È ragionevole chiedere a milioni di persone di pronunziarsi sull’art. 70 o sul 122, o sul 55 o su trenta articoli di riforma contestualmente?
Dal voto referendario c’è da trarre comunque una prima conclusione: in un modo o in un altro la Costituzione andrà riformata, ma bisognerà evitare a tutti i costi nuovi ricorsi a plebiscitarismi. Per fare ciò, c’è solo una maniera, trovare in Parlamento un punto di incontro che metta insieme più dei due terzi dei voti. Sarà più complicato, più lungo, ma da qui non si scappa.
Sul voto di domenica scorsa, tuttavia, il testo della riforma ha inciso poco. È stato un voto politico contro il governo ed il premier. Restiamo perciò nel campo reale su cui si è combattuta questa battaglia, quello della politica. Che succederà ora? Provo a figurarmi qualche scenario, a breve ed a medio termine. Con l’avvertenza che, in politica, io sono presbiope; riesco a vedere meglio da lontano che da vicino. Ne tenga conto il lettore.
Lo sfondo è dato dal vento della rivolta anti-globalizzazione che spira su tutto l’Occidente. Un vento che, nel medio termine, sarà dominante. Potranno esserci singoli eventi che contraddiranno questa tendenza – com’è stato domenica scorsa col voto austriaco – ma, nel medio termine, sia pure tra alti e bassi, in Occidente il populismo è vincente. E veniamo a noi.
Cominciamo da Renzi e dal PD. Il premier ha tenuto fede all’impegno assunto, ha preso atto della sconfitta e si è dimesso. Non poteva e non doveva fare altro. Ora i suoi, nel PD, lo spingono a fare la battaglia congressuale contro le frange che hanno concorso alla disfatta. Spero non si faccia tentare. Meglio uscire di scena dignitosamente, che incarognirsi in una guerra fraticida. A mio avviso, lui farà le scelte consequenziali e se ne starà in posizione defilata al prossimo congresso del PD, in cui ritornerà a galla la classe dirigente pre-renziana, che rispolvererà le verbosità uliviste . Ciò a breve. Nel tempo lungo questo posizionamento porterà il partito a rinsecchirsi, come già stava avvenendo prima della fiammata renziana, o a spaccarsi. Per parte sua Renzi, se vorrà continuare l’impegno, si proporrà come il leader italiano dello schieramento pro-globalizzazione; in stretto collegamento con Obama, a sua volta punto di riferimento mondiale di questa posizione.
La Destra. Tenterà un proprio, improbabile, compattamento in vista delle politiche. Forse ci riuscirà, ma sarà un collante di corto respiro. La tentazione di fare incetta dei voti populisti spingerà la sua maggioranza a rifiutare qualsiasi ipotesi di governo con la sinistra moderata e si troverà mani e piedi prigioniera di Salvini. Così messa, nel breve, forse, riuscirà a difendere la sua rappresentanza parlamentare; a medio termine bisognerà capire come affronterà la concorrenza del M5S, il vero interprete del populismo italiano.
Quest’ultimo deve fare ora passi veloci ed energici per rendersi credibile come forza di governo. I suoi dirigenti lo sanno bene. Per cominciare non hanno perso un minuto a confessare ciò che tutti sapevamo: al di là della propaganda, a loro l’Italicum stava e sta più che bene, tanto che vogliono estenderlo anche al Senato. Con l’Italicum, o con una sua versione ritoccata, arriverebbero al governo in carrozza. Poi, però, dovrebbero governare e la Costituzione vigente, da loro tanto difesa, non li aiuterà a farlo da soli. Avranno perciò bisogno di alleati, cosa che finora hanno escluso. Stanno quindi correggendo la rotta e già sussurrano che, se ci sarà sintonia sul programma di governo, saranno pronti a stringere accordi di scopo con altre forze politiche. Mettiamo che li stringano con Salvini, o con i FdI, chi di loro cannibalizzerà gli altri? Finora, nella storia politica, pesce grande ha sempre mangiato pesce piccolo. Fate voi.

Il Sud anarchico

di Angelo Giubileo

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Cosa si dirà del voto al sud? Cosa si dirà, posto che, prima di ogni tornata elettorale, si guarda al voto del sud come decisivo per le sorti dell’elezione, quale che sia?

Strano destino, qualcuno potrebbe dire. E invece proprio no, il destino non è mai anomalo. Anzi, è esattamente l’opposto. Il “de-stino” è infatti ciò che, soltanto, appartiene alla “cosa” medesima. E quindi, il destino “unitario” del Sud ben rappresenta il fallimento ultrasecolare della politica nel nostro paese. Un divario, tra il nord e il sud del paese, che non è mai colmo. Un accadimento che, nell’ordine della democrazia rappresentativa di stampo classico-liberale, dovrebbe determinare l’attribuzione della maggiore responsabilità piuttosto alla classe dirigente, all’élite politica, sociale ed economica sia del paese che delle autonomie locali e territoriali di riferimento.

E tuttavia, rispetto a un passato ancora recente, l’elemento della territorialità finisce ora per giocare un ruolo sempre più marginale e quindi la comunità locale, ogni comunità locale dimostra di potere, volere e sapere crescere anche oltre i confini territoriali di appartenenza nei quali la più antica e vecchia politica vorrebbe mantenerla mediante usuali e abusate manovre costrittive. Salvo poi accorgersi, a conti fatti, che quelli che erano i troppi, tanti “cafoni” sono divenuti “cittadini”. E ciò, grazie soprattutto all’aiuto e al merito degli altri e dell’altro, di tutti coloro e di tutto quanto non appartiene, in esclusiva, al mondo, da loro ristretto, dei politici e della politica. Noi e loro; e allora, diranno che siamo i soliti anarchici.

A queste elezioni, nel sud ha partecipato il 68,73% degli aventi diritto al voto. Nell’intero paese, il 68,48 per cento. Nel sud, ha votato NO il 59,49%. In Italia, il 59,95 per cento. E dunque, metaforicamente: il sud, specchio del paese. E tuttavia, affermarlo, sarebbe un altro sbaglio. Infatti, si sa, ogni specchio riflette l’immagine di colui che, ponendovisi di fronte, la vede al contrario. Ma stavolta, almeno stavolta, si sbaglierebbe. L’immagine, e quindi la realtà del paese è esattamente la stessa.

Protagonista suo malgrado di queste elezioni, il sindaco di Agropoli ne ha commentato l’esito, facendo sapere a Renzi e De Luca – scrive oggi Demarco sul Corriere della sera – “che se lo avessero fatto parlare avrebbe riferito di un Sud diverso da quello immaginato. Vale a dire?”. Risponde Alfieri: “Ci siamo rivolti a chi sorride, non a chi soffre. E avevamo di fronte le classi dirigenti, non i disoccupati”.

A conti fatti, ha avuto senz’altro ragione.

Ricominciamo dal voto

di Angelo Giubileo 


In Italia, la politica è diventata un semplice “pretesto”.

Secondo il dizionario, pretesto è un motivo addotto palesemente a spiegazione del proprio comportamento o del proprio operato, allo scopo di mascherarne i veri motivi. Con il voto di domenica prossima, questo pretesto, dopo essere stato assunto per decisione politica, sarà definitivamente sussunto dall’intero corpo elettorale del paese. E quindi, occorre soltanto sperare che all’indomani del 5 dicembre si dia un nuovo inizio.

 

Infatti, venti e più anni non sono affatto serviti alla politica e ai politici nostrani per sostenere prima il peso dell’ingresso del paese in Europa e poi, a causa della crescita del debito pubblico e dei deficit annuali, l’uscita dalla crisi. La situazione economica, già seria, è destinata senza rimedio comunque ad aggravarsi a seguito del rialzo dei tassi dell’economia USA, e quindi mondiale; e pertanto temporeggiare non servirà più a nulla.
La crisi dapprima economica, e poi anche politica e istituzionale – per volontà degli addetti ai lavori – ha finito ora per investire anche il corpo elettorale della nazione e l’effetto è stato quello di dimostrare come sia esso stesso diviso. Così che, più che crisi economica politica e istituzionale nel paese, a giudizio di lor signori addetti ai lavori, la crisi sarebbe piuttosto crisi di democrazia.
La democrazia, è un tema sul quale più volte ci siamo intrattenuti. E in questi anni si è fatto un gran parlare di democrazia, attraverso modelli e forme storicamente possibili di democrazia “diretta”, “rappresentativa” e perfino “autoritaria”.
L’esperienza comune dovrebbe piuttosto insegnarci che la di democrazia diretta è “un’utopia”, ed è quello che Erich Fromm diceva del socialismo: il socialismo o è utopia o non è. La stessa esperienza, giudica nel complesso negativa ogni forma di autoritarismo, se s’intende appunto con questo termine la tendenza a imporre con intransigente fermezza la propria volontà o la propria autorità nei rapporti umani o gerarchici. In definitiva, la storia insegna comunemente che la democrazia o è rappresentativa o non è.

 

Lo schema è dunque semplice: il corpo elettorale elegge i propri rappresentanti e, in base al rapporto fiduciario sancito con l’elezione, i rappresentanti eletti provvedono al governo della cosa pubblica. Al di fuori di questo schema, così riassunto in via dell’unico possibile “principio” democratico al quale occorrerebbe fare riferimento, il sistema politico di ogni sedicente democrazia è e rappresenta – più o meno – soltanto un pretesto.

Un’autentica pazzia

di Luigi Gravagnuolo

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<<Quella del Referendum è diventata una sfida aberrante!>>. Sono le parole del Presidente emerito Giorgio Napolitano, che da decenni si batte perché l’Italia si doti di un assetto costituzionale più consono ai tempi. L’aberrazione alla quale si riferisce Re Giorgio è la piega “politica” assunta dal Referendum.
A me, più che un’aberrazione, pare un’autentica pazzia! E tale mi è parsa dal primo momento. Uno smarrimento di senno; di Matteo Renzi in prima persona. Oggi, a meno di dieci giorni dal voto, io ancora non sono riuscito a spiegarmi perché il premier si sia tanto dannato per raccogliere 500mila firme a supporto della richiesta di referendum confermativo della Riforma della Costituzione deliberata dal Parlamento e poi a consegnarle alla Cassazione lo scorso 15 luglio. Lo avrei capito se lui fosse stato uno dei leader dell’opposizione, o magari il segretario di un partito ostile ai contenuti della riforma. In questo caso ci poteva anche stare la richiesta del referendum, nella speranza di sovvertire il deliberato parlamentare. Ma, santiddio, tu sei il premier che ha voluto la riforma, il leader del partito che più di altri l’ha sostenuta, per quale diavolo di motivo ti metti a sfruculiare i sentimenti eversivi del Paese? E poi, lo fai dopo che le elezioni amministrative di giugno già ti hanno avvertito che non tira una bell’aria per te e per il tuo governo!
Quello che sto scrivendo ora, l’ho detto e ribadito molte volte nei mesi e nei giorni scorsi, in pubblico ed in privato. Non lo dico oggi che la vittoria del NO sembra un evento scontato. Un risultato, in verità, per nulla scontato. È vero che tutti i sondaggi danno il NO per vincente, ma è anche vero che la credibilità dei sondaggisti è da tempo sotto zero. La mia impressione è che le previsioni elettorali, contrariamente al passato, finiscano per indurre un voto opposto a quello annunciato. Cerco di spiegarmi: i sondaggisti dicono che alle elezioni vincerà Tizio? Ed allora i sostenitori di Tizio si sentono appagati, convinti che abbia vinto già, e sottovalutano la necessità di andare a votare o quanto meno di impegnarsi. Una parte degli indecisi, viceversa, quelli ai quali farebbe piacere dare un segnale di insoddisfazione a Tizio, ma non giocherebbero con la stabilità delle istituzioni se temessero sul serio per esse, si sentono liberi di poter “dare il segnale” senza gravi conseguenze, e vanno a votare per Caio. Questo è valso per il referendum inglese di giugno sulla Brexit, ma anche per il voto in U.S.A. per Trump o Clinton, ed in genere vale per ogni votazione. I sondaggi, dunque, non solo “non ci azzeccano”, ma condizionano il voto in senso opposto alla proprie previsioni. Ciò al contrario di quanto accadeva fino ad un decennio fa, quando le previsioni a favore di una scelta, ne favorivano la vittoria, solleticando l’opportunismo di quelli che sono sempre pronti a saltare sul carro dei vincitori. In breve, non si può escludere una sorprendente vittoria del SÌ il prossimo 4 dicembre.
Se dunque esprimo dissenso per la scelta di Renzi e del P.D. di chiedere il referendum sulla riforma – vale la pena di ricordare che i sostenitori del NO non erano riusciti a raccogliere il numero di firme necessarie per esso – non è perché ora, alla vigilia di una presumibile sconfitta del SÌ, io debba fare il professorino e stigmatizzare le scelte politiche di chi ci governa e che, comunque, con coraggio, ha messo in gioco la sua leadership. La mia contrarietà a tale scelta è di merito: ma si può mettere una materia così delicata e un testo così complesso nelle mani di milioni di persone, la cui stragrande maggioranza non ha magari neanche mai letto un solo articolo della Costituzione, di quella attuale e meno che mai di quella riformanda? Possono decidere sul futuro della nostra democrazia allo stesso titolo la mitica casalinga di Voghera ed il presidente Mattarella? È appena il caso di ricordare che il loro voto pesa allo stesso modo: un voto vale quello della casalinga di Voghera, un voto quello del Presidente della Repubblica.
Nei mesi scorsi sono andato un po’ in giro per iniziative sul referendum, e lo sto ancora facendo; in alcune come ascoltatore, in altre come relatore. L’impressione che ne ho ricavato è di una grande disinformazione, sia tra quelli del SÌ che tra quelli del NO. Magari quest’ultimi sono più agguerriti e motivati, ma altrettanto disinformati. Ed una gran parte dei cittadini ne è consapevole, tanto da dichiararsi addirittura infastidita dal doversi pronunziare su una materia sulla quale si sente impreparata.
Per me, dunque, la scelta di Renzi di raccogliere le firme e di chiedere il referendum resta incomprensibile. Né mi consola sentirmi con la “coscienza a posto”, non avendo io né sottoscritto, né raccolto le firme per chiedere il referendum.

Attualità del Nazional Socialismo

di Luigi Gravagnuolo

Berlin, NS-Kundgebung im Lustgarten

Fermi tutti, non chiamate gli infermieri, non sono impazzito! Quella che segue non è una nota pro neonazismo. È piuttosto l’avvertimento di un pericolo. Sì, il nazional-socialismo è tornato prepotentemente di attualità. E non mi riferisco solo, né tanto all’elezione di Donald Trump a presidente degli U.S.A. con la successiva e conseguente nomina del suprematista bianco Steve Bannon a consigliere della Casa Bianca; piuttosto agli umori populisti che da anni, ed in misura crescente, serpeggiano in Occidente.
In tanti considerano il populismo come l’espressione della “paura” del mondo occidentale di fronte alla globalizzazione; insomma come l’estrinsecazione, sul terreno politico, di un sentimento collocabile nella sfera della psicologia collettiva, non in quella della ragione. Non concordo con tale analisi.
Certo, la dimensione di allarme psicologico collettivo a causa dell’invasione dei “nuovi barbari”, i migranti, in concomitanza con la crisi economica c’è, eccome! Ma ci sono anche una riflessione ed un convincimento collettivi; magari ancora non del tutto consapevoli, ma pur sempre afferenti alla ragione, o meglio al calcolo dei propri interessi.
Il nostro benessere, la nostra democrazia, il welfare, la pace di cui i nostri Paesi hanno goduto da settanta anni a questa parte sono stati resi possibili, in buona parte, dallo sfruttamento intensivo del resto del mondo da parte delle nazioni dell’Occidente. Uno sfruttamento così intenso, che ha determinato miseria, fame, malattie, e guerre fuori dall’Occidente. Ora, il “resto del mondo” non ci sta più a subire senza reagire. La spinta ad una distribuzione più equa delle risorse del pianeta si è fatta negli ultimi decenni incontenibile; vuoi arrivando in massa nell’Occidente, in milioni e milioni di persone, che vi si sono insediate ed alla fine hanno cominciato a partecipare del suo benessere, spartendoselo con chi c’era prima e ne godeva in monopolio; vuoi con la crescita autoctona dei paesi emergenti, o già ampliamente emersi. Fatto sta che l’Occidente non è più la sola area della Terra ad accaparrarsene le risorse. Risorse che peraltro stanno diventando anno dopo anno sempre minori, a causa del loro saccheggio, operato dall’umanità tutta.
Ora, di fronte alla minaccia reale dell’oggi, quello di diventare più povero, l’Occidente comincia a reagire, pensando a difendere il proprio status con il coltello tra i denti. È una considerazione razionale, se ci si pensa bene. C’è una riflessione alla base: le risorse sono poche, se le si divide in modo più equo che nel passato, noi diventiamo più poveri, ergo: difendiamo il nostro e contrastiamo con tutti i mezzi chi vuole prendersene una parte a nostro discapito.
In questo disegno – velleitario oltre ogni misura – coloro che spingono di più sono le classi medie e popolari, che stanno avvertendo per prime i dolorosi morsi dell’impoverimento. Il “popolo” dell’Occidente è sul piede di guerra, insofferente verso chi cerca di gestire in maniera pacifica i problemi della globalizzazione. Il “popolo” vuole erigere muri che impediscano alla storia di fare il suo corso.
E cosa fu il nazional-socialismo se non questo? Esso non fu un regime oppressivo verso le classi lavoratrici della propria nazione – o razza – ma fu aggressivo verso altre nazionalità e nazioni, che detenevano parte delle ricchezze allora disponibili. Il nazismo voleva prendersele tutte per la razza ariana, specie se germanofona, ed a questa garantiva protezioni sociali e benessere avanzatissimi per l’epoca. È appena il caso di chiarire che il riferimento è all’organizzazione del welfare della Germania nazista, non certo al suo ordinamento politico-istituzionale. Il nazismo fu insieme nazionalismo aggressivo, all’esterno, e socialismo, all’interno: appunto, nazional-socialismo.
Si spiega anche così il consenso pressoché totalitario del popolo tedesco verso quel regime. Ci fu però un problemino, mica da poco: per accaparrarsi le ricchezze allora disponibili e toglierle agli altri, il nazismo scatenò la più terrificante guerra di tutti i tempi e mise in atto un genocidio senza precedenti della nazionalità da esso ritenuta più agguerrita nella competizione per la spartizione delle ricchezze, quella ebrea.
C’è oggi qualcuno che non vede le analogie con quel tempo? E c’è chi può giurare sull’irripetibilità di quell’esperienza nell’Occidente? Per quanto mi riguarda, la minaccia mi pare reale. E mi fa paura.

Liberi di scegliere la nostra vita. No allo Stato etico e paternalistico

di Antonluca Cuoco su “IlDenaro.it

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Libertà individuale, proprietà privata, libera iniziativa, mercato. Forse potrà apparire strano, certamente è raro, ma esiste una formidabile associazione di studenti in Europa che hanno come alfa e omega queste parole e idee, con lo scopo non solo di studiarle ma anche di spiegarle e diffonderle. European Students For Liberty è la “gamba” europea di Students For Liberty, una associazione di studenti nata nel 2008 negli Stati Uniti d’America, di ispirazione liberale e libertaria, il cui scopo statutario è creare un forum, gestito da studenti, di sostegno a studenti e organizzazioni studentesche impegnate per la libertà nel mondo.

Tutti gli Students For Liberty hanno come missione quella di migliorare la conoscenza dei loro coetanei – e non – rispetto ai vantaggi della libertà e dell’opportuno impegno nella società civile con l’organizzazione di incontri, realizzazione di siti web, pubblicazioni (es. “Peace, Love, & Liberty”), seminari ed ogni forma di comunicazione e condivisione di idee e progetti anche didattici e di formazione liberale.

Allo scopo di coinvolgere le generazioni più giovani in un confronto che possa avvicinarle agli ideali di una società più libera, anche in Italia è nata la rete di Students For Liberty, creando un movimento unificato di studenti italiani, fuori da ogni schema partitico, sensibili al tema della libertà individuale.

In queste settimane, tutti i ragazzi del network Students For liberty, sono impegnati alla diffusione dei loro studi e riflessioni sulle esternalità negative prodotte dalle eccessive regolamentazioni e dalla demagogia salutista. Il tema è quello noto del proibizionismo ed il proibizionismo si rivela essere un approccio filosofico poco efficace, perché ignora la natura dell’essere umano, concorrendo pesantemente a produrre effetti dannosi, in particolare quando detta le scelte di politica dei governi.

Scriveva il poeta inglese William Blake: “In ogni voce e proibizione avverto le manette forgiate dalla mente.”

Luca Bertoletti in Italia e Yaël Ossowski in tutta Europa, sono due dei rappresentanti di Students For Liberty impegnati a portare avanti battaglie ideali, promuovendo incontri tra giovani e favorendo la diffusione di studi e ricerche utili ad innalzare il livello del dibattito pubblico sui temi delle libertà individuali. 

Perché il proibizionismo non è una filosofia giusta che produce effetti sbagliati?

Il proibizionismo non è mai stata una filosofia giusta: è semplicemente una filosofia sbagliata.
Non è proibendo che si istruiscono le persone ad uno stile di vita sano, ma anzi, storicamente si è dimostrato che il proibizionismo aumenta le persone che fanno uso di ciò che è proibito.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità si accinge ad organizzare a New Delhi, la prossima Cop7, la Conferenza delle Parti. Dopo la campagna contro le carni rosse, adesso l’organizzazione delle Nazioni Unite dedica la sua attenzione al tema del fumo. Quali sono i due principali errori in cui sta incorrendo?

Alcune restrizioni imposte dalle istituzioni, come appunto l’OMS, porteranno a veri e propri paradossi nel mondo produttivo: è il caso del tabacco. Se l’OMS approvasse il documento finale al COP7 che prevede modifiche sensibili nella produzione del tabacco come i limiti minimi di nicotina nella foglia del tabacco, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dal prodotto da un punto di vista agronomico tecnicamente irrealizzabile se non tramite l’utilizzo di tabacco OGM, circa i 3/4 delle aziende dovrebbero chiudere per potersi riqualificare. Al di là dei controlli più o meno diffusi sulle tecniche di coltivazione di prodotti OGM, il problema diventa ancora più controverso se si pensa che in molti stati gli OGM sono vietati per legge.

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