Che c’entra Socrate con noi?

di Luigi Gravagnuolo

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Lo scorso 16 dicembre, a Cava de’ Tirreni, ho assistito ad una gustosa messa in scena del “Processo a Socrate”; iniziativa presa dal Circolo G. Filangieri e dall’Associazione Filellenica Italiana. Da membro della “giuria” mi sono fatto tre idee sulle ragioni della sentenza di morte comminata al grande filosofo; non necessariamente alternative l’una all’altra.
Prima, in una Atene in profonda crisi, a causa dei malrovesci nella guerra con Sparta, la gente ne addebitava la colpa alla “casta” dei Trenta Tiranni e dei loro frequentatori; Socrate era considerato uno della casta, quindi era per ciò stesso colpevole.
Seconda, Socrate era un cattivo maestro, come ai tempi della mia gioventù furono considerati i vari Toni Negri, Adriano Sofri e lo stesso Renato Curcio; il filosofo, non si era macchiato in prima persona di alcun reato, meno che mai di alto tradimento, ma i suoi discepoli sì, a cominciare dal suo prediletto Alcibiade, passato armi e bagagli con l’odiata Sparta, dopo essere stato ridimensionato politicamente in Atene; quindi il cattivo maestro, doveva essere condannato.
Terza, Socrate, una sorta di Pannella dei tempi suoi fu irriguardoso verso le leggi e le consuetudini tradizionali, quando non le condivideva, le violava apertamente; un po’ come il nostro Pannella faceva con gli spinelli e non solo; questa attitudine, però, rischiava di produrre emulazione tra i giovani; a Socrate il popolo ateniese chiedeva perciò di pentirsene pubblicamente e di rinunciare ai suoi comportamenti; il suo diniego gli costò la cicuta.
Non so quale fu, tra queste o tra altre, la vera ragione della condanna di Socrate; so però per certo che non fu processato sulla base di norme oggettive del diritto. Lo fu sulla base di una voglia generica di epurazioni, che pareva salvifica al popolo ateniese. Le cose andavano male, quel popolo aveva bisogno di un capro espiatorio. E lo trovò.
Veniamo ai giorni nostri. Già in altre occasioni ho avuto modo di scrivere che i codici etici di questi tempi, elaborati dalla politica dei partiti e/o dalle associazioni, oltre a lasciare il più delle volte il tempo che trovano, sono distanti anni luce dalla civiltà del diritto, di cui sono invece espressione la gran parte delle leggi della Repubblica Italiana.
Tra questi, il codice etico del M5S è fin da una prima lettura aberrante.
Oddio, buona parte di esso è un decalogo interno al MoVimento, del tutto ragionevole ed insindacabile da chi non ne fa parte. La parte che invece trovo indigeribile è quella stessa su cui si sono soffermati tutti i commentatori. È il caso qui, prima di andare avanti col ragionamento, di rivendicare la legittimità del mio intricarmi dei fatti interni dei grillini. Sono infatti convinto che, di qui a poco, saremo governati da loro. E, se sarà il M5S a governarmi, io ho il diritto di mettere il naso nelle sue regole.
Veniamo al punto. Contrariamente alla prassi seguita finora nel M5S, da questo momento in poi un “portavoce”, cioè un politico del MoVimento, se indagato da una Procura, non verrà considerato ipso facto un presunto colpevole e costretto a dimettersi; potrà decidere autonomamente se farlo o no. Fin qui, mi verrebbe da gridare un bell’EVVIVA!. Poi però viene subito precisato che <<il Garante M5S [leggi: Beppe Grillo] , il Collegio dei Probiviri o il Comitato d’appello compiono le loro valutazioni in totale autonomia, nel pieno rispetto del lavoro della magistratura. Il comportamento tenuto dal portavoce può essere considerato grave dal Garante o dal Collegio dei probiviri con possibile ricorso del sanzionato al Comitato d’appello, anche durante la fase di indagine, quando emergono elementi idonei ad accertare una condotta che, a prescindere dall’esito e dagli sviluppi del procedimento penale, sia già lesiva dei valori, dei principi o dell’immagine del MoVimento 5 Stelle. La condotta sanzionabile può anche essere indipendente e autonoma rispetto ai fatti oggetto dell’indagine>>.
Insomma, quod Grillo placuit, legum habet vigorem: se un eletto gli darà fastidio, non ci sarà codice etico che tenga, lui lo caccerà fuori dal Movimento; se gli starà simpatico o se lui riterrà utile mantenerlo dentro il MoVimento, tolleranza e pazienza! Siamo al diritto personalistico, peculiare di ogni tirannia.

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