Nella bufera

di Luigi Gravagnuolo

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2016-2017, tempo di cambiamenti climatici. Se il pianeta si surriscalda, il clima politico dell’Occidente è caratterizzato dalla bufera populista. È così forte questa tempesta, che sta spazzando via non solo le formazioni politiche tradizionali, ma finanche le categorie concettuali di lettura ed interpretazione del mondo. Nell’oscurità e nella polvere sollevate dalla bufera, non si riesce più a distinguere gli elementi della realtà. Quelli che fino a poco fa eravamo abituati a trovare qua, lo ritroviamo altrove, o sono scomparsi; chi era là, magari ci viene a sbattere contro il muso, costringendoci ad abbracciarlo, o a scansarci. Tutto si mescola, tutto si confonde. Ciò che ci pareva un male, ora sembra un bene; e viceversa. Nemmeno si capisce più l’oggetto del contendere.
Nel Regno Unito si chiamano i cittadini a indicare al proprio Parlamento se preferiscono restare nell’Unione Europea o uscirne? E i cittadini votano pro o contro Cameron e tutto l’establishment. In Italia alle elezioni amministrative bisogna scegliere i sindaci delle città? E gli elettori votano pro o contro la casta. Negli U.S.A., poi, diventa presidente federale un miliardario ottuagenario, inviso a tutta la vecchia politica, a cominciare da quella del suo partito; sbaraglia tutto e tutti, facendosi interprete della rivolta della gente semplice contro i politicanti. Tornando in Italia, i cittadini sono chiamati a pronunziarsi su una riforma costituzionale? Ed il voto diventa l’occasione per gridare un sonoro vaffa al governo.
Il merito dei problemi non interessa più a nessuno. Non appena, con l’indizione di un voto quale che sia, si apre uno spiraglio, una piccola fessura, ci si infila la bufera e scompiglia tutto. In questo contesto, c’è poco da fare: o ci si lascia trasportare dal vento della tempesta populista, o si decide di fronteggiarla. Tutto il resto passa in sordina.
Non c’è perciò bisogno di essere profeti per immaginare che le quattro scadenze elettorali più significative del 2017 in Europa – Olanda, Francia, Germania ed Italia; quest’ultima, sia attraverso probabili elezioni politiche, sia attraverso un nuovo, eventuale, referendum, questa volta sul jobs act – saranno anch’esse travolte dalla bufera populista e perderanno i loro rispettivi significati intrinseci, per connotarsi sul tema del rapporto con la globalizzazione. Tema estrinseco, perché deborda dai limiti di ogni politica nazionale, laddove, sulla carta, le elezioni che vi si svolgono, sono bandite per scegliere le politiche di governo dei singoli paesi.
In tale contesto non c’è osservatore che non avverta i gravi rischi per la tenuta dell’Unione Europea. L’eventuale vittoria contestuale del Partito della Libertà di Geert Wilders in Olanda, della Le Pen in Francia e delle formazioni euroscettiche in Germania, con l’aggiunta di una probabile vittoria grilllina in Italia, segnerebbe il punto più basso per la coesione europea dal dopoguerra ad oggi.
A ciò si aggiungono le annunciate manovre congiunte degli U.S.A. di Trump e della Russia di Putin, volte a dividere l’Unione Europea. Per non dire delle ingerenze delle varie bande in guerra nel vicino Oriente, interessate a destabilizzare quell’Europa da cui provengono le principali forze armate a supporto di questo o di quel contendente. Vuoi scommettere che il 2017 europeo sarà funestato dalla campagna elettorale sui generis – leggi: dagli attentati – degli islamisti nei paesi in cui si voterà? E che le varie tornate elettorali saranno condizionate dalle intromissioni degli U.S.A. e della Russia?
Nella bufera, riuscirà l’Europa a mettere in salvo la propria coesione? A mio modestissimo avviso, potrà farlo solo se le classi dirigenti pro-integrazione europea usciranno dalle timidezze burocratiche e dai timori difensivisti per passare al contrattacco. O l’Europa si dà a breve una politica estera indipendente ed orientata a stringere in proprio rapporti di collaborazione con la Russia di Putin e con il mondo arabo, o si dota di una propria difesa comune europea, con relativa costituzione di forze armate federali, o adotta una politica industriale e commerciale più aggressiva che nel recente passato, oppure sarà destinata ad essere spazzata via dalla tempesta.
Di certo continuare a difendere lo status quo mondiale, e quello interno dei singoli stati, con politiche attendiste, rispondendo ai dinamitardi stragisti ed ai vaffa sguaiati dei populisti con rigorismi burocratici e sofismi accademici è un suicidio. Le stragi creano inquietudini ed alimentano paure inconsce, comunque attivano emozioni; i vaffa animano le passioni dei loro seguaci, riempiono le loro vite, danno un senso alle loro esistenze, alimentano la speranza di un mondo nuovo; i sofismi infiacchiscono gli animi, demotivano alla battaglia, producono disaffezione alla vita pubblica. Se si continua così, la battaglia è persa.

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