Un gioco a tre

di Luigi Gravagnuolo

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Sarebbe stata una buona riforma della Costituzione. Non ottima, né definitiva, ma buona sì. Ed invece, resteremo, chissà per quanto ancora, con 950 parlamentari che, divisi in due Camere, fanno le stesse cose, con un ente fantasma quale il CNEL, con un quorum altissimo per rendere efficace l’esito di un referendum abrogativo, senza tutele costituzionali per le pari opportunità, con competenze ibride e confuse tra Stato e Regioni. Per non dire delle Province, organi costituzionali non abrogabili, ma svuotate dalla legge Delrio e senza soldi! Lo dobbiamo a chi ha avuto l’infelice idea di chiamare il popolo al referendum. Qualcuno disapproverà la mia aristocratica concezione della democrazia: avrei forse preferito che si fosse varata una riforma della Costituzione contro l’opinione della stragrande maggioranza del popolo italiano?
Il problema non è questo. È che la democrazia plebiscitaria è il contrario della democrazia. È ragionevole chiedere a milioni di persone di pronunziarsi sull’art. 70 o sul 122, o sul 55 o su trenta articoli di riforma contestualmente?
Dal voto referendario c’è da trarre comunque una prima conclusione: in un modo o in un altro la Costituzione andrà riformata, ma bisognerà evitare a tutti i costi nuovi ricorsi a plebiscitarismi. Per fare ciò, c’è solo una maniera, trovare in Parlamento un punto di incontro che metta insieme più dei due terzi dei voti. Sarà più complicato, più lungo, ma da qui non si scappa.
Sul voto di domenica scorsa, tuttavia, il testo della riforma ha inciso poco. È stato un voto politico contro il governo ed il premier. Restiamo perciò nel campo reale su cui si è combattuta questa battaglia, quello della politica. Che succederà ora? Provo a figurarmi qualche scenario, a breve ed a medio termine. Con l’avvertenza che, in politica, io sono presbiope; riesco a vedere meglio da lontano che da vicino. Ne tenga conto il lettore.
Lo sfondo è dato dal vento della rivolta anti-globalizzazione che spira su tutto l’Occidente. Un vento che, nel medio termine, sarà dominante. Potranno esserci singoli eventi che contraddiranno questa tendenza – com’è stato domenica scorsa col voto austriaco – ma, nel medio termine, sia pure tra alti e bassi, in Occidente il populismo è vincente. E veniamo a noi.
Cominciamo da Renzi e dal PD. Il premier ha tenuto fede all’impegno assunto, ha preso atto della sconfitta e si è dimesso. Non poteva e non doveva fare altro. Ora i suoi, nel PD, lo spingono a fare la battaglia congressuale contro le frange che hanno concorso alla disfatta. Spero non si faccia tentare. Meglio uscire di scena dignitosamente, che incarognirsi in una guerra fraticida. A mio avviso, lui farà le scelte consequenziali e se ne starà in posizione defilata al prossimo congresso del PD, in cui ritornerà a galla la classe dirigente pre-renziana, che rispolvererà le verbosità uliviste . Ciò a breve. Nel tempo lungo questo posizionamento porterà il partito a rinsecchirsi, come già stava avvenendo prima della fiammata renziana, o a spaccarsi. Per parte sua Renzi, se vorrà continuare l’impegno, si proporrà come il leader italiano dello schieramento pro-globalizzazione; in stretto collegamento con Obama, a sua volta punto di riferimento mondiale di questa posizione.
La Destra. Tenterà un proprio, improbabile, compattamento in vista delle politiche. Forse ci riuscirà, ma sarà un collante di corto respiro. La tentazione di fare incetta dei voti populisti spingerà la sua maggioranza a rifiutare qualsiasi ipotesi di governo con la sinistra moderata e si troverà mani e piedi prigioniera di Salvini. Così messa, nel breve, forse, riuscirà a difendere la sua rappresentanza parlamentare; a medio termine bisognerà capire come affronterà la concorrenza del M5S, il vero interprete del populismo italiano.
Quest’ultimo deve fare ora passi veloci ed energici per rendersi credibile come forza di governo. I suoi dirigenti lo sanno bene. Per cominciare non hanno perso un minuto a confessare ciò che tutti sapevamo: al di là della propaganda, a loro l’Italicum stava e sta più che bene, tanto che vogliono estenderlo anche al Senato. Con l’Italicum, o con una sua versione ritoccata, arriverebbero al governo in carrozza. Poi, però, dovrebbero governare e la Costituzione vigente, da loro tanto difesa, non li aiuterà a farlo da soli. Avranno perciò bisogno di alleati, cosa che finora hanno escluso. Stanno quindi correggendo la rotta e già sussurrano che, se ci sarà sintonia sul programma di governo, saranno pronti a stringere accordi di scopo con altre forze politiche. Mettiamo che li stringano con Salvini, o con i FdI, chi di loro cannibalizzerà gli altri? Finora, nella storia politica, pesce grande ha sempre mangiato pesce piccolo. Fate voi.

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