Il secondo ordine mondiale: dalla globalizzazione all’iperglobalizzazione.

di Angelo Giubileo

globalizzazione

L’ultimo libro del più noto politologo statunitense, di origine indiana, Parag Khanna (https://en.wikipedia.org/wiki/Parag_Khanna) è il terzo di una trilogia – il cui primo saggio è stato pubblicato (2008) subito dopo l’insorgenza della Grande Crisi in Europa – dal titolo Connectography. Sottotitolo: Le mappe del futuro ordine mondiale.

Dopo averlo letto, tra i giudizi esposti nella quarta di copertina, questo è quello che mi è sembrato più corrispondente: “La lungimiranza e l’erudizione di Parag Khanna sono impareggiabili: il futuro presidente degli Stati Uniti farà bene a leggere questo libro”. Il giudizio è di Chuck Hagel, ex segretario della Difesa USA. Il saggio è un oceano di dati e già un largo mare di esperienze che il famoso stratega geopolitico ha vissuto sui territori di gran lunga esplorati. Oltre questo breve commento, è quindi in pratica quasi un obbligo che ognuno legga l’opera per proprio conto.

Nel mondo globale, la connettività è il nuovo meta-schema, e cioè – oltre che il nuovo paradigma di riferimento per l’interpretazione dei fatti che accadono -, innanzitutto l’idea che governa le relazioni tra stati, popoli, territori e individui. E non solo in quanto consequenziale al nuovo spirito del tempo(zeitgeist), come anche qui di seguito sarà evidenziato. Un accadimento, il cui fondamento risiede dunque nella relazione tra enti (dal greco classico), attraverso “flussi” (aggregazioni) e “attriti” (disgregazioni).

Il centro nevralgico di questo nuovo sistema di relazioni sono le cosiddette ZES. Ovvero, regioni geografiche dotate di una legislazione economica differente, attrattiva per gli investitori, da quella in vigore per la nazione. In questa prospettiva di nuovo scambio commerciale, che assume le forme di un nuovo mercantilismo, oggetto delle relazioni sono le cosiddette SUPPLY CHAIN. Ovvero, i processi di gestione con le imprese, i magazzini, i distributori e i dettaglianti che partecipano sia al processo di produzione che alla vendita. E quindi, sia beni “materiali” che ancor più – con il passare del tempo, attraverso lo sviluppo continuo di un’economia della conoscenza – beni “immateriali”.

Questo sistema assai complesso di relazioni travalica e abbatte i confini tradizionali delle comunità giuridico-politiche degli stati-nazione, il cui modello organizzativo risale alla fondazione della Pace di Westfalia del 1648. Il nuovo modello organizzativo, intrapreso alla fine della Seconda Guerra mondiale, non ha più un fondamento e quindi una valenza tanto geo-politica quanto piuttosto geo-funzionale, laddove l’economia assume – come a esempio di un più recente passato con le spedizioni olandesi e inglesi del Seicento – il ruolo e la funzione di motore propulsivo dell’integrazione individuale e sociale.

Questo nuovo modello di globalizzazione (Second world) emerge ab imis fundamentis, per ragioni che l’Autore definisce prima che “epocali”, e pertanto apparentemente contingenti, “storiche”. E cioè, un quid che appartiene piuttosto a un processo originario e imperituro della storia dell’uomo verso forme civili di aggregazione. Prima quindi delle ragioni epocali che rendono apparentemente più plausibile tale processo: l’effettiva e crescente inter-dipendenza tra enti; un sistema economico la cui somma non è più pari a zero. Ovvero, un giocoin cui – a differenza del passato – le parti avrebbero solo da guadagnarci. Sulla Grande Scacchiera del mondo, il nuovo fine non è più conquistare territori ma accedere a risorse e aprire mercati. I “flussi” favorirebbero e gli “attriti” danneggerebbero, tutti, indiscriminatamente.

Nel libro, l’Autore si rifà anche al pensiero di un pioniere di oltre un secolo fa, Thayer Mahan, scrivendo: “Fu (egli) ad avanzare l’idea dell’annessione americana delle Hawaii e della costruzione del canale di Panama per sfruttare al meglio un’economia globale che stava accelerando il passo grazie alla nave a vapore e ai cavi del telegrafo. ‘Il mondo è diventato più piccolo’, scriveva, ‘posizioni un tempo remote hanno oggi un’importanza vitale’”. Questo detto, vale ancor più per l’oggi.

Posizioni vitali, sia per i nuovi mercanti e migranti che per i vecchi residenti.

Un esempio per tutti, il salto quantico di Dubai “dal feudalesimo alla postmodernità” (wow). Un mondo sempre più piccolo, il cui unico rischio è che possa diventare in effetti troppo piccolo: “Diversi milioni di manovali venuti dall’Asia meridionale hanno sudato senza sosta per mesi o anni nei tanti cantieri che hanno reso Abu Dhabi, Dubai o Doha le icone luccicanti che sono: arrivano per costruirle, ma non ci vivono mai veramente. L’atteggiamento verso di loro è variabile: per i più, spariscono semplicemente sullo sfondo; altri provano pena per loro, ma pochi davvero li guardano con gratitudine. In Occidente si è sviluppata una forma di falsa pietà: il cittadino si sente a disagio a contatto con simili situazioni medievali. A Dubai (e Singapore) no”.

Ma, in fondo, è questo un disagio che l’Occidente ha già sperimentato e quindi sa che si può vincere e superare grazie a un maggiore progresso civile. Progresso stesso, che nella postmodernità diviene il portato non tanto degli stati-nazione, che progressivamente non ne hanno più la forza e il peso, quanto piuttosto delle multinazionali: Esiste una sola cosa peggiore dell’essere invasi dalle multinazionali, ed è non essere invasi dalle multinazionali (Ulrich Beck). E, a tale proposito, Khanna ribadisce: “Quando si dà spazio alle consorterie politiche le risorse (n.d.r., siano esse finanziarie o produttive) prendono il volo senza che ne consegua alcun beneficio sociale; quando si dà spazio alle ZES, al contrario, i regolamenti si trasformano, il lavoro nasce, le supply chain si estendono, gli asset produttivi sono massimizzati, la formazione della forza lavoro aumenta e le comunità locali ne traggono tutti i relativi vantaggi. Le ZES sono catalizzatori, non parassiti”.

L’ultima parte dell’opera si apre con quella che definirei piuttosto un’aspettativa, che direi “universale” e che, sempre a mio parere, si riconnette prioritariamente alla critica hobbesiana del Leviatano, figura mitologica assunta a simbolo del potere assoluto degli stati-nazione: Internet è la prima cosa che l’umanità abbia creato senza ancora capire cosa sia. E’ il più grande esperimento di anarchia che abbiamo mai sperimentato(Eric Schmidt, presidente di Google).

Gli sviluppi costanti dell’odierna tecnologia consentirebbero già a ogni individuo sia di abitare (heideggerianamente) lo spazio, necessario, sia di soddisfare i bisogni economici (marxianamente), anch’essi necessari. Sì che, l’unica missionsalvifica sarebbe quella di dismettere l’uso della forza, che molto più in passato ha assunto forme e valenza di idee sia religiose che politiche. Appunta Khanna: “i miracoli della tecnologia e l’attuale congiuntura di risorse abbondanti non dovrebbero indurci a qualche forma di hybris”. Si tratta quindi di ripristinare – in via immediata e oltre ogni mediazione culturale – il contatto dell’uomo con la natura, che diversamente dalle origini “possiamo orientare ma mai controllarla completamente”.

E allora, è ancora lecito porsi e porre in fine la questione del nodo gordiano del governo delle cose che accadono?

In proposito, il giudizio dello stratega non può mancare: “Stiamo edificando questa società globale in assenza di un leader globale. L’ordine globale non è più qualcosa che possa essere dettato o controllato dall’alto: la globalizzazione è, di per sé, quest’ordine …  il fatto è che la connettività è la coesione che si trova sotto l’apparenza del caos”.

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