L’Italia ha scelto di abbandonare i giovani. Ma a quale prezzo?

di Antonio Grizzuti su “Strade

giovani

Qualche settimana fa Matteo Renzi ha promesso: l’Italia tornerà ad essere un Paese per giovani. Per adesso però i suddetti giovani si devono accontentare del futuro perché il presente è tutto appannaggio degli over più che degli under.

Nelle slide della manovra 2017 presentate dal premier qualche giorno fa, sulle quali campeggiava l’hashtag #passodopopasso, dei giovani proprio non c’è traccia (mi rifiuto di considerare il bonus ai diciottenni una misura a sostegno della fascia demografica in questione). Come previsto, è ben reclamizzato l’investimento del governo in materia pensionistica, ben sette miliardi per andare in “pensione prima” –cheers a chi dice che l’APE non è una forma di prepensionamento. E tanti saluti anche a chi, come chi scrive, in pensione ci andrà molto tardi o forse mai.

No, l’Italia non è un Paese per giovani. Che poi, a forza di fare il verso ai fratelli Coen, magari un giorno ci piazzeranno su le royalties, vedendo quanto è inflazionato in Italia questo titolo. Osiamo e mettiamoci del nostro: l’Italia non sarà mai un Paese per giovani. E a te, proprio a te, che dopo queste prime righe sbadigliando credi di leggere il solito sermone del millennial incazzato dico: vai oltre le frasi di circostanza ad effetto, le figure retoriche, gli espedienti narrativi. Guarda semplicemente i fatti, e dimmi alla fine se è normale costruire una casa partendo dal tetto (gli anziani) anziché dalle fondamenta (i giovani).

Sì, perché è questo che si sta facendo: in un sistema pensionistico pay-as-you-go i trattamenti correnti sono finanziati dai contributi della forza lavoro, perciò se l’occupazione non aumenta sensibilmente qualcuno vuole gentilmente spiegarci da dove arrivano i denari per finanziare codesti prepensionamenti? Certo, si può spiluccare oggi qualche miliardo qua e là, sfilacciando i bordi di una coperta sempre più corta, ma non mi pare una strategia vincente per il medio-lungo termine. Che eredità consegna questa scelta ai governi a venire? Non rischiamo forse di guadagnarci dieci, cento, mille Fornero da qui al 2050 per avere fatto i sordi ai richiami di mezza comunità economica internazionale? Tant’è: il Vesuvio delle pensioni se ne sta lì, accovacciato, si accontenta di brontolare di tanto in tanto per bocca del Tito Boeri di turno, ma nessuno considera realmente il pericolo di rimanere sommersi da lava, lapilli e cenere della bolla pensionistica nostrana. Nessuno eccetto i giovani che giorno dopo giorno vedono sfumare la prospettiva di una vecchiaia serena.

Che poi, fosse solo quello delle pensioni il problema. Gratta gratta c’è qualcosa di peggio che un futuro economico incerto (o forse inesistente): c’è un’ipoteca grande quanto una casa sulle possibilità di realizzazione economica, sociale e morale di almeno due generazioni, un fardello che inevitabilmente peserà sulle opportunità che il nostro Paese potrà o non potrà cogliere. Mi faccio aiutare dai dati di Eurostat per descrivere la triste realtà.

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