Quanto è bona Donna Rice

di Luigi Gravagnuolo

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È giusto che ci sentiamo coinvolti nella vicenda delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America, quasi fossero di casa nostra.
Io non sono più giovane e ricordo bene che gli esiti delle campagne elettorali in U.S.A., dal secondo dopoguerra ad oggi, hanno condizionato sempre gli equilibri politici del nostro Paese. Vincevano i repubblicani e, dopo massimo un paio di anni, gli equilibri parlamentari in Italia si spostavano a destra; vincevano i democratici e l’Italia pendeva verso il centrosinistra. Ciò non era determinato solo dall’influenza – meglio: dall’ingerenza – della super potenza negli affari interni del nostro Paese. C’era e c’è anche altro, di più profondo; mi riferisco alla nostra comune appartenenza alla civiltà dell’Occidente ed al fatto che la società nord americana anticipa spesso tendenze, che in un secondo momento raggiungono i paesi alla periferia dell’impero, come il nostro. Per dirne una: io avevo solo 14 anni quando a Berkley, negli U.S.A. scoppiò la rivolta degli studenti universitari, aprendo con tre anni di anticipo la stagione del ’68, che poi ebbe il suo epicentro in Europa.
Comprensibile quindi che le classi dirigenti italiane abbiano seguito da sempre con interesse intrinseco le elezioni U.S.A.; un po’ per “regolarsi” su quelle che sarebbero state le probabili, future ingerenze del governo federale U.S.A. nel nostro paese, un po’ per capire le dinamiche sociali, culturali e politiche alle quali saremmo andati incontro a medio termine. Oggi tale interesse è più esteso, non riguarda solo le classi dirigenti, coinvolge anche gente semplice, persone disimpegnate dalla politica attiva. Questa, per lo meno, è la mia impressione. Conosco amici non particolarmente appassionati di politica, meno che mai di politica estera, che hanno fatto le nottate per non perdersi su Sky le dirette dei confronti tra i due candidati. Il perché è evidente: questi confronti sono uno spettacolo esilarante!
Fossero contraddittori sulle strategie politiche ed economico-sociali, sarebbero meno popolari, anche se indubbiamente di maggiore spessore. In fondo le posizioni dei due contendenti toccano il cuore delle problematiche del mondo contemporaneo, la dialettica cioè tra identitarismo no-global e multiculturalismo pro-global. Il tycoon è identitarista e contrario agli immigrati (chissà se gli sarà mai venuto in mente che la sua nazione è stata fondata da immigrati!); è per l’abolizione delle tasse e conseguentemente dello stato sociale; per lui i ricchi sono tali perché sono i più forti nella competizione, vanno perciò protetti e difesi dalle pretese dei più poveri, che sono siffatti perché non sono campaci di competere. Per quanto attiene alla politica estera, a quella verso l’Europa in particolare, Trump non fa mistero di gradire la disgregazione dell’Unione Europea e senz’altro, se eletto, favorirebbe tutti i movimenti anti-euro e populisti presenti nel nostro continente.
Di tutt’altro orientamento è la Clinton, che difende e vuole espandere lo stato sociale, che è per l’accoglienza, riconosce i diritti delle minoranze e, per quanto riguarda l’Europa, guarda con favore all’U.E., beninteso in un quadro di alleanza con gli U.S.A.
Trump parla una lingua che la pancia degli Europei comprende bene; Hillary quella delle classi dirigenti.
Se si limitasse a ciò, sarebbe un bel confronto, da seguire con interesse. Pare invece che gli elettori americani saranno chiamati a scegliere tra le espressioni omofobe, guascone e cameratesche di Trump, e le furtive mail di Hillary, o sulle proverbiali scappatelle di suo marito Bill. E va bene che in America c’è, persiste ed incide un’antica cultura puritana, che convive a fatica col lassismo della nostra decadente civiltà occidentale; ma perdiana, è pur sempre la nazione guida dell’Occidente!
Ci sarebbe perciò di che preoccuparsi per quello che ci aspetta. Per fortuna siamo in Italia, la cultura puritana non ci appartiene; chi nel recente passato ha provato a contrastare Silvio Berlusconi con la storia dei suoi festini con le escort, ne ha solo accresciuto la popolarità ed i consensi elettorali. E poi, lo ricordate il caustico commento dell’on. Franco Evangelisti, democristiano doc, andreottiano ed uomo di chiesa, ma soprattutto roman de Roma, quando, alla fine degli anni ’80, la campagna presidenziale di Gary Hart fu stroncata dallo svelamento di una sua storiella con l’avvenente attrice Donna Rice? “Ahò, ma l’avete vista quanto è bona Donna Rice? Qui da noi, con sta storia, se prenderebbe un sacco de voti!”.

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