Contro la fiscalità dei bonus che uccide il lavoro. Intervista a Dario Stevanato

di Antonluca Cuoco su “Strade

stevanato

La pressione fiscale in Italia è elevatissima, con pesanti conseguenze sulla competitiva e sulla crescita. I costi per pagare le imposte sono particolarmente alti per vie delle procedure burocratiche ostili e pletoriche. Sarebbe necessario, per invertie la rotta, ridurre in primis le tasse sul lavoro e sulle imprese. Inoltre, a fronte di un livello di spesa pubblica da record, i cittadini-contribuenti ottengono servizi pubblici mediocri ed insoddisfacenti. Paghiamo tasse da paese diversamente scandinavo per ottenere servizi diversamente africani. Ne parliamo con il professor Dario Stevanato*, ordinario di diritto tributario presso l’Università di Trieste.

Oggi, il fisco è un gigantesco Crono che divora i suoi figli. Quando, tra curva demografica ed emigrazione, avrà sterminato fiscalmente le nuove generazioni, a chi toccherà?

Il peso del fisco in Italia è certamente eccessivo, specie sul lavoro e sui produttori. È un male che viene da lontano, già nei primi anni successivi alla riforma degli anni settanta ci si era accorti che l’Irpef stava fortemente penalizzando i lavoratori. L’Italia è oggi uno dei Paesi in cui è più elevato il cuneo fiscale e contributivo. Al netto dell’annoso problema dell’evasione, l’oppressione fiscale non risparmia autonomi e imprenditori. Si stanno invece in parallelo ampliando le categorie che sfuggono alla progressività dell’Irpef, come i titolari di redditi immobiliari, e ovviamente di quelli di capitale, anche se la pressione sulle rendite finanziarie, con il recente innalzamento al 26 per cento, è ormai assai elevata. Il rischio, che emerge in molte proposte demagogiche, è che si voglia alzare ancor più la pressione fiscale su un numero sempre più esiguo di contribuenti, sulle categorie più produttive del Paese.

Quindi come tornare a crescere, superando il drammatico scontro tra produttori di ricchezza e consumatori di rendita?

Occorre anzitutto, a mio avviso, ripristinare un minimo di equità orizzontale, oggi compromessa da una tassazione dei redditi “schedulare” e da innumerevoli regimi di eccezione. Il sistema fiscale italiano attua una “discriminazione qualitativa” alla rovescia, penalizzando il lavoro in tutte le sue componenti, con un prelievo che sfiora il 40 per cento già per bassi o medi livelli di reddito. La risposta non può dunque essere “più progressività”, che colpirebbe in modo selettivo soggetti già “tartassati”: per questo andrebbe considerata l’idea di un intervento universale nel segno dell’unificazione dell’aliquota, che ho provato a sviluppare in un libro in corso di stampa (“Dalla crisi dell’Irpef alla flat tax. Prospettive per una riforma dell’imposta sul reddito”, Il Mulino). Già fissare l’aliquota tra il 20 e il 25 per cento, per tutte le tipologie di reddito, compresi quelli prodotti in forma societaria, sarebbe per molti aspetti rivoluzionario: si otterrebbe infatti efficienza, equità, semplificazione, insieme a un’esenzione generalizzata dei redditi minimi, indispensabile per garantire la progressività dell’imposta, nonché una eliminazione delle numerosissime e distorsive tax expenditures. La perdita di gettito, nel breve periodo, sarebbe tutto sommato gestibile, anche alla luce dello stimolo alla crescita economica e alla riduzione dell’evasione che ci si può lecitamente attendere. L’alternativa è continuare con un sistema di tassazione ormai alla deriva, farraginoso, oppressivo, iniquo, che penalizza il lavoro, e che è reso sempre più frammentario dalla perversa logica dei “bonus” imboccata dall’attuale Governo.

Equiparare l’evasione a un furto ci aiuterà a combatterla?

Chi evade non si impossessa di cose altrui, semmai si sottrae a un’obbligazione di pagamento. E non è nemmeno un “ladro di servizi pubblici”, poiché il nostro ordinamento tributario non è retto dal principio della controprestazione. Ragionando diversamente dovremmo considerare un ladro il cliente che non paga il proprio fornitore, o il dipendente pubblico assenteista o fannullone. L’apparentamento dell’evasore a un “ladro” sottende inoltre due fallacie: da un lato l’idea che i redditi e le ricchezze individuali non appartengano a chi le ha prodotte, bensì allo Stato e/o alla collettività; dall’altro che l’evasione sia una patologia comportamentale privata, una devianza sociale da combattere con strumenti di politica criminale, e non invece un problema di organizzazione pubblica, di strumenti normativi e apparati burocratici in grado di indurre i contribuenti all’adempimento del dovere tributario. Che ovviamente aliquote molto elevate oggettivamente non favoriscono.

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* Laureatosi in Economia e Commercio (Venezia) e in Giurisprudenza (Parma), ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in diritto tributario presso l’Università La Sapienza di Roma.
Dal 1999 insegna diritto tributario presso la Facoltà di Economia dell’Università di Trieste, dapprima come professore associato e poi come professore ordinario.
E’ da molti anni relatore a convegni, master e seminari, organizzati da Università ed altri enti pubblici e privati.
Ha fatto parte di commissioni di studio istituite presso il Ministero delle finanze, edattualmente è membro della commissione fiscale dell’Organismo Italiano di Contabilità,  responsabile dell’area fiscale del Centro Studi Fondazione Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti, e uno degli “esperti” della Commissione Norme di comportamento dell’Associazione Dottori Commercialisti di Milano.
E’ membro del comitato scientifico del Corriere Tributario, e del comitato di direzione di Diritto e Pratica Tributaria. E’ inoltre tra i curatori della rivista “Dialoghi tributari” di Ipsoa.
Ha pubblicato tre monografie ed alcune centinaia di articoli, note e saggi su vari argomenti del diritto tributario, con particolare approfondimento della fiscalità d’impresa, societaria e internazionale.
Svolge attività di consulenza ed assistenza tributaria, ed è avvocato cassazionista e dottore commercialista, oltre che revisore contabile.

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