Il fallimento delle “buche” keynesiane

di Domenico Campeglia

buca

John Maynard Keynes diceva che, in periodo di crisi, lo stato dovrebbe pagare i lavoratori disoccupati per scavare una gigantesca buca e poi riempirla. In questo modo i lavoratori avrebbero un salario e potrebbero spendere, attorno alla buca si creerebbero negozi ed osterie ed infine l’economia potrebbe risollevarsi.

La prima obiezione è ovvia: perché dedicarsi ad un lavoro inutile, e non costruire opere di pubblica utilità, strade, ponti, scuole, ospedali? Naturalmente Keynes rispondeva che qualsiasi opera era adatta, purché si spendesse. La questione non è però così ovvia: è difficile realizzare opere effettivamente utili senza effetti collaterali; si rischia di sprecare altre risorse e di devastare l’ambiente.

Un esempio da manuale di “spesa keynesiana” è l’ ”Hoover Dam”, una gigantesca diga sul fiume Colorado in Arizona costruita in piena crisi economica tra il 1931 ed il 1936, occupando moltissimi lavoratori. Questa diga ha formato un lago artificiale di 640 chilometri quadrati (circa il doppio del lago di Garda) e permette la generazione di una grande quantità di energia elettrica. Gli effetti sull’ambiente sono però stati devastanti: per sei anni dopo la costruzione della diga il fiume Colorado non riuscì a raggiungere la foce, provocando la distruzione dell’ecosistema dell’estuario e l’estinzione di molte specie di pesci.

A questo proposito la situazione in Italia è certamente peggiore. Molti cantieri pubblici hanno portato alla realizzazione di tronconi di infrastrutture totalmente inutili, viadotti in mezzo al nulla, depuratori inservibili, giganteschi svincoli per autostrade che non si faranno mai. La vera motivazione alla base di questi cantieri era la necessità di spendere.

La seconda obiezione è più sottile: perché richiedere una attività in cambio dei soldi dati ai lavoratori? Non sarebbe più semplice pagarli e basta? Il motivo per cui si ritiene opportuno richiedere una attività in cambio di una elargizione di denaro è moralistico: si pensa che dare denaro senza che si debba fare qualcosa per ottenerlo non sia adeguato, che qualunque attività, anche se inutile, sia nobilitante. Guadagnare senza fatica è visto come un comportamento immorale.

Il risultato di questo atteggiamento è la creazione di lavoro inutile, che ha un duplice aspetto negativo: non solo si fatica per nulla, ma si possono sprecare altre risorse. Un burocrate che compila moduli inutili, il cui ultime fine è giustificare la sua attività, spreca carta, elettricità, la disponibilità dell’ufficio in cui “lavora”.

 

I servizi forniti dal pubblico impiego sono strutturalmente in regime di monopolio, per cui è difficile giudicare se il servizio offerto è efficiente e se i costi sono corretti: non ci sono termini di paragone. Per questo motivo nel settore pubblico la necessità di ridurre i costi è molto meno sentita; a volte, anzi, è conveniente per il responsabile di un servizio spendere il più possibile, in modo da far credere che il servizio sia molto difficile da erogare ed ottenere la maggior quantità possibile di finanziamenti.

Nel pubblico impiego la sindrome burocratica e la creazione di lavoro inutile non hanno freno. In regime di monopolio essere inefficienti è vantaggioso.

In Italia le inefficienze del pubblico impiego sono proverbiali e la difficoltà delle procedure è accresciuta ad arte.

Perché non si riesce a mettere un freno a questa follia? Per evitarla sarebbe necessario un controllo spietato sui servizi pubblici, nei confronti dei cui responsabili c’è invece una generale acquiescenza. Il motivo di fondo è ancora riconducibile alla concezione che spinge a scavare e poi riempire buche inutilmente: dopo tutto queste persone lavorano, e lavorare è comunque considerato una cosa positiva.

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