I robot e la tecnologia alimentano la disoccupazione?

di Domenico Campeglia

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Parafrasando Marx , uno spettro si aggira per il mondo. Questo spettro è l’intelligenza artificiale assieme alla robotica, che periodicamente si affacciano grazie a qualche “eclatante” servizio televisivo e/o articolo giornalistico, rigorosamente scevro da contraddittori che potrebbero facilmente smontare i miti posti in essere. Intelligenza artificiale che, dunque, ha riesumato dall’oltretomba il luddismo. Secondo Carl Benedikt Frey e Michael Osborne della Oxford University infatti , il 47% dei lavori potrà essere sostituito nei prossimi 20 anni dai robot e dai programmi di intelligenza artificiale .
Messa in questi termini le prospettive occupazionali sembrano drammatiche.
Sciocchezze? Si, sono tutte sciocchezze. E vediamo il perchè. Esistono almeno tre motivi per rigettare in toto la previsione luddista:
1) Il più importante e alla fine sempre il solito: ogni ipotesi neoluddista parte da una premessa , ovvero la finitezza e immobilità dei lavori .E’ il modello superfisso per eccellenza, vera e propria piaga del pensiero economico: secondo questa narrativa i posti di lavoro e i lavori sono un numero fisso e dati una volta per tutte. Non è così.
Ad esempio, quando è stato introdotto il telaio tessile è scomparso il lavoro della filatrice a mano , ma sono comparsi i lavori delle operaie tessili , dei manutentori dei macchinari e dei costruttori delle macchine tessili e dei loro componenti .
Certamente bisognerà avere lavoratori sempre più qualificati , ma questo non è un male , anzi , è il vero e proprio beneficio del capitalismo: lavoratori sempre più qualificati per lavori sempre più produttivi è l’unico modo attraverso il quale avere lavori sempre più ben pagati .E’ solo aumentando il valore aggiunto dei lavori che possono aumentare i salari degli stessi. Certamente non il contrario .
2) i costi : in un sistema economico efficiente la sostituzione dei fattori produttivi avviene attraverso i calcolo dei costi. Costi che non necessariamente sono a favore delle nuove tecnologie. Facciamo un esempio: il software più avanzato di intelligenza artificiale per ora è Watson della Ibm . Software che però ha un costo di almeno 3 milioni di dollari .
Qual’è il costo totale di un lavoratore a bassa qualificazione ? Se calcoliamo il valore attuale partendo da un costo per l’azienda di 30.000 euro annui , arriviamo ad un valore economico di 333.000 euro (30000/0.09). Quindi 1/10 del costo di Watson.
E’ evidente quindi che se un software come Watson ha senso per una azienda nel caso di sostituzione di un lavoratore, l’avrà solo se potrà sostituire in modo più produttivo lavori o lavoratori per un valore attuale di almeno 3 milioni di dollari .
E questo senza considerare l’eventuale infrastruttura robotica i cui costi e i cui rendimenti sono ancora molto distanti dal poter concorrere contro l’uomo .
3) Qui arriviamo al terzo punto: la tecnologia. Checchè se ne dica siamo ancora molto lontani dallo sviluppo di tecnologia robotica adeguatamente efficiente.
Ad esempio è sempre bene ricordare che Boston Dynamics , la società robotica di Google e forse la più avanzata azienda del settore , è appena stata posta in vendita da Google stessa. E se Google l’ha messa in vendita è evidente che non la ritiene in grado di generare utili adeguati a ripagarne l’investimento. Affiancare e aiutare un uomo nei lavori , come potrebbe fare Watson o un automa industriale in una catena di montaggio è una cosa , sostituirlo completamente è tutta un’altra questione .
Anche nel solo ambito dei lavori totalmente unskilled. Concludendo: tranquilli .
La disoccupazione tecnologica è un mito e tale rimarrà.
* si ringrazia Massimo Fontana per gli interessanti spunti di riflessione.

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