Raggispierre

di Luigi Gravagnuolo

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La politica appassiona anche perché è sorprendente.
Prima delle ferie estive ci eravamo lasciati con il P.D. di Renzi alquanto incartato: stretto tra la difesa del pacchetto di riforme caratterizzanti il proprio governo, con il rischio altissimo di consegnare tra due anni la guida del Paese a Grillo; e l’opportunità per il premier di modificare quanto meno la legge elettorale, col rischio di imbarcarsi in un mare di incertezze che lo porterebbero a perdere il referendum. Renzi avrebbe bisogno di una botta di genio, avevamo concluso.
La botta di genio Renzi non l’ha avuta. Al suo posto ci ha pensato … il M5S, sorprendentemente avvitatosi in una crisi, che evidenzia in modo lampante la sua inesperienza come classe di governo, la difficoltà a coniugare le funzioni di governo, alle quali aspira, con le pulsioni protestatarie che ne hanno fatto la fortuna politica, ed i limiti di un giustizialismo che oggi si ritorce contro se stesso, pregiudicando il percorso del suo capolavoro elettorale, la giunta Raggi a Roma. Un regalo più grande Renzi non poteva aspettarselo!
Mi soffermo qui sui limiti del giustizialismo, verso il quale non ho mai nutrito simpatie di sorta. Esso è l’espressione dell’impasto della sacrosanta indignazione verso la corruzione pubblica e della meno sacrosanta invidia sociale di quanti si sentono esclusi dalle stanze del potere. Nella storia il giustizialismo, quando si è incrociato con situazioni di crisi economica e con effettive degenerazioni morali delle classi dirigenti, ha trovato consensi di massa, che non di rado lo hanno portato al potere, salvo poi produrre mostruose tirannie. Una volta al potere, le forze politiche giustizialiste cominciano tagliando la testa ai loro predecessori, giudicati sommariamente come corrotti, e finiscono … decapitate. La testa di Robespierre suona ancora da memento, per chi se ne fosse scordato. E mica solo la sua! L’elenco delle vittime del proprio stesso furore talebano è interminabile, in tutte le epoche e latitudini.
Per tornare ai nostri giorni italiani, senz’altro e fortunatamente meno cruenti, il giustizialismo tende a enfatizzare in modo abnorme anche la sola apertura di un fascicolo su di un politico da parte di un Pubblico Ministero, magari per doverosa verifica dei contenuti di una qualche denuncia anonima arrivata in Procura; fino a considerare questo ordinario atto procedurale come una condanna inappellabile, sufficiente ad additare il malcapitato indagato come un mascalzone, da mettere alla gogna e da allontanare immediatamente dalla vita pubblica. Ciò apre varchi enormi ai furbastri della politica, frequentemente più mascalzoni degli indagati. Il giochino è facile facile: quel politico dà fastidio, si fanno girare sui social e nelle strade dicerie e calunnie su di lui, si producono denunce anonime, un P.M. apre un fascicolo, e ce lo si leva di torno!
Ne vanno di mezzo spesso persone perbene, che hanno avuto il torto di rendersi disponibili all’impegno politico in tempi di furia giustizialista. È proprio di lunedì scorso la notizia che il famigerato Stefano Graziano, ex Presidente del P.D. campano, è stato discolpato del tutto dall’accusa infamante di aver scambiato voti con il clan dei Casalesi. Essendo stato egli, poi, il più votato tra i consiglieri regionali nelle elezioni che hanno portato Vincenzo De Luca alla Regione, il sillogismo voleva che anche il Governatore fosse colluso con i clan ed avrebbe dovuto essere allontanato senza indugi da Palazzo Santa Lucia! Salvo poi dover appurare che, concluse le indagini, gli stessi P.M. della D.D.A. hanno chiesto al G.I.P. l’archiviazione del caso!
I grillini sono, da sempre, portatori di questa cultura, che ora, come è sempre accaduto nella storia, si sta ritorcendo contro di loro. A Roma, la sindaca Virginia Raggi, presa tra due fuochi tra la necessità di garantire un governo alla capitale ed il furore talebano, per settimane ha fatto ridere l’Italia – e piangere Roma- nominando a cadenza settimanale assessori e dirigenti, che subito dopo ha lei stessa impallinato, sulla spinta di quella base forcaiola che l’ha portata in Campidoglio.
Ultimo l’ex procuratore Capo della Corte dei Conti del Lazio, Raffaele De Dominicis, indagato niente di meno che per abuso di ufficio, ed immediatamente estromesso dalla Sindaca dalla carica di assessore al bilancio a cui lo aveva chiamato solo 24 ore prima. Tutto ciò in base al “codice etico” del Movimento, che dista anni luce dalla civiltà giuridica dei codici della Repubblica Italiana.
Cara Raggi, ascolta, fermati prima che sia troppo tardi: la lama tagliente pende già sulla tua testa!

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