Abusivismo, la lectio magistralis del T.A.R. Salerno

di Luigi Gravagnuolo

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Andrea Pellegrino, redattore di Le Cronache, la settimana scorsa ha reso di pubblica conoscenza una sentenza del T.A.R. di Salerno riguardante la questione delle case abusive. Vale la pena di analizzarla.
Premessa. Il procedimento sanzionatorio verso chi costruisce una casa abusiva di norma è il seguente: le pubbliche autorità contestano il reato a chi l’ha edificata e gli impongono di abbatterla; se lui ottempera, tutto finisce lì; se viceversa non ottempera, la casa gli viene prima espropriata dal Comune, quindi demolita dallo stesso Ente, a spese dell’autore del reato. Questo “di norma”. Abbattere le case abusive, però, fa perdere voti alle elezioni e parecchie amministrazioni cercano dei sotterfugi per evitare le demolizioni. Espedienti che non risolvono il problema, ma sono funzionali all’interesse politico. Il più diffuso è la dichiarazione da parte dei Consigli Comunali del cosiddetto “preminente interesse pubblico” a non abbattere l’edificio abusivo. La legge precisa che l’interesse pubblico in questione debba essere di natura sociale: realizzarvi una scuola, o la sede di una biblioteca, o un luogo di ritrovo per anziani o giovani, o altro del genere. Col tempo si è tuttavia diffusa un’interpretazione estensiva di tale interesse pubblico, facendovi rientrare anche l’uso residenziale dell’immobile, al fine di far fronte ad una conclamata emergenza abitativa. A chiudere il cerchio si è poi immaginato di poter assegnare in fitto la casa abusiva salvata dalla demolizione all’ex proprietario, consentendogli anche, in prospettiva, di riscattarne la proprietà. Ad avvalorare il tutto è arrivata nel 2013 la legge regionale della Campania n. 5/13, che legittima espressamente questo iter. L’asino però casca su un dettaglio non da poco. Fin quando la casa abusiva insiste su un’area governata direttamente dal Comune, la cosa funziona. Se però è stata costruita su un’area sottoposta a vincolo, paesaggistico o idrogeologico, la decisione se demolirla o no, non spetta al Comune, bensì all’autorità preposta alla tutela dell’area.
E veniamo al fatto oggetto del giudizio del T.A.R.: il Consiglio Comunale di Cava de’ Tirreni, tra il 2010 ed il 2012, deliberava il “preminente interesse pubblico” a non abbattere sedici case abusive, insistenti su aree sottoposte a tutela paesaggistica e già acquisite al patrimonio comunale. Chiamava quindi la Sovrintendenza ai Beni Paesaggistici ad esprimere il proprio parere vincolante. Questa negava ripetutamente il suo assenso, per ultimo il 16 maggio 2014. Tant’è che, nello stesso giorno, il Dirigente del Settore dichiarava conclusa la procedura prendendo atto del “vincolante” parere negativo della Sovrintendenza. Il Comune di Cava, a questo punto, avrebbe dovuto provvedere alle sedici demolizioni. Nel 2015 ci sarebbero però state le elezioni amministrative e bisognava guadagnare ulteriore tempo. L’Amministrazione decise quindi di ricorrere al T.A.R., impugnando contestualmente l’atto del proprio dirigente ed il parere negativo della Sovrintendenza. Contava, con giusto calcolo, sulla durata del giudizio. Difatti, in attesa del giudizio del T.A.R., il voto del maggio/giugno 2015 fu bypassato, senza peraltro che il problema fosse risolto.
Il T.A.R., audite le parti, si è infine pronunziato il 31 agosto scorso, dichiarando inammissibile il ricorso del Comune. Non solo, ma censurando altresì la singolarità di un’amministrazione che ricorre al tribunale amministrativo contro se stessa! La sentenza va letta con attenzione perché, al di là del merito, costituisce una lectio di diritto amministrativo. Né essa dà la ragione ad una parte ed il torto ad un’altra – giustamente, avendo considerato inammissibile il ricorso – bensì indica una via alternativa, che l’Ente avrebbe potuto e non ha voluto percorrere.
Leggiamo. Il giudice amministrativo, dopo aver stigmatizzato la furbata del Dirigente:
<< … è del tutto evidente come il dirigente comunale non abbia fatto altro che adeguarsi, nella determinazione conclusiva del procedimento, alla valutazione insuperabile espressa dalla Soprintendenza, stimolando – tuttavia – la non plausibile vicenda della successiva autoimpugnativa da parte dell’Amministrazione di appartenenza …>>
conclude:
<<In definitiva, deve escludersi che l’Amministrazione decidente possa adottare il provvedimento conclusivo (conformandosi al parere vincolante) e, di seguito, impugnare la sua stessa determinazione: l’unica possibilità essendo quella di sollecitare, ai sensi dell’art. 14 quater della l. n. 241/1990, una revisione del parere alla deliberazione del Consiglio dei Ministri>>. Ma, se avesse seguito questo iter, l’Amministrazione di Cava de’ Tirreni avrebbe avuto una risposta dal Ministero nel termine perentorio di 60 giorni – così prevede la L. 241/90 – mentre al sindaco serviva un anno e più di rinvio …
Per quanto mi riguarda – essendomi più volte soffermato su questa spinosa materia – pur comprendendo l’interesse “politico” a prendere tempo, ritengo che ciò avrebbe un senso solo se ci si trovasse in attesa di una norma generale, all’esame del Parlamento. In assenza dell’iniziativa legislativa, le politiche dilatorie – funzionali ai politici , ma autentiche prese per i fondelli per gli abusivi – non fanno altro che incancrenire il problema sociale, che assume giorno per giorno dimensioni crescenti.

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