Il modello a capitalizzazione: una analisi dello scenario attuale cileno

di Domenico Campeglia

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Negli ultimi 15 anni, i sistemi pensionistici in tutto il mondo sono stati sotto pressione. I sistemi pensionistici sono stati colpiti in generale da due forze che riducono gli importi delle pensioni al momento del pensionamento. La prima è il significativo aumento della speranza di vita delle persone, che ha esteso la durata prevista al momento del pensionamento, molto più di quanto considerato quando i sistemi sono stati progettati. Questa eccellente notizia (l’allungamento della speranza di vita) frutto progressi della medicina, ha significato però che i sistemi pensionistici dovranno finanziare i pagamenti per molto più tempo. Ma per raggiungere questo obiettivo, non ci sono bacchette magiche da poter usare. Ciò richiede e richiederà la modifica dei parametri dei sistemi pensionistici. La seconda è il calo significativo che hanno avuto, negli ultimi anni, i tassi di interesse a lungo termine in tutto il mondo. Un fenomeno legato in parte agli effetti della crisi, a fattori strutturali a lungo termine, associati ad un eccesso di risparmio sugli investimenti nel mondo. Questo secondo effetto fa sì che lo stesso flusso di contributi genera un fondo meno corposo al momento del pensionamento in un sistema a capitalizzazione individuale con contributi definiti, in particolare per le generazioni che si trovano nelle loro prime fasi di accumulo. Ma è bene tenere a mente che questo effetto colpisce anche i sistemi a ripartizione, dove si accumulano anche le risorse per finanziare le pensioni future, che adesso avranno anche esse una resa inferiore. Nel caso di questi ultimi sistemi abbiamo una terza forza che ha colpito negli ultimi decenni. Insieme con la maggiore aspettativa di vita vi è anche un progressivo invecchiamento della popolazione (la famosa questione demografica, più volte rimarcata, col dato della natalità tendente allo zero), il che aumenta il tasso di dipendenza (ossia il numero di persone in età pensionabile per ogni persona che col lavoro ed i relativi versamenti contributivi va a finanziare il sistema pensionistico), che naturalmente riduce le entrate per finanziare le pensioni future. In Cile, oggetto del nostro modello di studio, ci sono una serie di ulteriori difficoltà: basso tasso di partecipazione delle donne; alta evasione; sottostima dei contributi e il fatto che il contributo è determinato come percentuale dello stipendio al tempo, tasso di sostituzione che rende l’importo della pensione minore degli ultimi stipendi percepiti. Questa ultima criticità crea un problema soprattutto nei paesi in cui, a seguito della forte crescita negli ultimi 30 anni, i salari reali al momento del pensionamento sono sostanzialmente superiore al salario medio reale della vita lavorativa del neo pensionato, ciò, come anzi detto, finisce per influenzare il tasso di sostituzione, perché quest’ultimo viene confrontato con lo stipendio in età pensionabile. Questo porta a problemi di caduta redditi reali e un problema di aspettative, che interessa anche la fiducia nel sistema, minandolo. Tutto questo è maggiore quando anche una parte importante della popolazione non capisce come funziona il sistema, anche ignorando i parametri di base dell’accumulo di risorse e di calcolo delle pensioni. Alcuni di questi problemi possono essere affrontati con misure atte a promuovere l’occupabilità degli uomini e delle donne in generale, e le persone oltre i 50 anni di età, con una migliore “educazione finanziaria” per i lavoratori e la consapevolezza dell’importanza dei contributi continui. Nella stessa direzione, per aumentare il tasso di sostituzione contro i problemi affrontati in questa analisi (in particolare l’aumento della speranza di
vita e il calo dei tassi di interesse reali) è consigliabile: 1) aumentare il tasso di contribuzione, come proposto anche dalla Commissione Bravo (in
realtà, la media OCSE è 19,6%); 2) mettere in campo misure per agevolare il mantenimento dell’occupazione e dell’occupabilità delle persone oltre i 50 anni; 3) l’aumento dell’età pensionabile richiesta per gli uomini e le donne (di età superiore a 65 anni per gli uomini e significativamente più di 60 anni per le donne) lavoratori. Invero i sistemi a ripartizione non sono stati immuni da questi problemi, ma in questi casi le soluzioni sono state molte volte peggiori dello stesso male: riduzione dei benefici definiti, aumento dei contributi dei lavoratori attivi (con effetti importanti sulla occupazione), riduzione di altre voci di spesa pubblica e/o aumento generale della pressione fiscale. Tra i miti da sfatare, invece, per quanto riguarda il sistema pensionistico che proponiamo ci sono quelli che sostengono che il tasso di rendimento dei fondi è stato molto basso e/o che le commissioni applicate dai gestori dei fondi pensione sono molto elevate. Ciò non è coerente con la realtà. Come evidenziato anche dalla Commissione Bravo, il rendimento medio dei fondi pensione è dell’8,6% reale, che è un dato piuttosto alto. Questo è un risultato piuttosto importante, dovuto anche ad una sana ed oculata gestione da parte degli amministratori e del management dei fondi pensione. Per quanto riguarda le commissioni, che naturalmente influenzano i rendimenti netti, spesso si sostiene che queste siano molto alte, il che è strano a prima vista, date le economie di scala di questo settore e una maggiore concorrenza nel settore. Infatti le commissioni sono in media nell’ordine di solo lo 0,6%, che è inferiore alla media dello 0,9% applicato da fondi pensione privati nei paesi OCSE. In considerazione degli argomenti che abbiamo qui trattato, è sorprendente che alcuni membri della Commissione Bravo tornino a parlare di un ritorno di un sistema previdenziale a ripartizione. A questo proposito, vale la pena considerare il parere del professore del MIT e premio Nobel l’economista Peter Diamond, che è anche uno dei più autorevoli esperti mondiali in materia di pensioni ed è anche un grande conoscitore del sistema cileno. Il professor Diamond si è espresso di recente sulle raccomandazioni della Commissione Bravo “Porre fine al sistema AFP sarebbe un errore enorme. Il Cile ha lavorato duro per cercare di far funzionare il sistema, come ha fatto. E sono tanti i paesi che cercano di imitarlo, e che hanno fatto e fanno un buon lavoro. Il Cile ha reso il sistema AFP semplice, quando in realtà è molto difficile. Certo alcuni miglioramenti sono indispensabili, ma il ritorno ad un sistema a ripartizione sarebbe terribile per il Cile. E’ chiaro che questa marcia indietro non è sostenibile”. Infine, vale la pena ricordare che in Cile il modello ideato da José Piñera ha avuto anche effetti positivi sul risparmio, sugli investimenti, sull’occupazione, sulla corporate governance delle società cilene e, in ultima analisi, sulla crescita complessiva del Cile (Corbo e Schmidt – Hebbel, 2003). In conclusione, più che una riforma, quello che oggi è richiesto è di apportare miglioramenti al sistema attuale, senza stravolgimenti.

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