Condotte di guerra

di Luigi Gravagnuolo

daesh

Lo scorso 26 luglio a Rouen, nella chiesa di Saint-Etienne du Rouvray, la messa era cominciata alle 9:30, come tutti i giorni feriali. Suor Hélène era lì, in preghiera, quando, alle 9:40, due terroristi islamici vi fecero irruzione armati di coltellacci e sgozzarono il celebrante, l’ottantaseienne padre Jacques Hamel. I due presero in ostaggio anche suor Hélène, insieme ad altre persone, prima di essere a loro volta colpiti ed uccisi dalle teste di cuoio francesi. Il fatto durò in tutto cinquanta minuti, ci dicono le cronache. Alle 10:30 era tutto finito.
In quel lasso di tempo i due fondamentalisti imbastirono con suor Hélène un improvvisato dialogo. Le chiesero se conoscesse il Corano. Alla sua risposta affermativa, incalzarono, chiedendole quali sure del Corano lei ricordasse meglio. La suora citò quelle che parlano della pace. Al che, secondo il racconto della religiosa, uno dei due avrebbe replicato: <<La pace è quello che noi vogliamo; ma, fin quando cadranno le bombe in Siria, noi continueremo gli attentati. Quando voi vi fermerete, ci fermeremo anche noi>>.
Spiegazione più sintetica della causa del terrorismo islamico in Europa non riesco a trovarla. Quelle degli attentatori sono azioni che si iscrivono nella logica della guerra in corso; non sono spiegabili con categorie psicologiche o culturali, quali i disturbi mentali degli attentatori o il fanatismo religioso.
Oddio, non voglio negare che esistano anche componenti del genere, ma gli scopi degli attacchi sono strategici. Il Daesh vuole frenare l’offensiva alleata contro lo Stato Islamico, sperando che le opinioni pubbliche dei paesi occidentali, scosse dagli atti terroristici ed impaurite, spingano i rispettivi governi a sospendere i bombardamenti in Siria, in Iraq ed a Sirte in Libia. Che poi i soldati di tutte le guerre abbiano da sempre trovato le motivazioni dentro di sé in ideologie forti, spesso in fanatismi a tinte religiose, è scontato. Nulla di sorprendente quindi che i terroristi portino i loro assalti al grido di Allah-u Akbar e che siano degli invasati. Se non lo fossero, non andrebbero al “martirio” col sorriso sulle labbra. Ma le loro azioni non si spiegano solo col fanatismo, che è l’effetto più che la causa del fenomeno.
C’è tuttavia anche un’altra componente che alimenta il terrorismo, specie quello dei giorni scorsi. Un terrorismo fai da te, sembrerebbe: non c’è paragone tra la preparazione e l’equipaggiamento degli attentatori dello Charlie Hebdo, o di quelli del Bataclan e dell’aeroporto di Bruxelles, con quelli dei giorni scorsi. A Nizza la strage è stata perpetrata per mezzo di un tir nelle disponibilità dell’assalitore, che di mestiere faceva l’autotrasportatore; a Rouen, i due assassini che se la sono presa con un ultra ottuagenario erano armati di coltellacci; in Germania, a Londra, altrove in Europa, i terroristi portano gli assalti ad inermi cittadini con armi rudimentali. Insomma, non pare proprio che l’ISIS disponga oggi in Europa di gruppi armati potenti e ben equipaggiati, tali da poter portare una minaccia seria al nostro continente. Ed a casa sua, sullo scacchiere del fronte bellico, sta arretrando: per la caduta di Sirte ormai si contano le ore; ad Aleppo l’Isis è già fuori gioco e la battaglia è tra filo Assad e filo sauditi; Mosul è sotto tiro.
I terroristi “fai da te” di questi giorni, dunque, non sono veri e propri soldati inquadrati nel Daesh, ancorché quest’ultimo li istighi al martirio ed abbia tutto l’interesse a rivendicarne la paternità. Non sono neanche migranti arrivati sui barconi, essendo tutti cittadini di Stati europei di seconda e terza generazione. Sono giovani spinti dalla rabbia. Quella che li prende per la propria condizione di subalternità sociale, e quella che li sopraffà nel constatare quotidianamente, nelle proprie terre di provenienza, case distrutte e bambini, vecchi, donne sterminati dai bombardamenti. Vittime civili che si contano a decine di migliaia, mentre l’Occidente per un verso sgancia bombe a casa loro, per un altro a casa sua se la gode indifferente nella propria lasciva opulenza.
Il fanatismo religioso, dunque, c’entra in queste drammatiche vicende, eccome! Ma non ne è l’origine. Per mettere fine a queste tragedie, ne va rimossa la causa, non basta contrastarne gli effetti. La soluzione va cioè ricercata sul terreno sociale, militare e diplomatico. Non certo in isterie razziste.

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