Il Dio nascosto

di Luigi Gravagnuolo

  
Una cosa enorme, così il card. Bagnasco ha definito l’appello del Centro per il Culto Musulmano francese agli islamici europei a recarsi domenica scorsa a messa nelle chiese cattoliche, come segno di presa di distanza dagli autori del martirio di padre Jacques Hamel a Rouen. Un appello seguito da poche decina di migliaia di fedeli dell’Islam nel nostro continente. Poca roba, certo, ma pur sempre una breccia aperta nel muro dell’incomunicabilità.

Quella del rapporto tra le fedi è la frontiera più turbolenta del mondo contemporaneo. La breccia che si è aperta domenica scorsa, dunque, non va sottovalutata. Il contesto è la globalizzazione. Sotto il suo incalzare tutte le confessioni stanno vivendo tensioni interne, spesso laceranti: per un verso, sempre più forti sono le spinte identitarie e fondamentaliste; per un altro verso, nel mondo sembra volersi fare strada, poco alla volta, una sorta di religione ecumenica mondiale, una fede universale, propria dell’età della globalizzazione. Le due tendenze confliggono, spesso in modo cruento.

Sono rientrato da poche settimane da un viaggio in India, a detta di molti la nazione più “multiculturale” del mondo di oggi. Ho visitato tantissimi templi, da quelli induisti e buddisti alle sinagoghe, dalle chiese cristiane alle moschee. Ve ne racconto due.

Il primo è il Birla Mandir di Jaipur, edificato non molto tempo fa, nel 1988 e dedicato al signore Vishnu e alla sua consorte Lakshmi. Ciascun pilastro del porticato esterno è intitolato ai grandi “maestri di vita”, fondatori di religioni o semplicemente filosofi. Vi sono scolpiti i nomi e le effigi di Socrate, Zarathustra, Cristo, Sant’Antonio, la Madonna, Buddha, Confucio e di tanti altri, oltre che quelli delle divinità induiste. Mancano solo Allah, il profeta Maometto ed altri profeti musulmani; ma l’Islam, come si sa, ne vieta i simulacri. Al Birla Madir pregano pacificamente i fedeli di diversi culti, ciascuno conservando la propria identità.

Il secondo è il Lotus Temple di Nuova Delhi, stupenda opera dell’architetto persiano-canadese Fariborz Sahba. Inaugurato nel 1986, è a forma di un fior di loto, il fiore dell’amore e dell’immortalità. Contrariamente al Birla Mandir, non vi è raffigurato alcun Dio, o Maestro, o Profeta, o Saggio che sia. L’edificio è essenziale, privo di qualsivoglia riferimento visibile a singoli culti. Si compone di ventisette cappelle, distribuite per tre su nove “petali” del fior di loto; dispone anche di una sala centrale che può accogliere un paio di migliaia di fedeli. Chiunque vi voglia pregare, a qualunque confessione appartenga, può farlo, purché non pretenda in alcun modo di lasciare traccia di elementi identificativi della propria fede là dove si ferma a pregare. Al Lotus tutti pregano liberamente, ma nessuno esibisce la propria identità confessionale. Vi si prega una sorta di Dio comune a tutti, un Essere Supremo che prescinde dalle sue molteplici rivelazioni nel mondo.

Il Lotus Temple mi ha fatto venire in mente un terzo tempio, che oggi non c’è più. Sorgeva due millenni fa ad Atene, dove – vale la pena di ricordarlo –convivevano devozioni verso diverse divinità, pagane, greche, latine o medio-orientali che fossero. Troviamo citato questo tempio negli “Atti degli Apostoli”, laddove si racconta che San Paolo, trovandosi ad Atene, fu colpito dal gran numero di templi ed altari presenti in città e dedicati a diversi “idoli”. Cominciò quindi a parlare del Cristo nell’agorà. Non sfuggì alla curiosità ed alle preoccupazioni degli Ateniesi quell’apostolo di una nuova fede, che fu perciò preso e portato nell’aeropago, affinché si confrontasse con i filosofi ed i sacerdoti più autorevoli di Atene. Gli fu quindi chiesto di illustrare la sua dottrina. Paolo disse loro: <<Ateniesi, sotto ogni punto di vista io vi trovo sommamente religiosi. Infatti, passando ed osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare su cui stava scritto “Al Dio ignoto!”. Orbene, quello che voi venerate senza conoscerlo, io vengo ad annunciarlo a voi: il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che in esso si trova>> [At, 17.22].

Quell’altare era dedicato al Dio universale, inaccessibile, inafferrabile nella sua ultima ed intima essenza da una singola rivelazione. Ignoto, appunto. Dio, infatti, non si lascia afferrare, è nascosto alla ragione umana. San Paolo prometteva di svelarne la natura ultima, forte della verità predicata dal Cristo. Ma – a distanza di due millenni possiamo ben dirlo – l’essenza di Dio resta al di là dei limiti della conoscenza umana. E Cristo non ha rivelato cos’è Dio, bensì solo quello che Lui vuole da noi. Ci dice che il Padre ci ama e che vuole che noi Lo amiamo e che Lo cerchiamo; e che ci chiede di amarci tra noi, di cercarLo assieme. I grandi iniziati, di tutte le fedi, hanno da sempre “rivelato” questo stesso messaggio. In questa duplice consapevolezza – Dio si nasconde ai nostri occhi mortali, ci chiede solo di amare il prossimo come noi stessi – ci sono le fondamenta del dialogo tra le fedi.

Un pensiero su “Il Dio nascosto

  1. Il Dio nascosto è il DIAVOLO , la cui parola rivela <DIO-IDOLO-ODIALO< dove egli si rappresenta nella STATUA che rivela essere ASTUTA , come il DIAVOLO, padre della MENZOGNA , ossia del GENOMA (Umano) , parola celata in MENZOGNA, adesso non è più NASCOSTO, in quanto SCOPERTO , la cui parola rivela in TESORO e se volete conoscere la Verità dovete scoprire la BUGIA !!!! ciaooo da GIANNI<INGANNI<

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