Come siamo entrati nelle sabbie mobili (Parte III)

di Angelo Giubileo

innocenzi_ev

In questa terza e ultima parte, riprendiamo il racconto del banchiere Fabio Innocenzi esattamente dalla questione del “mark to market” di Italease. “Mattina. Apre il mercato. Italease viene immediatamente sospesa al ribasso. Non riesce a fare prezzo. Il mercato è colto dal panico. Se la banca ha un mark to market che è salito di duecento milioni che cosa ha venduto ai clienti? Saranno disponibili questi clienti a farvi fronte? Oppure si rifiuteranno e la perdita potrebbe diventare di Italease? E se i quattrocento milioni diventassero seicento? Se diventassero tre miliardi? Ne risente anche il Banco. Detiene azioni di Italease in ammontare triplo rispetto all’Emila e ad Antonveneta e, a differenza loro, è un titolo quotato sul mercato principale e con un grosso flottante” (286).

Il meccanismo di leva dei derivati, sia “di copertura” che tanto più “speculativi”, innescherà così la crisi dei titoli di borsa fino alla paralisi del mercato monetario: “Non si scambia più nulla. Nessuno presta. Nessuno si fida. Non ho mai visto una cosa del genere” (310). La “bomba” è scoppiata e gli effetti dell’esplosione si propagheranno per molti anni ancora. Il primo fallimento di una big (grande) internazionale è quello di Northern Rock. E’ ancora il 2007 e “nella City di Londra, la gente è in coda per ritirare i propri soldi. Per scappare dalla banca ritenuta la ‘migliore’ fino a pochi giorni prima” (313). In breve tempo, tocca ad altre due grandi banche mondiali, la Lehman Brothers e la Washington Mutual. In tutto il mondo, qual è la “prima reazione”?

La prima reazione si misura nel crollo delle quotazioni di tutti i titoli e soprattutto nel totale azzeramento del mercato interbancario. Nessuna banca è più disposta a prestare i soldi a un’altra banca” (356). Zero finanziamenti, zero crescita!

Appare o meglio, come stiamo vedendo, accade anche che la politica si mostra incapace di una soluzione o exit strategy. Si discute del perché, invece di sostenere politiche di “austerity”, essa non provi piuttosto, anche in funzione anticiclica, a promuovere “nuova” crescita e “nuovo” sviluppo. Ma è evidente, attraverso il racconto, che per fare questo occorrerebbero “nuovi” finanziamenti (o investimenti), in particolare servirebbero iniezioni di “liquidità” – cosa di cui, in Europa, si farà poi carico per prima la Bce – all’intero sistema del credito, e soprattutto, in un sistema globale e “bancocentrico”, alle banche in difficoltà.

Alle stesse banche a cui fin da ora spetta l’obbligo prioritario, e via via imprescindibile, di ridimensionare le proprie ambizioni e mettersi in sicurezza. Siamo nel 2008, e questa è la scelta di sistema compatibile che, in Italia, il management del Banco Popolare e della “controllata” Italease simultaneamente assume. A tale proposito, Innocenzi annota: “Le altre banche italiane non sanno che cosa fare. UniCredit, Intesa e UBI sono indecise: non capiscono se abbiamo ragione noi a pensare che sia chiuso per sempre il periodo di ‘vacche grasse’ o se abbia ragione chi pensa che la crisi sia già finita e che presto tornerà l’euforia della crescita. L’esempio più clamoroso è quello del Monte dei Paschi. Ha effettuato proprio in queste settimane l’acquisto di Antonveneta da Santander. Ha comperato la banca a nove miliardi di euro (…) esiste ancora la voglia di ‘fare finta di nulla e comprare per crescere’” (323-4).

La crisi europea delle banche non è ancora divampata e oggi, sappiamo, non ancora risolta in via, per così dire, definitiva. Con il senno di poi, di cui si è detto in principio, sappiamo anche che “il Cigno Nero (della crisi)” si è avvalso tuttavia di atti e comportamenti in frode, che hanno pesato in negativo, talvolta fino al default delle società interessate, sia sui bilanci delle stesse che sulle relative operazioni sia di mercato che di borsa.

Il racconto volge al termine. Siamo al 2011, all’apice della crisi in Italia, e tra le altre annotazioni di Innocenzi mi sembra che questa ancora sia oltremodo significativa: “I gruppi bancari italiani, Intesa compresa, non sembrano però avere la forza di affrontare le difficoltà del momento in maniera davvero incisiva. Quando è esplosa la crisi le grandi banche internazionali come UBS hanno reagito con una cura sanguinosa, da cavallo, in termini di drastiche riduzioni di costi e sofferti aumenti di capitale. Ma proprio per questo hanno potuto ripresentarsi sul mercato, ben capitalizzate, pronte a riassumere e dare speranza ai propri dipendenti. Da noi gli equilibri di governante degli istituti di credito e la rigidità del mercato del lavoro non l’hanno consentito” (417-8).

Un libro davvero eccellente. Un mio personale grazie all’Autore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...