Scuola: prendiamo esempio dalla illuminata Svezia

di Domenico Campeglia

scuolaelementare

E’ di questi giorni la notizia, lanciata dal quotidiano “Il Giornale”, seconda la quale il premier Matteo Renzi avrebbe iscritto i propri figli ad un prestigioso istituto scolastico privato in luogo di uno pubblico. Palazzo Chigi si è affrettato a smentire. “Contrariamente a quanto riportato dal Giornale nessuno dei figli di Matteo e Agnese Renzi cambierà scuola il prossimo anno. Al contrario due ragazzi frequenteranno gli identici istituti statali dello scorso anno. La terza continuerà a frequentare la scuola elementare internazionale”.  Anche se la nota non chiarisce se la scuola elementare internazionale sia pubblica o privata. Il Giornale infatti aveva riportato la notizia: “La libertà scolastica è cosa buona e giusta ma in Italia, purtroppo, funziona solo per chi se la può permettere mentre per tutti gli altri c’è la solita minestra riscaldata della scuola statale. Dunque, le scelte scolastiche del capo del governo che riforma la scuola degli italiani ma iscrive i suoi figli alla scuola americana riguardano tutti. Il presidente del Consiglio che preferisce iscrivere i figli a una scuola privata sta di fatto dicendo di non fidarsi della qualità dell’istruzione della scuola statale”. Ma noi vogliamo cogliere l’occasione per rilanciare un articolo del lontano dicembre 2008, allora pubblicato su “Libero Mercato”.

Quando si parla di riforme, non manca quasi mai, soprattutto a sinistra, un riferimento al modello nordico. Svezia, Norvegia e Danimarca vengono additate come esempio di progresso e di modernità da imitare. Molto spesso quel modello è più un ricordo del passato che non un’accurata descrizione del presente. Lo Stato – mamma che si prende cura dei cittadini dalla culla alla tomba è sempre meno tale.  A partire dagli anni ’80 si è arrestato il processo di espansione del ruolo pubblico nell’economia e, quindi, la crescita della spesa pubblica e della tassazione.

Ma lo Stato ha fatto un passo indietro altrettanto importante in un altro settore: quello della scuola, afflitto da problemi non dissimili dai nostri, livelli di apprendimento via via più modesti e diffuso malcontento sia da parte degli insegnanti che dei genitori. A partire dal 1992, è stato adottato sia nelle scuole dell’obbligo che in quelle secondarie il sistema di buono-scuola. In tale assetto, proposto a livello accademico già nel 1955 da Milton Friedman e, ancor prima, attuato in Olanda nel secondo decennio del XX secolo, viene meno il monopolio statale di fatto dell’istruzione che, per quanto si tenda a dimenticarlo, non è affatto la conseguenza diretta della volontà di garantire a tutti l’istruzione gratuita.

Immaginiamo infatti che lo Stato voglia garantire a tutti un diritto ancor più essenziale della scuola ossia quello dell’alimentazione. Per farlo potrebbe seguire due strade: dare ad ogni famiglia un contributo in denaro e poi lasciare che ciascuno scelga presso quale negozio di generi alimentari rifornirsi oppure creare una catena di attività commerciali di Stato e consentire a tutti l’accesso gratuito. Quale dei due sistemi funzionerebbe meglio? Quello nel quale sono gli individui e le famiglie a scegliere ed i produttori liberi di decidere quale servizio offrire oppure quello dove non c’è competizione o, meglio, si può optare solo tra gli esercizi con il bollino statale? In quest’ultimo caso chi desiderasse scegliere un altro esercente sarebbe costretto a pagare due volte: prima con le tasse per finanziare i negozi pubblici e poi per fare la spesa dove preferisce. Solo i più ricchi potrebbero farlo, proprio come accade oggi nel settore scolastico. I molti detrattori del buono scuola obiettano però che l’istruzione è diversa e non può essere paragonata ad altri settori. Le loro ragioni non sembrano però reggere ad un attento esame. Vediamone alcune:

  1. la scuola è un bene primario e non può essere lasciato al mercato. Ovviamente lo stesso ragionamento potrebbe essere svolto, e con più forza, per l’alimentazione ma, fortunatamente, finora nessuno l’ha fatto. Il sistema del buono-scuola è peraltro ben lontano dall’essere una soluzione di mercato: è una forma attenuata di socialismo che tenta di porre rimedio alle conseguenze più negative dell’intervento pubblico; ad esso sarebbe per molti versi preferibile l’alternativa che prevede di dare alle famiglie la possibilità di detrarre dalle tasse le spese sostenute per l’istruzione (il buono-scuola verrebbe erogato solo a coloro che, avendo redditi molto bassi, non potrebbero approfittare della riduzione delle imposte).
  2. le scuole private non possono essere finanziate con soldi pubblici. I soldi pubblici sono in realtà una finzione retorica: non esistono. I finanziamenti che lo Stato destina all’istruzione non sono “suoi”: sono stati prelevati dalle tasche private dei contribuenti. E’ il sistema attuale che obbliga tutti a pagare per la scuola statale sia che se ne vogliano sfruttare i servizi che nel caso in cui si preferisca rinunciarvi.
  3. il buono-scuola esaspererebbe i conflitti ideologici nella società. Ogni gruppo sociale finanzierebbe la propria scuola ed indottrinerebbe gli alunni che la frequentano. L’esperienza ci dimostra però che è vero il contrario. E’ in un sistema nel quale uno solo decide per tutti che vengono esaltate le contrapposizioni fra i diversi soggetti. E’ preferibile il maestro unico o il modulo? E’ meglio fare indossare il grembiule agli allievi oppure no? Ed il voto in condotta deve far media con gli altri? O, ancora: l’ora di religione deve far parte dell’insegnamento oppure no? E il Crocifisso deve rimanere nelle aule? Domande a cui si possono legittimamente dare risposte diverse. Ma, mentre nell’attuale assetto chi non condivide il punto di vista del Ministro pro-tempore (che sarà verosimilmente contraddetto dal suo successore) non ha altra strada che quella di scendere in piazza, protestare e, nella migliore delle ipotesi, arrivare ad una soluzione di compromesso, con il sistema del buono-scuola sarebbe libero di creare una nuova scuola, deciderne le regole e poi competere con altre offerte formative. E gli interminabili dibattiti che accendono ripetutamente gli animi delle varie componenti della società italiana non avrebbero più ragione di esistere.
  4. le famiglie non sarebbero in grado di scegliere la scuola migliore per i propri figli. L’argomento, come ha spesso ripetuto Dario Antiseri è, soprattutto per dei sinceri democratici, offensivo: uomini e donne cui a diciotto anni si affida il compito di scegliere il governo del Paese sarebbero, più avanti negli anni, incapaci di decidere qual è la scuola più consona per i figli. In ogni caso, una famiglia, quando sbaglia, sbaglia per uno; il Ministro, se sbaglia, coinvolge tutti nell’errore.

Gli svedesi sembrano averlo capito. La riforma del settore, introdotta inizialmente da un governo conservatore e vista con scetticismo dai socialdemocratici, ha poi trovato il consenso anche di questi ultimi che, tornati al potere, non l’hanno abolita.
Ai tempi della riforma vi erano solamente novanta scuole dell’obbligo non statali. Nell’anno successivo si passò a 166. Oggi le scuole private (cooperative di docenti, società profit e non profit) sono quasi seicento, frequentate da 75mila alunni, poco meno dell’8% del totale, percentuale in costante ascesa. Ancor più elevata, intorno al 13%, è la quota di studenti delle scuole secondarie indipendenti.

E la concorrenza, come in ogni altro settore, sembra aver stimolato a far meglio le stesse scuole statali. Perché non provare a seguirne l’esempio invece di continuare a cercare di imporci vicendevolmente, da destra e da sinistra, un presunto modello di scuola ideale e, nel contempo, assistere ad un progressivo degrado della qualità dell’insegnamento?

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