Come siamo entrati nelle sabbie mobili (Parte II)

di Angelo Giubileo

innocenzi_ev

Nel marzo del 1999 assistiamo al lancio di vere e proprie OPA (offerte pubbliche di acquisto) di mercato da parte di UniCredit su Comit e Sanpaolo su Banca di Roma. Siamo già nel pieno dell’era della privatizzazione delle banche italiane, che vede schierate da una parte il management e le “public company” e dall’altra, mediante una battaglia di retroguardia, i soggetti della “politica” e “istituzionali” che invece vogliono, a proprio dire, “salvare l’italianità delle banche”. Proprio come avviene in uno dei casi, narrato e vissuto da protagonista dall’Autore e che ha riguardato il fallito tentativo del Banco Popolare di “acquisizione” della BNL (172-216).

A dimostrazione, se pure ce ne sia ancora bisogno, che in Italia la politica vorrebbe continuare a esercitare il controllo sulle banche. In proposito, Innocenzi scrive molto più avanti nel libro che “Intesa Sanpaolo è completamente diversa da Unicredit e dal Banco. E’ lo specchio dell’Italia, della sua complessità, delle sue contraddizioni. E’ controllata da fondazioni bancarie sparse in tutto il paese che riflettono tante anime politiche diverse fra loro (…) Sembra una giungla incompatibile con il concetto di società quotata … no! Intesa Sanpaolo è stata l’unica banca italiana a passare quasi indenne la crisi” (403).

Ma, senza interrompere il filo narrativo, la questione primaria – che a fine e inizio secolo si pone, con la nuova fase di sviluppo – è in effetti quella di una nuova “crescita economica”, su scala globale, finanziata, come accade e accadrà rapidamente, da un forte incremento dell’attività finanziaria di credito concesso a comunità internazionali, stati, imprese e cittadini. Lo sviluppo di un’economia, a debito o meglio “di debito”, che alcuni autori non esitano a definire “di carta”, e almeno pari oggi, secondo stime più accreditate, a quindici volte il peso dell’intera “economia reale produttiva”, viceversa di beni merci e servizi.

Un’economia, in generale, che si presta a un maggiore “rischio d’impresa”, in genere fronteggiato mediante la costruzione di strumenti finanziari sempre più complessi, cosiddetti “di cartolarizzazione”, tecnica che comporta la trasformazione dei beni o dei debiti/crediti (securitization) in titoli obbligazionari, che vengono poi  collocati presso il pubblico. Tra questi tipi di strumenti, i più noti e presto anche i più famigerati, sono i “derivati”.

Fabio Innocenzi – a fronte dell’esperienze vissute in prima persona, sia di direzione bancaria che d’imputato, scrive: “I derivati sono come gli aerei. Ci sono quelli che ti portano da Milano a New York e quelli che abbattono le torri gemelle (…) In tanti casi, i problemi con i derivati nascono dal fatto che derivato e finanziamento sottostante a un certo punto possono non essere più allineati, e quindi anche se alla nascita era perfetto diventa ad alto rischio” (138; 140).

I derivati caratterizzeranno la vicenda di Italease, vicenda per la quale il nostro banchiere sarà rinviato a giudizio per l’imputazione coatta dei reati di “aggiotaggio” e “falso in bilancio” e dalle quali uscirà assolto con formula piena (418-491).

Che cos’è successo con i derivati in Italease?

La quale società diviene, a breve, una controllata del Banco Popolare, terzo gruppo bancario nazionale, all’emergere della crisi internazionale deimutui subprime, e si avvale in principio di oltre duemila filiali su tutto il territorio nazionale.

Questo è quanto, a sorpresa, potremmo dire Innocenzi apprende a seguito di un’agenzia di stampa del 24 maggio 2007 con la quale “Banca Italease comunica che il mark to market di derivati è cresciuto dai duecento milioni del 3 dicembre scorso ai quasi quattrocento milioni attuali” (283). Premesso che il “mark to market” è, potremmo dire semplificativamente, una “valutazione” compiuta “secondo il mercato”; Innocenzi, in pratica, scopre che quanto riportato dall’agenzia “teoricamente è possibile solo se sono stati venduti derivati con leva crescente e penalizzante al crescere dei tassi d’interesse (… e attraverso un esempio): un derivato promette di fare dimezzare l’onere per interessi al cliente se i tassi salgono dall’1% al 2%, ma il cliente deve invece pagare dieci volte tanto se i tassi superano il 3%. Nel momento in cui i tassi raggiungono il 3%, esplode il mark to market. C’è un effetto bomba” (284).

Quell’effetto, che esplode con la crisi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...