La fine di una crisi, dialogo a due voci

di Angelo Giubileo

cè-crisi

A.: Dieci anni di crisi. Ma è finita.

F.: In che senso, scusa? Prima i mutui subprime statunitensi, poi i debiti sovrani di paesi europei come il nostro, e ora che dire delle banche? E, bada bene, non solo le nostre. Hai letto che laDeutsche Bank ha nel suo portafoglio derivati per un valore complessivo pari a circa 15 volte il PIL tedesco?

A.: Non lasciarti ingannare. La crisi c’è stata, ma come si usa più spesso dire nel gergo economico si è trattato piuttosto di un ennesima asimmetria, davvero una “mancata corrispondenza o proporzione fra due o più parti di una stessa configurazione o distribuzione”.

F.: Ah ah, più che economico, il tuo linguaggio mi sembrapolitichese

A.: Ok, allora iniziamo con il dire che la politica c’entra in questa storia, ma non nel senso che tu credi o, per meglio dire, puoi più facilmente pensare. Nel presente, la politica dovrebbe governare processi sia sociali che economici, che oggi è meglio definirli finanziari, che viceversa non è più in grado di controllare …

F.: E quindi anche tu credi alla teoria dei cosiddetti poteri forti.

A.: Poteri forti è un’espressione che non dice nulla. Se non che, oggi, l’economia, e quindi la finanza, orienta e indirizza le decisioni della politica. In generale, direi che il mondo, o meglio ancora l’Occidente è diventato ricco abbastanza da fare a meno della politica. Ma fai attenzione a quanto dico, nel senso che mentre prima era la politica a fungere da leva per la crescita e lo sviluppo oggi invece è l’economia stessa a fungere da volano.

F.: Ma è pur sempre la politica che decide …

A.: Tu credi? Qual è il fine della politica? Quale dovrebbe essere, per così dire, il suo ruolo? Promuovere la crescita e lo sviluppo di individui, famiglie, imprese e, rispetto a una visione ancora ottocentesca, stati. Quel complesso di cose che, fino a metà del secolo scorso, erano le nazioni. Tutti, proprio tutti, vittime di guerre (militari), che vorremmo che davvero non accadessero più.

F.: In breve, stai facendo l’esempio della nascita della nuova comunità europea all’indomani della seconda guerra mondiale. E invece, a seguito della crisi a cui abbiamo accennato, questa stessa comunità sembra avere rinunciato all’iniziativa politicache viceversa avrebbe dovuto e dovrebbe piuttosto caratterizzarla …

A.: In una recente intervista, dopo Brexit, il celebre filosofo tedesco contemporaneo, una volta si sarebbe detto di “sinistra”, Jurgen Habermas conclude sostenendo, ora leggo: “Già durante il percorso i cittadini (europei) devono poter riconoscere, che vengono affrontati quei problemi sociali ed economici, che causano la incertezza, la paura di una retrocessione sociale e il sentimento della perdita di controllo. Stato sociale e democrazia costituiscono un contesto intrinseco che in una comunità monetaria non può più essere garantito dal singolo stato nazionale”. Mi sembra una sintesi perfetta, ma fai bene attenzione ai concetti usati. Habermas, in pratica, dice che la crisi consegue sia all’“incertezza” ovvero alla “paura” dei cittadini di “una retrocessione sociale” che, in generale, al “sentimento di perdita di controllo” dei processi di cambiamento. E inoltre, posto che il “contesto” europeo e globale di riferimento, di per sé acquisito, è proprio di “una comunità monetaria”, questo medesimo “contesto” “non può più essere garantito dal singolo stato nazionale”. Pensi, dunque, di tornare indietro? Sei preso dalla nostalgia dei tempi che sono stati o piuttosto che furono?

F.: A questo punto, ritengo che sia più interessante continuare con il tuo ragionamento. E quindi, secondo te, quale sarebbe l’exit strategy? O, addirittura, come tu dici, quale sarebbe stata, secondo te, l’uscita dalla crisi, già realizzata …

A.: Se consideriamo bene, la posizione di Habermas non è nuova. Anzi – dopo Brexit e l’agognata revisione da parte di molti governi del patto di Schengen sulla libera circolazione (anche) dei migranti -, la definirei una posizione datata. Purtroppo sì, ma datata! La premessa del discorso è la realizzazione di una sempre maggiore ed efficace e definitivaintegrazione politica tra gli stati dell’Unione, ma l’affermazione conclusiva del ragionamento mentre contrasta con il meccanismo regolatore “intergovernativo”, definito “realistico” e riproposto infine da Schauble, rafforza viceversa il principio “economicista” sostenuto dai paesi dell’est e del nord scandinavo.

F.: Temo di non capire …

A.: E allora, ascolta bene quanto sto per dirti. Nell’UE-28, tra il 2004 e il 2014, la spesa per consumi finali è cresciuta in media del 9%, e addirittura quella corrispondente delle Amministrazioni pubbliche del 13%, entrambe in rapporto al PIL. Nello stesso periodo, la corrispondente spesa per investimenti è invece diminuita dell’1,8% sempre in rapporto al PIL. Altro che austerity

F.: Vuoi dire che, complessivamente, i cittadini europei hanno speso di più. Ma, non vorrai dirmi, anche tu, che noi italiani siamo diventati, complessivamente, più ricchi? Ho letto, infatti, che una ricerca del Credit Suisse, datata 2015, sostiene che l’Italia sia addirittura il paese europeo con la maggiore ricchezza netta per famiglie

A.: E non sbaglia il Credit Suisse, se raffronti il dato anche con quello fornito da Bankitalia, che ha stimato al 2012 una ricchezza delle famiglie italiane complessivamente pari a 8.542 miliardi di euro, in costante crescita dal 1995, e per i due anni successivi solo una conseguente piccolissima percentuale di riduzione complessiva di circa 100 miliardi. Una ricchezza complessiva, quindi, che non farebbe pensare ad alcuna crisi.

F.: E allora, continuo a non capire …

A.: In effetti, credo che tu lo capisca meglio attraverso due altri dati di sintesi, l’uno del FMI relativo all’andamento del debito pubblico e l’altro dell’Eurostat relativo all’andamento del debito privato nell’UE, entrambi in rapporto al PIL per parte stimato. Al 2015, la classifica del FMI del debito pubblico per paesi vede la Grecia al 2° posto (196,95%), l’Italia la 4° posto (133,11%), il Portogallo al 6° posto (127,80%), l’Irlanda al 16° posto (100,63%) e infine la Spagna al 18° posto (98,60%), nel mondo. Si tratta, come ben sai, dei cinque paesi che nell’area europea sono stati appellati come PIIGS (in inglese, letteralmente:maiali). Questi dati non ti sorprenderanno, in Italia se n’è parlato abbastanza … anche se poi, qui da noi, non si è fatto viceversa sostanzialmente nulla per tentare di abbassarne la misura. Anzi …

F.: E quindi, la nostra crisi sarebbe stata tutta colpa del debito pubblico?

A.: Non proprio o meglio non solo. Considera, infatti, anche l’altro dato del debito privato, a cui già ti accennavo, com’è mutato per i paesi che ti ho appena citato, dal 1998 al 2012 … Per la Grecia, dal 48,1% al 129,4% del PIL; per l’Italia, dal 69,4% al 126,4% del PIL; per il Portogallo, dal 134,2% al 223,8% del PIL; per l’Irlanda, il primo dato fornito dalla ricerca Eurostat è quello del 2008, pari al 256,5%, in aumento al 306,4% del PIL nel 2012; infine, per la Spagna, dall’87,2% al 195,3% del PIL …

F.: Vuol dire … un immenso ammontare di debito, in crescita e forse anche fuori controllo …

A.: Direi, non forse; ma, almeno fino a quando la crisi c’è stata – perché ora credo che tu capisca meglio il senso di questa frase rivolta al passato -, senz’altro fuori controllo.

F.: Scusa, e la Germania? Quali sono stati i dati registrati per la Germania?

A.: Debito pubblico al 70,75% del PIL al 2015 e un debito privatodal 119,8% (1998) al 106,7% del PIL a fine 2012!

F.: Credo allora di aver capito, ma vorrei farti un’ultima domanda …

A.: Mi scuserai, ma ora non ho più tempo. Ho da fare qualche acquisto rimasto ancora in sospeso … E confesso che me ne andai canticchiando il refrain di una canzone di Pino Daniele del 1991: Che soddisfazione/quanto costa la felicità/che soddisfazione/vivere in questa società/compri quello che ti pare.

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