Le barriere fra i mercati e la crisi dell’occidente

di Carlo Lottieri su “IBL

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I negoziati in materia di TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), procedono tra grandi difficoltà. Mentre inizialmente s’immaginava di poter arrivare già nel 2014 a una firma che permettesse di abbattere le barriere che ostacolano i commerci tra l’Unione europea e il Nord America, oggi c’è chi sostiene che non si potrà vedere alcun risultato prima del 2020. E questo perché le resistenze sono fortissime sulle due sponde dell’Atlantico.

In America è sufficiente ascoltare Bernie Sanders o Donald Trump per capire quanto sia ormai diffusa la convinzione che un’integrazione dei due mercati danneggerebbe i lavoratori statunitensi. Nei settori in cui talune aziende europee sono più competitive (in grado di produrre a minor prezzo e a migliore qualità) si teme una desertificazione sul lato americano. La paura è di vedere moltiplicarsi casi come Detroit, un tempo capitale globale dell’automobile e oggi città dai mille problemi.

Essenzialmente, in America gli argomenti dei protezionisti che avversano il TTIP focalizzano l’attenzione sullo shock che il sistema produttivo americano riceverebbe nel momento in cui le imprese e i consumatori statunitensi potessero avere accesso ai prodotti europei. La propaganda anti-liberale di destra e sinistra trascura ovviamente come il contrarsi di alcuni settori sarebbe più che compensato dall’espandersi di altri, ma ogni retorica interventista è sempre caratterizzata da mezze verità che si convertono in oggettive falsificazioni della realtà.

Se in America vi è forte una mobilitazione contro l’Europa non è da meno. Mentre molti americani pensano che il Vecchio Continente trarrebbe beneficio dal TTIP e a loro danno, in Europa si pensa esattamente il contrario e si guarda al trattato come a un regalo a favore degli yankee. In Francia o in Germania è vivo il timore di subire ripercussioni all’indomani di una riconquistata libertà di scambiare, ma qui il dibattito si focalizza soprattutto su temi di ordine ambientale. Si paventa, insomma, che possano arrivare in Europa prodotti che non rispettano il cosiddetto «principio di precauzione» e ammettono le innovazioni in campo agricolo (gli OGM, ad esempio). Nazionalismo, autoritarismo e paura del progresso s’intrecciano, facilitando il lavoro lobbistico di quanti avversano ogni cambiamento e avversano la concorrenza.

Negli USA come in Europa sono ben pochi a sapere cosa voglia dire una sigla come TTIP: a occuparsi del tema, su opposte barricate, sono soltanto piccoli gruppi di vario orientamento. È però vero che ovunque, una volta informata, l’opinione pubblica occidentale è tendenzialmente portata ad avversare l’integrazione economica. Un mondo occidentale declinante non appare quindi in grado di realizzare un unico mercato tra Europa e Nord America, perché ben pochi avvertono il carattere illegittimo di ogni barriera commerciale, che è un’autentica violazione del diritto naturale a cooperare con chi si vuole.

In questo senso è interessante osservare come furono diverse le discussioni che, un secolo e mezzo fa, portarono alla sottoscrizione di una sorta di TTIP ante litteram: e cioè all’integrazione del mercato britannico e di quello francese, realizzata nel 1860 grazie al trattato Cobden-Chevallier. Allora le due maggiori economie del mondo eliminarono molte barriere e realizzarono un rapido raddoppio degli scambi. A tutto questo si giunse però entro un’Europa che in prevalenza credeva nella libertà individuale e riteneva che il superamento delle dogane avrebbe non soltanto portato grandi giovamenti, ma rispondeva a criteri di giustizia.

In quell’epoca l’appello ai principi era più dalla parte di chi rivendicava il diritto a scambiare (entro una cultura nutrita di idealità liberali), mentre oggi chi difende il progetto del mercato atlantico in genere usa argomenti utilitaristici: sottolineando anche a ragione che l’integrazione economica creerebbe molti posti di lavori sia in Europa sia negli USA.

Oggi si appellano ad argomenti di ordine morale soprattutto quanti sono contro il mercato e questo la dice lunga su come è cambiata la sensibilità occidentale negli ultimi due secoli. Benché sempre più regolato e pure soffocato da una tassazione opprimente, oggi il capitalismo è ritenuto responsabile di ogni nefandezza. La libertà non piace e anzi spaventa.

D’altra parte, una parola come «liberalizzazione» non è quasi mai associata ai temi della libertà, ma invece al venir meno di protezioni e garanzie.

Numerosi imprenditori difendono il protezionismo perché sono felici che i consumatori non abbiano scelta, mentre molti politici e burocrati temono che la creazione di un largo mercato internazionale impedisca loro di «governare» la società. Interessi, ideologie e logiche di dominio s’intrecciano, lasciando minoritari quanti invece vorrebbero poter preservare il diritto di agire liberamente. Tutte queste discussioni sul TTIP dominate da buoni o cattivi argomenti economici, ma sempre sganciate da ogni considerazione di ordine etico ci dicono che il mondo di tradizione europea, se vuole avere un futuro, deve riscoprire un proprio idealismo liberale. E che se questo non avverrà, ogni scenario a tinte foschie può farsi realistico.

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