La botta di Renzi, la forza 5S, il dilemma a destra…

di Oscar Giannino

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Un voto, ancora una volta, più che spiegabile: gli elettori italiani esprimono scelte non inattese, ma comprensibili e ragionevoli, vista l’evoluzione dell’offerta politica che si trovano di fronte rispetto ai guai del paese. Chi se ne sorprende, è evidentemente prigioniero o del passato o delle proprie propagande. Qualche sintetica considerazione, distinta per aree politiche.

Pd- Il risultato di Roma era scontato, quello di Torino esprime il no della maggioranza della città a un blocco di potere cementato sul Pd da decenni, e su 25 capoluoghi il Pd ne governava 21 (in uno alleato con civiche) e ora ne ha 8 ergo ne perde 13, dal Nord al Sud senza eccezioni, Trieste, Pordenone, Torino, Novara, Savona, Grosseto, Roma, Latina, Benevento, Isernia, Brindisi, Crotone, Carbonia. A Milano, la vittoria di un soffio avviene grazie a un estraneo alla ditta, scelto da Renzi ma che comunque in campagna elettorale ha dovuto piegarsi a sinistra sulla pattuglia di assessori ex Pisapia più connotati in senso radicale, assolutamente non renziani. A Roma e Napoli per il Pd la situazione è disastrosa. Nel Sud il partito è organizzato sotto il comando autonomo di De Luca in Campania extra Napoli e di Emiliano in Puglia, in Calabria e Sicilia ha gli stessi guai e commistioni clientelari dei vecchi partiti. Renzi ha inciso poco come segretario, sulle vecchie leadership locali, ma a tre anni dall’avvio della sua esperienza non può ormai – tranne che per Mafia Capitale – dar la colpa al passato. L’autoconvinzione perdurante del 40% preso alle europee è stata un grave errore. La scelta di tener bordone ai regolatori finanziari compromessi col passato bancario ha allontanato centinaia di migliaia di risparmiatori e investitori. Lo storytelling intriso delle magnifiche sorti e progressive dei (pochi, per altro) grandi gruppi industriali pubblici e privati è stata avvertita come lontana anni luce rispetto a milioni di italiani alle prese con perdita di reddito e occupazione che resteranno per molti anni sotto il livello del 2007. E i deficit aggiuntivi in finanza pubblica non sono serviti a misure radicali per poveri e incapienti, ma per bonus discrezionali a tempo i cui effetti si cono comprovati effimeri, non tali da generare svolte profonde. Per Renzi c’è un problema serio. Ha lavorato nella convinzione che con l’Italicum la scelta italiana al ballottaggio – nazionale e locale – si riducesse tra l’unica governabilità responsabile, la sua naturalmente, e l’armageddon rappresentato dai 5 stelle. A oggi c’è praticamente quasi riuscito, a disegnare uno scenario simile: ma la differenza rispetto alle sue attese è che il Pd perde voti e sostegni, mentre se si votasse oggi con l’Italicum i pentastellati avrebbero grandi chances di batterlo. Non so dire se il premier potrà effettuare sul proprio carattere e metodo di lavoro, su quella sicumera ruvida verso ogni obiezione che lo contraddistingue, tutti i cambiamenti che sarebbero necessari per mutare il quadro nuovamente a proprio vantaggio. Penso però che aver ignorato l’aria che tira in tutta Europa, con molti elementi sia pur nelle diversità nazionali comuni a quelli italiani (Brexit eventuale, Podemos in Spagna, Afd in Germania, Fn in Francia, e via via continuando tra Austria, Polonia, Ungheria etc), non sia un errore facile da correggere.   
5S- La scelta di ridurre le città in cui presentarsi a quelle nelle quali la Casaleggio riteneva di avere affidabili candidati sindaci e consiglieri potrà far storcere il naso a molti e anche a me, ma funziona: 19 ballottaggi vinti su 20. Com’è ovvio, chi qui scrive non condivide il nocciolo iperstatalista di molti capisaldi delle proposte pentastellate. Ma è ciò che attira loro voti popolari di chi a sinistra si sente tradito dal Pd di Renzi. E agevola anche la convergenza di un voto di destra che, da anni, in realtà anche da quell’area politica si sente avanzare proposte antieuro e stataliste. Ma ha torto chi pensa che i successi M5S dipendano solo da una rassicurazione statalista ai milioni di “vittime della crisi”, che pure esistono, e ai quali Renzi ha preferito invece chi un reddito e un lavoro comunque ce l’ha. I vecchi partiti non hanno capito che per levare l’acqua al pesce grillino dovrebbero smettere in maniera macroevidente le prassi di spoliazione pubblica che invece continuano, e di cui ogni giorno abbiamo conferma nelle cronache ohinoi giudiziarie. Renzi poteva ridisegnare dalle fondamenta le 10 mila partecipate pubbliche locali al servizio dei partiti, ma ha deciso di non farlo. Invece si è preso la Rai e la Guardia di Finanza. Ora vedremo i sindaci 5stelle molto più diffusamente di prima alle prese con le possibili soluzioni agli immensi guai ereditati. Meglio assaggiare il budino e constatare di che cosa sono capaci, che continuare a non averne l’evidenza nei fatti. Una cosa è sicura: averli dipinti come barbari non ha funzionato, come non funzionò a chi ci provò con la Lega nei primi anni ’90. La differenza non da poco è che la Lega non ha mai ottenuto i consensi dei pentastellati, né ha avuto quel sistema centralizzato verticale di controllo che caratterizza la lenta espansione dei 5s, evoluzione tecnologica di un movimento politico non patrimoniale-personale come quello che fu di Berlusconi, ma altrettanto a-statutariamente retto da una micro comunità di re-filosofi sul modello platonico, unici depositari di princìpi, regole e facoltà di interdictio acquae et ignis, come si riservava nell’antica Roma ai riconosciuti come nemici della Repubblica. Attenzione: è una novità solo grazie agli strumenti che usa. Chi conosce la storia antica sa che i populares nell’antica Roma, dai Gracchi in avanti fino alle guerre civili e all’assassinio di Cesare, sono sempre stata una fazione politica di massa in realtà ferreamente guidata da un’oligarchia di ottimati. E chi eccedeva nelle proposte e nella sedizione, da Catilina a Clodio che credettero di scalzarne la leadership invocando e praticando la violenza urbana contro gli optimates, venivano puntualmente eliminati dagli stessi leader popolari. Per certi versi, è il sindaco di Napoli de Magistris a presentare oggi la riedizione dell’antico fenomeno dell ‘ “insorgenza istituzionale” popolare e di sinistra, grazie al disastro del pd e della destra napoletana. Potrebbe nascerne una lega del Sud anti romana, non sanfedista ma masaniellista e coladirienzana. Non è affatto da escludere, vista ad esempio la tragica, molto più pirandelliana, situazione in cui versa l’amministrazione pubblica in Sicilia.
Destra- Se si esaminano i capoluoghi, ne governava solo 4 e invece oggi sale a 10. Non solo al Nord, da Novara a Trieste e Pordenone a Savona, ma anche al Sud, da Isernia a Benevento (argh.. Mastella..) a Brindisi (Fitto..) a Crotone (Udc). Tuttavia, c’è un problema enorme. Nelle grandi città, Forza Italia a Torino e Roma ha agito in maniera incomprensibile: divisioni pazzesche, risultati ridicoli. A Torino c’era Osvaldo Napoli per FI, un candidato sindaco della Lega, l’ex forzaitaliota Rosso con una propria candidatura, l’ex governatore forzista Ghigo che sin dall’inizio ha detto che bisognava votare Fassino. A Roma è stata impedita la candidatura unitaria della Meloni – che da sola se ’è cavata benissimo, ridicolizzando Forza Italia e facendo piazza pulita di diversi rottami ex An, ma ha visto sfumare la possibilità del ballottaggio – e dopo il balletto per mesi su Bertolaso alla fine Berlusconi ha sposato Marchini affondando anche lui, privandolo cioè della sua natura di “fuori dai partiti”. Sia a Torino sia a Roma, Berlusconi ha oggettivamente lavorato per i pentastellati. E ora il problema resta più aperto che mai: Salvini disconosce il modello-moderato guidato a Milano da un estraneo a tutti i vecchi partiti di destra come Parisi, che per la sua competenza da solo in due mesi ha fatto due terzi di un altrimenti impossibile miracolo, e la Lega torna alle sue parole d’ordine, che però non risultano efficaci per candidarsi a ballottaggi di governo nazionale, ma stratificano un 15-16% di voto identitario. Capisco Salvini, ma non condivido. Peccato, perché la domanda di una destra diversa e di governo sul mercato resta, basta vedere le massicce percentuali di non votanti. Ma qualcuno vede oggi le premesse di una destra europea, non tecnocratica ma popolarmente capace di rotture con l‘establishment delle rendite annidate nell’elefantiaca spesa pubblica come premessa per radicali tagli di tasse non in deficit, capace di tutelare i giovani uccisi dal nostro welfare e sistema previdenziale intergenerazionalmente rapinoso e iniquo, capace di una svolta per la produttività aziendale che cambi il modo di produrre nel paese, cioè capace di proporre le basi – euro o non euro, perché di questo avremmo bisogno anche se la moneta comune saltasse – per ridare reddito e crescita agli italiani, affidandole a una leadership nuova e competente? Mahhhh…

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