Raggi abbaglianti, parte II°: le responsabilità della politica

di Luigi De Gregorio su “GliStatiGenerali

leader

Alessandro Di Battista riconosce sempre una cosa e gli va dato atto di questo: “Se non ci fossero stati i vecchi partiti a combinare guai, noi non esisteremmo neanche”.

Giorni fa, in questo articolo, ho focalizzato l’attenzione sulle responsabilità dei media come vettori di un’antropologia individualizzante, semplicistica, voyeuristica che produce atteggiamenti “naturalmente” antisistema e fa danni seri alla Politica con la P maiuscola. Alimenta la convinzione che “tutti possono fare politica” e che una “brava ragazza” possa salvare Roma. La variabile dipendente della media logicè l’elettore-consumatore, succube della dittatura dell’immagine, dell’istantaneo e di quell’alluvione di stimoli politicamente irrilevanti (Ferrari, curriculum, gravidanze, amicizie, comparsate nei video…) che però diventano rilevanti quando va a votare – essendo invece spariti dai radar programmi, idee, squadre di governo, competenze. Le cose davvero rilevanti, insomma.

Oggi l’elettore informato può sapere tante cose, politicamente insignificanti ma utili a creare onde emotive che influenzano l’esito delle elezioni. E’ un “nulla-sapiente” convinto di sapere tante cose, grazie ai “nulla-sapienti” (ma presunti e convinti tuttologi) che pontificano soluzioni “semplici” su tutte le reti, suscitando bassi istinti prima che ragionamenti.

Mi è stato fatto notare, con ragione, che quell’articolo sembrava voler assolvere del tutto la politica. Non era mia intenzione. Ho solo voluto far emergere che la politica di oggi è costretta ad adeguarsi allamedia logic per essere anche solo percepita, per affiorare in quell’oceano di informazioni che ci sommerge ogni giorno. Tradotto: se non urli, non la spari grossa, non banalizzi, non metti in pubblico il tuo privato, non giochi sulle immagini e su una narrazione vincente…non emergi, resti ignoto alla massa dei consumatori-elettori, continui a viaggiare nel “non percepito”, perché i media non hanno alcun interesse a darti spazio. Il ragionamento, la riflessione, la complessità annoiano, non stimolano interesse né curiosità. In poche parole, non divertono. E le cose noiose non hanno mercato.

Ciò non vuol dire che la politica, in questo scenario, non abbia le sue responsabilità, passate e presenti.

La politica, non solo in Italia, si è progressivamente vaporizzata e ha messo radici, letteralmente, nei palazzi perdendo contatto con la società. I partiti nascono come corpi intermedi tra società e Stato ma diventano, col tempo, un “cartello” oligopolistico più interessato a spartirsi risorse e a consolidare il proprio potere che a offrire nuovi modelli sociali. Non è un caso che, ormai qualche decennio fa, Katz e Mair (due politologi) coniarono il termine di “Cartel Party” e, come è evidente dai loro nomi e dalla formula che hanno coniato, non guardavano solo all’Italia.

Il “partito di cartello”, con gli anni, è diventato sempre più un partito anche “mediale” e “personale”. Leggero come struttura, ancorato fondamentalmente alla brand reputation del proprio capo – unico collante interno e vero driver elettorale – e tutto proiettato sulla comunicazione, il “braccio armato” del leader.

Il partito personale all’italiana ha fatto emergere tutti i limiti dei nostri leader. Due, in particolare, sono quelli più gravi.

Il primo riguarda la selezione della classe dirigente. Un leader vero si contorna di gente competente, anche se scomoda; egli deve essere in grado di guidare tutti, anche i “rompiscatole”, verso la meta comune. E di questa selezione “al rialzo” non s’è vista traccia, anzi. Basta guardare alla parabola di Forza Italia per rendercene conto: nasce con la partecipazione attiva o quanto meno l’interesse di Urbani, Baget Bozzo, Colletti, Martino, Marzano, Pera, Antiseri…e finisce con i nomi che sappiamo, riuniti in un cerchio magico “para-familiare”. I partiti personali (cioè quasi tutti) sono ormai fan club veri e propri la cui unica funzione è quella di tenere in vita il gradimento e la notorietà del capo. Perché dalla “longevità” del capo dipende la longevità politica dei membri del fan club. Ma se il leader si circonda di “servi” incompetenti e non proprio autonomi intellettualmente, semplicemente leader non è. È un tutt’al più un capetto. Con le conseguenze che conosciamo e che ancora vediamo e viviamo, quotidianamente, in un derby emotivo in cui i supporter si insultano a vicenda disinformando e stimolando pance e bile, non certo neuroni.

Il secondo limite è ancora più grave, in ottica sistemica. La leadership implica che il capo abbia idee forti e mobilitanti e sia in grado di convincere gli elettori sulla bontà del suo progetto. Quando, al contrario, si basa sugli umori della “gente” per orientare la propria offerta politica, il leader diventa un follower… Segue, anzi insegue l’opinione pubblica, che è sempre più mutevole e volatile, al punto che ormai tendo a definirla “emozione pubblica”. E, perdonatemi, un leader che cambia idea con la velocità con cui mutano le nostre emozioni è tutt’al più una banderuola al vento. In questo, è ovvio, la media logic ha avuto e continua ad avere un ruolo enorme. Ma la politica ha abdicato troppo facilmente al suo ruolo.

Nell’inseguire le nostre pance, i partiti hanno rivelato tutti i loro limiti. Hanno, di fatto, rinunciato alla loro funzione e da classe dirigente sono diventati “classe diretta” dalle nostre viscere.

Da classe dirigente a classe “digerente”, in sintesi.

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