José Piñera in Italia ospite di AffariPubblici.org

In occasione della prossima uscita del volume “Pensioni: modello Cileno per l’Italia?” a cura del nostro Direttore Editoriale Domenico Campeglia, e della relativa visita di José Piñera in Italia, riportiamo un articolo a firma di Antonio Grizzuti, originariamente pubblicato su “TheFielder“. José Piñera sarà ospite a Cava de’ Tirreni (SA) il prossimo venerdì 17 giugno, ore 18.30, presso il Complesso Monumentale di Santa Maria del Rifugio (Piazza Nicotera, 6). José Piñera si è laureato e ha conseguito il PhD in economia presso la Harvard University. È Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni e Distinguished Senior Fellow del Cato Institute di Washington, DC, presso il quale è inoltre condirettore del Project on Social Security Choice. È inoltre Presidente dell’International Center for Pension Reform. È stato Ministro del Lavoro e della Sicurezza Sociale in Cile, dove è stato l’architetto di una ammirata riforma pensionistica, che ha sancito il passaggio da un sistema a ripartizione, in bancarotta, al sistema a capitalizzazione individuale. La storia di questa formidabile riforma è raccontata nel libro di Pinera “Pensioni: una riforma per sopravvivere”, edito da IBL. Piñera è stato inoltre responsabile, in Cile, per la legge costituzinale che ha stabilito diritti di proprietà privata sulle miniere cilene. Oggi Piñera presta consulenza a quei governi che intendono tamponare la crisi del sistema previdenziale, attraverso la logica del passaggio alla capitalizzazione. Più di 70 milioni di lavoratori al mondo “vanno in pensione”, oggi, con il “sistema Piñera”. Ha scritto per Wall Street Journal, Washington Post, New York Times, Foreign Affairs, Wired, e molte altre pubblicazioni. Chi volesse partecipare può inviare una mail a dcampeglia@gmail.com

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Le pensioni sono sempre un argomento «caldo», e il governo lo sa bene. Il ministro Poletti ha dichiarato più volte la volontà dell’esecutivo d’apportare sostanziali modifiche alla riforma Fornero, in particolare introducendo un meccanismo di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro. La previdenza è da sempre un terreno di scontro per economisti e politici e, considerata la complessità tecnica del tema, è difficile emettere giudizi definitivi sulla bontà degli interventi messi in campo.

Certamente la tentazione di modificare in senso regressivo il sistema previdenziale è frutto di una cultura politica di stampo socialista che non si fa scrupoli a gonfiare la spesa pubblica in ossequio a esigenze elettorali e in barba a ogni buonsenso e alle perentorie raccomandazioni dei principali organismi internazionali. Nel focus di Pensions at a Glance 2013 dedicato all’Italia, si legge che «l’aumento dell’età pensionabile sarà un fattore determinante per la riduzione della spesa pensionistica» e che «l’adeguatezza dei redditi pensionistici può essere una sfida per le generazioni future». Vale a dire: se vogliamo mantenere il nostro sistema previdenziale così com’è, dobbiamo rassegnarci ad andare in pensione sempre più tardi e con prestazioni sempre più basse. Il rapporto aggiunge che «l’aumento dell’età pensionabile non è sufficiente per garantire che le persone rimangano sul mercato del lavoro, soprattutto se esistono meccanismi che garantiscono ai lavoratori di lasciare il mercato del lavoro in anticipo. Le politiche per promuovere l’occupazione e l’occupabilità e per migliorare la capacità degli individui d’avere carriere più lunghe sono essenziali». Esattamente la direzione opposta a quella in cui pare si stia muovendo il governo.

> Non esistono soluzioni indolori alla truffa delle pensioni

Considerati l’andamento demografico e le attuali condizioni economiche (crescita quasi a zero e mercato del lavoro in forte difficoltà), il sistema a ripartizione — cioè quello in cui i contributi dei lavoratori finanziano le pensioni in essere — è un lusso che i Paesi occidentali faranno fatica a permettersi nel medio e lungo periodo. In tal senso gli unici scenari plausibili nel futuro sono l’aumento dell’età pensionabile, l’incremento delle aliquote contributive e la riduzione dei tassi di sostituzione. Va da sé che, per garantire la sostenibilità, sarà necessario sacrificare l’altra caratteristica indispensabile per un sistema previdenziale, cioè l’equità. Le future generazioni rischiano dunque di pagare un conto molto salato per colpa di una classe politica che non ha saputo adattare il sistema alle mutate condizioni socioeconomiche.

Tuttavia, nel mondo non tutti i Paesi adottano il sistema a ripartizione. Un esempio coraggioso e per certi versi rivoluzionario è quello del Cile, che nel 1981 passò da un sistema non capitalizzato a prestazione definita a uno pienamente capitalizzato su base individuale e contribuzione definita. Oggi il Cile spende per le pensioni il 3,6% del PIL, vs. 7,8% media OCSE e 15,4% Italia. Il nuovo sistema è stato concepito da José Piñera, ministro del Lavoro cileno dal 1978 al 1980. Influenzato dalle idee di Friedrich Hayek e Milton Friedman (la lettura di Capitalismo e libertà gli ispirò la riforma di privatizzazione delle pensioni), Piñera si laureò dapprima a Santiago e successivamente conseguì il PhD in economia all’Università di Harvard. Chiamato da Pinochet a occupare il dicastero del Lavoro a soli trent’anni, si avvalse della collaborazione degli Chicago Boys, un gruppo di giovani economisti cileni formatisi nell’omonima città sotto l’egida di Friedman e Harberger.

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