Porro e Giannini epurati dalla Rai (per volere di Renzi). In Italia tira una brutta aria di regime

di Elia Dall’Aglio su “Immoderati

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Giovedì scorso è andata in onda l’ultima puntata di Virus. Il talk show condotto da Nicola Porro, in onda dal 2013, chiuderà i battenti definitivamente, tre puntate prima del previsto. A Porro era stata offerta per l’anno prossimo, al posto di Virus, la conduzione di un preserale domenicale (dalle 19 alle 20 30). Offerta che è stata respinta.

Analoga sorte è toccata a Ballarò di Giannini (ex vicedirettore di Repubblica sotto la direzione di Mauro). Per l’ultima puntata, Giannini è stato subissato da un fuoco di fila di attacchi da parte di vari piddini, Guerini e Serracchiani in testa, che impudentemente hanno lamentato l’esclusione di esponenti del partito durante le ultime due puntate. Giannini – che non mi sembra sia mai stato particolarmente ostile al Pd in questi due anni da conduttore – ha spiegato di aver dovuto riequilibrare le presenze dei politici in studio per via della par condicio.

In questo caso rimarrà in vita il talk ma cambierà il conduttore. Per sostituire Giannini si fanno i nomi di giornalisti vicini a Renzi quali Semprini, Vianello, Riotta, Severgnini e persino quella Maria Teresa Meli, che più che una giornalista pare essere l’addetta stampa di Renzi presso il Corriere della Sera (la ribattezzai “l’agiografa di corte”).

Intendiamoci, se il problema concernesse solo la carriera professionale di Giannini e Porro, di cui ci interessa ben poco, potremmo anche impiparcene. Tuttavia la questione è ben altra: il loro allontanamento non è il frutto di una libera scelta editoriale di un’azienda pubblica, come fingono di credere in tanti; si tratta invece di un’epurazione in vecchio stile, una sorta di nuovo editto bulgaro, dietro cui si staglia la volontà censoria del Premier.

I talk show sono un genere logoro, ormai inguardabile a causa della presenza di politici, sempre gli stessi, dediti a parlarsi addosso e a dispensarci la loro propaganda anziché  formulare ragionamenti sensati e proporre soluzioni fattibili. Quindi smantellarli tutti per rimpiazzarli con veri programmi di approfondimento politico sarebbe necessario e anzi benvenuto. Ma non è questa la strada che si è voluta seguire. La Rai ha deciso di chiudere unicamente i due programmi politici considerati scomodi per (e da) Renzi, in vista di appuntamenti politici importanti (le amministrative e soprattutto il referendum).

La scusa addotta dai vertici Rai per sopprimere il programma di Porro sarebbe stata la recente puntata sui vaccini. Ci permettiamo di far notare che se il discrimine per mantenere in vita una trasmissione fosse la qualità giornalistica, allora anche il programma di Bruno Vespa dovrebbe chiudere all’istante. Oltretutto quello di Porro è l’unico programma di approfondimento politico di destra in tutta la Rai.

La sorte di Giannini era invece segnata da tempo. All’indomani di una puntata in cui parlò di rapporti incestuosi in merito alla vicenda Boschi-Etruria, il ministro interessato, infuriato, chiese e ottenne la testa del conduttore e del direttore di rete Vianello.

Con l’allontanamento di Porro e Giannini si porta a compimento il processo di completa renzizzazione della Rai, come ha rilevato Marco Travaglio. Iniziato a fine dicembre, mentre gli italiani erano indaffarati con i preparativi per i festeggiamenti del Natale, quando Matteo Renzi varò un decreto legge con cui si attribuiva al direttore generale della RAI – scelto dal governo – un potere assoluto, sulle nomine dei direttori di rete e su tutte le decisioni circa l’offerta televisiva, senza dover passare prima dal consiglio di amministrazione. In questo modo, Renzi, lo stesso leader politico che prometteva di liberare la Rai dal controllo dei partiti, la poneva sotto il più stretto controllo del governo. Deve aver compreso, sulla scorta dell’esempio offerto Berlusconi e della sua parabola politica ventennale, che l’affermazione della propria egemonia politica e culturale passa attraverso il controllo della televisione e dei media.

Questa è la situazione attuale nella televisione pubblica. I telegiornali Rai, tutti indistintamente, sono, quanto a piaggeria e servilismo, ributtanti. Il tutto è aggravato dal fatto che a breve saranno resi noti i nomi dei nuovi direttori, e quindi gli attuali devono accrescere i loro sforzi zelatori per mantenere la poltrona. Sul tg 1 – sembra incredibile ma è vero – è apparsa un’intervista in cui il calciatore Gianluigi Buffon si esprimeva a favore della riforma della Costituzione oggetto del prossimo referendum. E a proposito del referendum costituzionale, in Rai non viene concesso alcuno spazio ai fautori del no. Questa è la par condicio ai tempi di Renzi!

Il Presidente del Consiglio e il Pd dilagano in tutti i telegiornali e talk show. Il giornale web La Notizia ha diffuso i dati Agcom, secondo cui nel lasso di tempo che va dal 23 al 29 maggio, al governo, a Renzi e al Pd sono state concesse un totale di 14 ore 29 minuti; nei soli telegiornali compaiono un’ora e mezza al giorno (contro i 15 minuti del secondo partito, il Movimento 5 Stelle). Nei talk show, nel periodo che intercorre dal 21 aprile al 20 maggio, il Pd raggiunge 10 ore e 34 minuti; il Movimento 5 stelle 5 ore e 29 minuti; Forza Italia 6 ore e 20 minuti; La Lega meno di 5 ore. È pacifico che un’esposizione mediatica strabordante del partito di governo (e del Primo Ministro) finisca ovviamente per favorirlo dal momento che l’elettorato ancora oggi si informa soprattutto attraverso la televisione.

In Rai, è paradossale a pensarci, c’era molto più pluralismo ai tempi di Berlusconi, giacché il fortino di Rai 3 era rimasto appannaggio della sinistra (e su Rai 2 l’ex Presidente del Consiglio doveva fare i conti con Michele Santoro, anch’egli ingiustamente cacciato, per volontà di quest’ultimo).

La condizione della stampa italiana non è affatto migliore. La quasi totalità dei quotidiani (e delle loro rispettive proprietà) è perfettamente allineata al renzismo.

Inoltre, Renzi può contare, oltre che sui vari direttori renziani (Rocca, Sofri, D’Angelis, Cerasa, Calabresi), sui cosiddetti giornalisti embedded, cioè coloro che sono apertamente schierati con lui all’interno di ogni giornale. Sono quasi tutti retroscenisti, molto attivi su twitter, quelli a cui – come ha rivelato Carlo Tecce su Il Fatto Quotidiano – Filippo Sensi, portavoce del Premier (il più importante addetto alla propaganda Renziana) invia ogni sera un sms per imbeccarli su cosa dire nell’articolo che uscirà il giorno dopo.

Non è poi peregrino ritenere che dietro la contro opa orchestrata dai vecchi soci del Corriere capitanati da Bonomi per impedire che Umberto Cairo divenga editore di Rcs ci sia il governo – Cairo è l’editore dell’unica rete tv (La 7) che è allo stesso tempo all’opposizione del governo e anche l’unica a svolgere spesso un ruolo di servizio pubblico, al posto della Rai.

Renzi, a dispetto dell’aria piaciona, non tollera il benché minimo dissenso ed è pronto a vendicare ogni sgarbo ricevuto. Valga qualche esempio per capire meglio quest’affermazione. De Bortoli è stato allontanato dal Corriere della Sera a seguito di alcune sue prese di posizioni molto critiche nei confronti del Presidente del Consiglio. L’ex direttore del Corriere ha raccontato di aver ricevuto, nello stesso periodo, diversi sms minacciosi da parte di Renzi. Ancora, Sallusti ha dichiarato che Renzi avrebbe minacciato di picchiarlo, “se non la smetti, ti spacco le gambe”, a causa di alcuni articoli riguardanti il ministro Boschi. A Floris non fu rinnovato il contratto per la conduzione di Ballarò dopo un alterco avuto con Renzi proprio durante quel talk show. Buttafuoco, infine, descrisse un Renzi intento a spintonare e insultare i giornalisti quando era ancora sindaco di Firenze.

E’ diventato quasi un ritornello frusto, ma è corretto affermare che se Berlusconi avesse compiuto anche solo la metà delle nefandezze perpetrate in questi due anni da Renzi, la sinistra, e non solo, sarebbe insorta; e ora ci ritroveremmo con i girotondi per le strade a lanciare strali contro la deriva democratica in atto. E invece a Renzi tutto è permesso, proprio perché appartiene alla sinistra. A sentire coloro che si definiscono democratici, ma che in realtà sono doppiopesisti morali, i soli a rappresentare un pericolo per la democrazia italiana sono Salvini, Grillo o Berlusconi, non certo Renzi.

Oggi s’insinua, complice l’indifferenza dell’opinione pubblica e l’asservimento dei media, un regime strisciante, in cui un Presidente del Consiglio megalomane e spregiudicato può spadroneggiare (non è tutta colpa sua: le opposizioni sono deboli, perché inadeguate e inconcludenti), e fare letteralmente quello che vuole: riuscendo persino, impunemente, ad eliminare le voci sgradite, comprimendo il pluralismo e la libertà dell’informazione.

L’Italia non è certo la Turchia di Erdogan o la Russia di Putin, regimi autoritari dove le libertà e i diritti civili sono conculcati. Ma l’Italia non è mai stata neanche una democrazia matura e compiuta, nemmeno durante la seconda repubblica (quando si verificò l’alternanza politica al governo, premessa necessaria per ogni democrazia degna di questo nome), ma qualcosa di simile a quella che uno studioso russo, Sergey Kalinin, definì “democratura”, un regime politico in cui convivono una commistione di elementi democratici insieme ad aspetti estranei alle democrazie sviluppate. Il problema si manifesta, in tutta la sua drammatica evidenza, ogni qualvolta giungono al potere politici poco o punto democratici, come in passato Berlusconi e oggi Renzi.

Ha scritto Giampaolo Pansa che “la democrazia di un Paese si regge soprattutto sul comportamento dei singoli cittadini e non soltanto su un complesso di norme”. Perché non reagiamo con adeguato vigore ai soprusi del potere politico?

Cosa aspettiamo a risvegliarci da questo stato di torpore morale?

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