Il ritorno di Feltri a Libero è un segnale preoccupante per la libertà d’informazione

di Elia Dall’Aglio su “Immoderati

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La settimana scorsa Vittorio Feltri è tornato a scrivere per Libero. E infine, pochi giorni fa, c’è stato l’annuncio del passaggio di consegne tra lui e Belpietro alla direzione del quotidiano – che Feltri fondò nel 2000 (per via delle continue pressioni che subiva alla direzione de II Giornale da parte di Berlusconi) e che diresse per tre volte (l’ultima nel 2009 salvo un fugace ritorno dal 2010 al 2011 per coadiuvare Belpietro come direttore editoriale).

Chi pensava quindi che, dopo la condanna inflittagli dall’ordine dei giornalisti in merito alla campagna di stampa orchestrata contro Dino Boffo, Feltri non sarebbe più assurto alla direzione di un giornale, si sbagliava. All’epoca gli subentrò come direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti e al termine del periodo di pausa forzata, Feltri fu relegato per cinque anni al ruolo di semplice editorialista.

Le ragioni della nomina di Feltri sono tutte politiche; e su questo occorre soffermarsi.

Belpietro, che appena cinque mesi fa aveva firmato il rinnovo del contratto, non si è dimesso di sua spontanea volontà; è stato rimosso dall’editore per un contrasto insanabile circa la linea politica che il quotidiano avrebbe dovuto seguire (e pare che abbia preteso, per la propria defenestrazione anticipata, una buonuscita milionaria). In realtà la decisione era stata concordata già una settimana prima, ma l’annuncio ufficiale è arrivato solo giovedì. Belpietro si è accomiatato dai lettori con un editoriale al vetriolo per illustrare le ragioni per cui, a suo dire, bisognerebbe votare no all’imminente referendum costituzionale, per fermare “la deriva autoritaria” instaurata da Renzi.

La scelta di Feltri come nuovo direttore prelude, dal punto di vista politico, ad un deciso cambiamento della linea politica di Libero e, a livello editoriale, ad una possibile fusione con Il Tempo.

Fino ad oggi la linea adottata da Libero è stata molto, troppo, simile a quella tenuta da Il Giornale, benché il primo si rivolga ad un pubblico di destra più vicino alle posizioni politiche della “destra lepenistra”, mentre il secondo, essendo una mera proprietà di Berlusconi, di cui segue fedelmente la linea politica e riproduce gli umori, all’opinione pubblica più strettamente berlusconiana. La svolta politica di Libero è stata preannunciata da un editoriale insolito per i canoni del giornale, in cui Feltri spiegava le ragioni per cui Berlusconi avrebbe dovuto schierarsi a favore sul referendum costituzionale. Scelta che non deve essere stata gradita da Belpietro, che ha nascosto l’editoriale nelle pagine interne senza richiamo in prima.

Con Feltri, Libero non diventerà certo, come si sente dire in questi giorni, un giornale renziano, alla stregua per esempio de Il Foglio; più probabilmente abbandonerà i toni oltranzisti e ostili a prescindere, in favore di un atteggiamento più dialogante e conciliante nei confronti dell’attuale Presidente del Consiglio.

Così ha deciso l’editore di Libero Antonio Angelucci, imprenditore che si occupa di cliniche private e deputato di Forza Italia, molto vicino a Verdini. Come detto, dietro questa scelta vi sono ragioni di interesse politico. Angelucci ha un contenzioso aperto con lo Stato e dovrà restituire 15,7 milioni di contributi pubblici percepiti indebitamente per le proprietà di Libero e de Il Riformista (nel frattempo fallito). Il dipartimento per l’editoria guidato da Lotti ha concesso la dilazione del pagamento in dieci anni.

Libero sta vivendo un momento piuttosto difficile. Il quotidiano milanese ha subito un vero e proprio tracollo nelle vendite in edicola, che nemmeno l’uscita il lunedì, decisa nel 2015, è riuscita ad arginare. Nel giro di tre anni ha subito una perdita di copie che rasenta il 50% (dalle 47.555 di marzo 2016 rispetto alle 89.854 dello stesso periodo del 2013 il calo è del 52,9%). Tra i giornali oggi è diciassettesimo per copie diffuse. Lo stato di crisi si riverbera naturalmente sui giornalisti: per la metà (20 su 40) è stato annunciato lo stato di solidarietà e “per tutti scatterà una decurtazione dello stipendio del 13% per i prossimi due anni”, ha scritto Marco Capisani su Italia Oggi. Vedremo se con Feltri ci sarà un rilancio in termini di copie o perdurerà la condizione attuale di grande difficoltà nel mercato editoriale.

Non dovrebbe stupire il riposizionamento politico di Feltri, da “cane sciolto” berlusconiano a moderatamente renziano (lui, quasi per giustificarsi, dice di essere sempre stato di sinistra). Feltri, 73 anni, impareggiabile scrittore, è stato direttore – il migliore negli anni 90 almeno quanto a copie vendute – oltre che di Libero, de Il Giornale, anche de L’Europeo e de L’Indipendente. La definizione più appropriata di Feltri l’ha data Massimo Fini, secondo cui è sì  un grande giornalista, ma anche un personaggio privo di qualsivoglia remora morale. Le ragioni di queste sue metamorfosi non sono dunque politiche: Feltri semplicemente “sta dove più gli conviene”, come ha argutamente osservato Salvatore Merlo su Il Foglio.

La situazione dal punto di vista del pluralismo dell’informazione è molto preoccupante: pressoché la quasi totalità dei giornali (la Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 ore, Il Foglio, Il Messaggero, L’Unità) con accenti diversi, esprime, nei confronti di Matteo Renzi, una linea politica sostanzialmente favorevole, o comunque non ostile (come nel caso del Corriere della Sera o Italia Oggi). Solo una sparuta minoranza di giornali, per di più tutti con uno scarso seguito (Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Il Manifesto, Il Giornale e – almeno fino a poco tempo fa – Libero) è invece esplicitamente all’opposizione di Renzi e del suo governo.

Il risultato che è sotto gli occhi di tutti è quello di un’informazione quasi del tutto uniformata, come mai era successo prima d’ora negli ultimi decenni (nemmeno ai tempi di Berlusconi). A risentirne non è solo la qualità dell’informazione, bensì l’intero regime democratico, di cui la libertà e il pluralismo dell’informazione sono un presupposto indispensabile: un’informazione asservita al potere politico si traduce in un’opinione pubblica “cloroformizzata”, male informata, quindi in definitiva poco critica e vigile; e in un potere politico che può agire indisturbato, senza argini e controlli, cioè senza dover rendere conto ai cittadini delle proprie azioni.

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