La lista della spesa per il nuovo Ministro

di Alessandro De Nicola

carlo-calenda

Con la nomina di Carlo Calenda a ministro dello Sviluppo economico il governo ha posto fine ad una situazione di incertezza che si trascinava da settimane dopo le improvvise dimissioni di Federica Guidi a seguito delle intercettazioni relative al caso delle trivelle.

Calenda fortunatamente avrà bisogno di un periodo di ambientamento molto breve: conosce bene i dossier e il ministero, essendone stato fino a due mesi fa il viceministro. Non ci sembra perciò di essere troppo esigenti sottoponendogli una lista della spesa, pur necessariamente incompleta, di azioni che potrebbero essere utilmente intraprese nei prossimi tempi.

1)Concorrenza: il ddl sulla concorrenza è stato presentato ormai ben 14 mesi fa già in versione ridotta rispetto alle intenzioni iniziali. Il ministro Lupi intervenne, ad esempio, a bloccare le misure sui trasporti reclamando la competenza concorrente del dicastero delle Infrastrutture.

Successivamente il Parlamento o meglio i parlamentari che o per ideologia o per fedele esecuzione dei desideri delle lobby sono intervenuti nel processo, hanno ulteriormente depotenziato l’impianto della legge, facendo sparire la portabilità dei fondi pensioni, annacquando le norme sulle professioni e così via.

Oggi il provvedimento giace un po’ esangue alla commissione Industria del Senato e, dopo l’approvazione di Palazzo Madama, avrà bisogno dell’ulteriore passaggio alla Camera. É giunto il momento di prendere fiato e dire basta: se la normativa sulle unioni civili, dove non c’era un preventivo accordo di governo, merita la fiducia, non si capisce perché non la si debba richiedere sul ddl liberalizzazioni, alla base dei programmi dei governi di Monti, Letta e Renzi nonché preparato in attuazione di una disposizione che prevede di recepire i suggerimenti dell’Autorita Antitrust. E visto che c’è, sarebbe bene che il neo-ministro mettesse mano alla legge sulla concorrenza 2016, per costruire subito il necessario consenso politico e magari inserendo meno argomenti ma più sostanziosi, in modo da non dover combattere contro troppe lobby che inevitabilmente si alleano tra di loro.

2)Ttip: da viceministro con delega al Commercio estero, Calenda si è occupato molto bene del dossier del Trattato Transatlantico sul Commercio. Anzi, sembrava l’unico membro del governo che ne prendesse le difese in modo costante, argomentato e non occasionale. Ebbene, ora ha anche un pulpito e lo può utilizzare. Purtroppo, salvo qualche editoriale dei soliti liberisti, non si vede in Italia una reazione intellettuale forte al variegato fronte anti-Ttip che utilizza spesso argomenti non completamente razionali in una cornice di surreale complottismo. Tuttavia, ora l’Italia potrà farsi campione in Europa delle nazioni a favore del libero scambio (negoziando duramente con gli Usa quando necessario) e il ministro potrà spiegare agli italiani i vantaggi delle frontiere aperte.

Incidentalmente, sarebbe auspicabile che il Mise riuscisse a rivestire il ruolo di attore rilevante su una questione come gli Ogm, oggi ostaggio della mentalità antiscientifica prevalente e dominio del ministero dell’Agricoltura, mentre è un tema importante anche per l’industria biotecnologica che soffre dell’oscurantismo del Belpaese.

3)Europa. Il Mise dovrebbe adottare una politica ad infrazioni zero. Ogni volta che vengono varati dei provvedimenti che sono contestati dall’Unione Europea, la credibilità del Paese ne soffre e per le imprese si apre un periodo di incertezza. Il decreto del governo Monti a favore delle società energivore, che è assimilato dalla Commissione ad aiuto di Stato, porta via tempo e risorse per difendersi ed in più se l’Italia perde il contenzioso i beneficiari dovranno restituire quanto ricevuto subendo un duro colpo. Peraltro, le norme sulla tracciabilità dei prodotti (seppur di iniziativa parlamentare), il piano sulla banda larga, la digitalizzazione delle imprese, sono tutti interventi a rischio di finire sotto la lente dell’Europa. Non è difficile rimediare: una commissione indipendente e snella di economisti, giuristi, funzionari che dia un ok preventivo e una rapida informale consultazione con la Ue potrebbero riuscire ad evitare problemi.

4)Tavoli di crisi. E visto che parliamo di aiuti di Stato, cerchiamo di ridurre il ruolo del Mise nelle crisi industriali. Ci sono attualmente circa 150 “tavoli di crisi” dove il governo media, consiglia e raccomanda (ultima dichiarazione del viceministro Bellanova sull’importanza di mantenere aperti i siti produttivi Italcementi). Capisco che smantellare questo apparato non sarà semplice, ma perlomeno si può tentare di passare ad un regime con criteri rigorosi (i tavoli si aprono, ad esempio, solo per crisi in aree ad alta disoccupazione e per imprese con più di 1000 dipendenti). La miglior politica industriale è avere un diritto fallimentare efficiente che salvaguardi la continuità aziendale e un mercato aperto e concorrenziale che favorisca innovazione e mobilità, altrimenti si ricade nella presunzione fatale di saper scegliere i vincitori, mentre alla fine si salvano solo i perdenti.

Sotto questo profilo, invece che i micro aiuti, i fondi speciali, i crediti di imposta settoriali e complicati (che sembrano emergere dal piano a favore delle Pmi elaborato dal Mef), meglio un taglio parziale ma generalizzato di tasse sugli utili reinvestiti o un credito di imposta uguale per tutti per investimenti in ricerca e sviluppo. Sempre di intrusione si tratta, ma almeno meno intrusiva.

Chi scrive ha da queste pagine criticato il governo: non abbatte abbastanza né il carico fiscale, né la spesa, non privatizza, non fa questo, non fa quello. Perciò stavolta fa piacere riconoscere che la scelta di Calenda è una mossa decisamente azzeccata: se c’è qualcuno che ha le capacità e gli istinti necessari per soddisfare questa lista, probabilmente è lui.

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