La scomparsa della sinistra

di Angelo Giubileo

la-sinistra

Rispetto all’argomento, procederò non senza qualche semplificazione.

In principio di discorso, un confronto che abbia al centro il tema, più degli altri, della Sinistra nel XXI secolo (in particolare, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989), non può prescindere dal contesto, benché minimo, di riferimento europeo. Si tratta di un contesto, che ribadisco e preciso, minimo in quanto parte di un processo piuttosto globaleispirato dai canoni classici del liberalismo e dell’economia di mercato.

Nel dibattito su questo tema specifico, ricorre molto spesso la posizione degli intellettuali di sinistra che ritengono che nel presente la “sinistra” abbia ceduto alle pretese, più che lusinghe, del liberalismo considerato matrice unica delcapitalismo, anche rispetto alle sue diverse forme odierne ritenute, di parte, più involute. Tra codesti, l’intellettuale francese Jean-Claude Michéa (1950), autore di pregevoli saggi, e, per quanto a essi faccio qui riferimento, in particolare Il Complesso d’Orfeo (2011) e I misteri della sinistra (2013), entrambi tradotti in italiano con edizioni, rispettivamente, del 2013 e 2015.

In relazione all’essenza delle cose, che definiamo umane, è innanzitutto sempre una questione di linguaggio. E quindi, inizierò il mio commento con il dire che sono d’accordo con Michéa quando evidenzia e sottolinea che “né Marx né Engels hanno mai pensato una sola volta di definirsi ‘uomini di sinistra’”. Rispetto al contesto storico dell’epoca di riferimento, il termine sinistra è adoperato in contrapposizione al terminedestra; entrambi sono di derivazione hegeliana, e quindi entrambi servono alla rappresentazione di un unico contesto – che piuttosto, con termine più evocativo, definirei spazio – nel quale “gli hegeliani ‘di destra’ (sono) fautori del ‘Sistema’, gli hegeliani ‘di sinistra’ (viceversa) del ‘Metodo’”.

Ora, per allora, occorre quindi ammettere che il “sistema” è cambiato. Scrive ancora Michéa: “… Ai loro occhi (di Marx e Engels), la ‘destra’ designava l’insieme dei partiti ritenuti rappresentativi degli interessi … dell’antica aristocrazia terriera e della gerarchia cattolica”. Rappresentazione, a mio personale giudizio, essenziale e convincente del “sistema” che, perfino dopo gli albori della cosiddetta “rivoluzione industriale” degli anni Cinquanta e Sessanta in Italia, è a esempio sopravvissuto ancora per qualche anno o decennio nello “spazio meridionale” circoscritto della Penisola. Un sistema, che potremmo definirecastale, feudale o, secondo un’espressione gergale di epoca storica più recente, e quindi della modernità: classista.

Il superamento (o l’oltrepassamento, termine anche qui intriso di un significato che ritengo più profondo e quindi sostanziale) del sistema di classe, e quindi per classi – attraverso addirittura i secoli e gli anni dalla Rivoluzione francese – ha visto i vari schieramenti dei partiti sorti nell’Ottocento avvalersi, congiuntamente o alternativamente, di due metodi comunque diversi, l’uno “riformista” e l’altro “rivoluzionario”. E non c’è dubbio che in Europa, in genere e alla fine dell’attualità, attraverso le dinamiche di superamento del sistema, che fu e che è stato, abbia prevalso il primo.

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E ora?

Scrive ancora Michéa: “Con ogni evidenza, io e Florian Gulli condividiamo un certo numero di analisi correnti sulla natura del liberalismo realmente vigente e della sua logica disumanizzante non ugualitaria e predatrice sul piano ecologico”.

A commento, partirei dalla considerazione ipotetica che illiberalismo conduca a una sorta di cosiddetta dis-umanizzazione, perché produca e coltivi in sé il germe dell’individualismo. Ritengo, tuttavia, che una siffatta rappresentazione sia ancora ascrivibile piuttosto all’arte dellaretorica; che, in passato, è servita a narrare e descrivere l’esperienza – che è sempre personale di ogni individuo – considerata nell’ambito del sistema di riferimento viceversacomune, e in maniera siffatta anticipata dalla teoria della rispettiva “classe” di appartenenza. Ma oggi, che l’individuo non è più – per diritto e soprattutto storia più recente – as-soggetta-bile a una classe differenziata di appartenenza; l’oltrepassamento di cui si diceva è un fenomeno (nel sensokantiano del termine) acquisito, e pertanto esso stesso un fatto, e quindi una praxis quotidiana. Ed è questa stessa, quindi, che nell’ambito del nuovo sistema di democrazia operante, occorre garantire e tutelare non solo sul piano formale ma anchesostanziale.

Il confronto politico, ricordando che la politica è essa stessa un’arte, si sposta dunque all’interno degli spazi dell’individuo,spazi al tempo stesso: a) limitati; perché condizionatistoricamente (cfr. H. Arendt), ma anche b) potenzialmente il-limitati; perché dall’uomo immaginati (legati cioè alla possibilità– o potenzialità, nel gergo metafisico post-aristotelico – che una cosa sia, cfr. Parmenide) e progressivamente resi attuali nell’ambito dello sviluppo scientifico e tecnologico dellapostmodernità. Spazi, in cui, tuttavia permangono le distinzioni legate a ogni diversa “esperienza” o “condizione di vita personale”.

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Infine, una parola ancora sia sul tema dell’uguaglianza che sul tema del predominio della tecnologia sull’ambiente.

Per quanto riguarda il primo tema, il recupero della cosiddetta “dimensione individuale” – e originaria, di appartenenza di ogni persona a se stessa prima ancora che a una comunità che sia familiare, sociale o politica – supera la logica, per il passato addirittura più che retorica, dell’uguaglianza. Non a caso – e su questo non indugerei più di tanto, pena il rischio di dimostrarmi anch’io retorico -, il discorso sull’uguaglianza già da tempo è declinato – anche qui, più o meno realisticamente – in termini disolidarietà; ovvero di de-stino (nel significato riscontrato da Severino: “lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo”) condiviso – sempre e solo in parte – per spazio, tempo e modalità di essere.

Quanto all’altro tema del predominio della tecnica sull’ambiente, e di questa secondo molti Autori finanche sull’uomo, concluderei annotando che anche tale discorso dovrebbe piuttosto essere rinviato alla logica primaria dell’individualismo e questa stessa logica sviluppata nell’ambito di una prospettiva “più o meno” (ovvero, ciò che l’ontologia moderna definisce “una mezza misura”) “umanizzante” o “disumanizzante”.

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