Macché prepensionamenti scassa-INPS: rafforzare la previdenza privata con meno fisco

di Oscar Giannino

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Scrivevamo pochi giorni fa che il cantiere delle pensioni italiane non si ferma mai. Infatti, rieccoci. Ma questa volta non sono più indiscrezioni ufficiose, o richieste di questo o quell’esponente politico o sindacale. E’ stato ufficialmente Il ministro Padoan, ieri, a confermare che nella prossima legge di stabilità si riapre il capitolo. I particolari mancano, ma di qui alla prossima legge di stabilità il dibattito è ufficialmente aperto.

A che cosa pensa il governo? Padoan ha detto che «ci sono margini per ragionare sugli strumenti e sugli incentivi, e sui legami tra sistema pensionistico e mercato del lavoro per migliorare le possibilità” sia di chi deve entrarvi sia di chi deve uscirne. Il governo è «sicuramente favorevole a un ragionamento complesso» sul tema delle pensioni e «aperto a fonti di finanziamento complementare». Il presidente dell’INPS Boeri, da parte sua, questa volta non ha rilanciato la sua proposta di prepensionamenti giustificata con l’idea che i posti dei lavori dei prepensionati vadano ai giovani – mai dimostrata, nei fatti, e anni fa lui stesso lo scriveva – ma ha lanciato anche il tema dell’amaro destino che si prospetta per i lavoratori più giovani. Chi è nato nel 1980 e, a causa del tardivo ingresso nel mercato del lavoro e della contribuzione non continuata cioè con un gap di 10 anni di versamenti, corre il rischio di maturare la pensione a 75 anni, e con non più di 750 euro al mese per un quarto dei degli uomini e il 40% delle donne.

Per capire a quali interventi pensa il governo, qualche numero sui conti previdenziali. E’ di ieri la cifra ufficiale di un’ulteriore crescita della spesa pensionistica “in senso stretto” – senza ssistenza – a oltre 261 miliardi nel 2015, con 4 miliardi di sforamento sul previsto. La spesa annua è di quasi 4 punti di Pil superiore alla media europea: noi siamo sopra il 16%, e a legislazione invariata nei prossimi 4 anni la spesa crescerà di ulteriori 20,5 miliardi, passando dai 261,9 previsti nella Nota Def per il 2016 – saranno di più, alla luce del dato 2015 reso noto ieri – ai 282,4 del 2019. La da tanti odiata riforma Fornero ci ha consentito di non sfondare il tetto del 18% di PIl in spesa previdenziale. Ma da qui al 2050 la spesa previdenziale non scenderà mai sotto il 15%, come ha scritto la Ragioneria Generale dello Stato nell’ultimo Rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema.
Detto questo, diciamo che ci sono tre scelte diverse possibili, tra loro molto diverse anche se componibili in un’infinità di variabili concrete.

La prima è quella che piace a molta destra, parecchia sinistra e sindacati. Smontare radicalmente il meccanismo di accelerazione rapida di identificazione dei requisiti di anzianità e di vecchiaia, e modificarne altrettanto radicalmente il progredire automaticamente collegato all’avanzamento delle attese di vita. Chi ripete che così si aprono posti di lavoro ai giovani dimentica che le aziende sono certo felici di svecchiare l’età media degli organici, ma preferiscono poi pescare dal vasto bacino della disoccupazione e cassa integrazione per assumere personale già formato, non i giovani. Sta di fatto che intervenire radicalmente sui coefficienti che abbiamo ricordato prima porta molto facilmente a tornare verso una media annua di spesa come quella che la riforma Fornero ci ha evitato. Non solo si alza la cifra complessiva del deficit previdenziale a carico della fiscalità generale. Soprattutto si inguaiano ancora di più quei giovani lavoratori che preoccupano Boeri, visto che nel sistema a ripartizione tocca a loro ogni mese, coi loro contributi, pagare le pensioni erogate eventualmente in anticipo agli attuali 55-57enni.

Tuttavia, prendiamo buona nota del fatto che il sottosegretario alla presidenza Nannicini ieri ha parlato esplicitamente di misure in grado di generare un deficit aggiuntivo non superiore ai 5-7 miliardi. Che già ci preoccupano, sugli 11 totali chiesti all’Europa come flessibilità aggiuntiva per il 2017, ma sono sempre meno della sberla riconducibile invece alla prima ipotesi. A questa cifra si arriverebbe con prepensionamenti ma in cambio di una penalizzazione sia pur non integrale, cioè con assegni non pienamenti tagliati in proporzione al numero maggiore di anni di pensione a cui si avrebbe diritto, cioè con tagli tra il 2 e il 3%. In parlamento, difficile immaginare che resterebbero, ma accettiamola come ipotesi. A questo si aggiungerebbero interventi come il cosiddetto “prestito pensionistico” che ai sindacati non piace (e dovrebbero compartecipare anche le aziende, anzi pure le banche come se con questi chiari di luna non avessero di meglio da fare..),e una minor penalizzazione dei fondi pensione.

Una riflessione incidentale: li abbiamo uccisi in culla, i fondi previdenziali. Su 4mila miliardi di euro di ricchezza finanziaria degli italiani, solo 36 miliardi costituiscono il patrimonio dei fondi negoziali definiti nei contratti di categoria, e solo 50 miliardi sono amministrati dagli oltre 200 fondi privati non negoziali. A questo si aggiungono altri 50 miliardi circa di prodotti finanziari a vari titolo a scopo anche previdenziale.Il totale dei sottoscrittori di fondi privati è calcolato in circa 6,5 milioni di italiani: tuttavia 1,5 milioni versavano in maniera molto discontinua prima della crisi e se ne sono aggiunti altri 1,6 milioni. Quelli veramente abbastanza in regola sono i 2 milioni i lavoratori che sottoscrivono i fondi negoziali primi, e circa 600mila nei fondi precedenti. Se il totale dei teoricamente iscritti rappresenta più di un quarto dei lavoratori italiani, quelli che versano regolarmente sono solo circa il 10%. Perché? Perché i tetti di detrazione fiscale sono bassi, e il governo in sovrappiù ci ha messo una tassazione più alta, al 20% sul maturato dei fondi pensione.

Se dovessimo indicare una preferenza, sceglieremmo allora la terza ipotesi. Quella costruita su una svolta vera favorevole ai fondi pensione. Non solo una sforbiciata radicale alla loro tassazione, e un aumento elevato del tetto di detrazione sui versamenti liberi dei lavoratori, magari tanto più elevato quanto minore è l’età contributiva: questo significa davvero pensare alle difficoltà di chi è più giovane, non prepensionare i lavoratori più avanti con gli anni. E magari, in aggiunta, guardare anche al modello praticato in diversi paesi europei: in cui non c’è solo una pensione pubblica che a quel punto potrebbe avere importi più bassi della nostra (l’ha proposto da anni Guliano Cazzola), ma c’è un secondo pilastro comunque obbligatorio e incentivato costituito da versamenti a fondi privati ( a cui devolvere TFR pari al 7% monte salari e una modica contribuzione mista lavoratore-impresa per arrivare al 10%, scalandole da contributi oggi devoluti a INPS), e infine un terzo lasciato completamente libero e comunque fortemente agevolato a pensioni ulteriormente integrative. Questa terza via non solo aiuta i giovani, ma prende integralmente in carico l’esigenza di ridurre la pesa pubblica previdenziale per il futuro.

Vedremo dove andrà a parare il confronto politico. In ogni caso, è già apprezzabile che il governo sembri escludere la prima ipotesi. Ma la terza sarebbe quella ideale. naturalmente, inutile dire che a esserne convinti siamo in pochissimi.

Fonte: “LeoniBlog

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