La lezione di Margaret Thatcher

di D. Mondini su “TheFielder

MargaretThatcher

Lunedì 8 aprile 2013 è una data che non si dovrebbe dimenticare facilmente. Si è spenta, infatti, all’età di 87 anni una donna che lascerà senz’altro una traccia indelebile nella storia, nonché nei cuori dei tanti che ne hanno saputo apprezzare il genio. Margaret Thatcher (Grantham, 1925 – Londra, 2013) – al secolo Margaret Hilda Roberts – è stata l’unica donna a ricoprire la prestigiosa carica di Primo Ministro del Regno Unito. Maggie, come qualcuno affettuosamente suole chiamarla, verrà ricordata dai posteri come the Iron Lady, la “signora di ferro”: ciò in ragione della perseveranza, della convinzione e del coraggio che dimostrò nel condurre le proprie battaglie, nel portare in trionfo lo stendardo delle sue idee;  in ultima istanza nel compiere egregiamente – e come pochi altri – il compito affidatole  per tre volte dal popolo inglese. In questa sede intendiamo ripercorrere brevemente la carriera politica di questa donna straordinaria, evidenziando in particolar modo la profondità e l’attualità della sua figura.

La signora Thatcher, militante fin da giovane nella fila del Conservative Party, si insediò a Downing Street, n. 10, il 4 maggio 1979. In quell’occasione pronunciò un noto discorso, nel quale parafrasò San Francesco, che è possibile leggere come una sorta di “profezia” del suo operato di governo:

Dove c’è discordia, che si possa portare armonia. Dove c’è errore, che si porti la verità. Dove c’è dubbio, si porti la fede. E dove c’è disperazione, che si possa portare la speranza“.

Divenuta Prime Minister, si trovò subito ad affrontare un’Inghilterra ammorbata da un inarrestabile declino economico, come gran parte del mondo occidentale nella seconda metà degli anni Settanta. Un’Inghilterra peraltrostremata da decenni di statalismo e assistenzialismo,  in gran parte frutto delle scelte di policy del Labour Party. Il rimedio a tali disastrose politiche, imperniate sulla spesa pubblica e su di un vertiginoso aumento dell’inflazione, fu individuato dalla Iron Lady negli insegnamenti della teoria economica di stampo liberale. L’età thatcheriana – come sono stati definiti nel Regno Unito gli anni ‘80 – fu in effetti caratterizzata da ricette economiche frutto di un geniale cocktail delle prospettive della supply-side economics e del pensiero dell’economista e filosofo politico austriacoFriedrich von Hayek. La teoria supply-sider suggeriva che per rilanciare l’economia non si dovesse aumentare artificialmente la “domanda aggregata” attraverso l’intervento pubblico – secondo la strategia dell’economista John Maynard Keynes -, ma che fosse al contrario ben più salutare diminuire i vincoli e gli ostacoli dal “lato dell’offerta”. In altre parole, bisognava ridurre il peso e il perimetro dello Stato – contraendo le spese e diminuendo congiuntamente la pressione fiscale – per ridare margini d’azione alle imprese e in generale al settore produttivo. L’idea di uno Stato snello, insieme ad una consapevole preferenza per il libero mercato, fu quanto la Thatcher ereditò dalle letture di Hayek: particolarmente importante, a detta della stessa Iron Lady, fu l’opera monumentale del pensatore austriaco, The Constitution of Liberty (1960). La politica economica thatcheriana si estrinsecò dunque nelle seguenti decisive scelte programmatiche:

– la “deregolamentazione”,  nella convinzione che riducendo “lacci e lacciuoli” lo Stato possa favorire lo sviluppo economico ben più che aumentandoli;

– il ridimensionamento del costoso ed invasivo Welfare State – ereditato da Keynes e da Lord Beveridge -, mediante tagli coraggiosi alla spesa pubblica;

– l’adozione di politiche monetarie deflazionistiche – o “anti-inflazionistiche” -, che prevedevano il rialzo dei tassi d’interesse;

– l’abolizione di gran parte dei controlli statali su prezzi e salari, che dovevano al contrario essere definiti secondo le dinamiche del libero mercato, senza le ingerenze pubbliche e le conseguenti deformazioni;

– l’abbattimento delle aliquote delle imposte sui redditi, ritenendo meno distorsiva l’acquisizione di risorse da parte dello Stato attraverso le imposte indirette, in special modo quella sul valore aggiunto;

– la liberazione di nuovi capitali da destinare agli investimenti, oltre che ai consumi privati;

– il rilancio della concorrenza e di una sana competizione, mediante liberalizzazioni e privatizzazioni.

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