Italia, muoviti!

di Angelo Giubileo

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L’abbiamo già scritto altre volte. Ma, forse, è bene ancora ripeterlo: il progetto e quindi il percorso d’integrazione dell’Unione Europea andrà avanti, nonostante che talvolta sembra che rallenti o addirittura si arresti. Eppure, in particolare noi italiani, non sempre siamo convinti di questo. In sé, non è un atteggiamento che può dirsi sbagliato. E’ razionale e induce ad un’attenta valutazione e riconsiderazione, in generale, dei pro e contro. E tuttavia, si ha l’impressione che qui in Italia sia un atteggiamento legato piuttosto a un solo tipo d’iniziativa: quieta non movere et mota quietare (Non agitare ciò che è calmo, ma calma piuttosto ciò che è agitato).

Il percorso di costruzione dell’Europa Unita, avviato nel 1993 a Maastricht, necessita ancora di un’integrazione finanziaria e politica. Finora, il percorso è stato così lungo e faticoso, che da più parti comincia a dubitarsi della sua possibile ed effettiva realizzazione. Negli ultimi mesi, e anche qui in Italia, si è ripreso a discutere della possibilità di “un’Europa a due velocità”. A seguito dell’attacco terroristico subito, in un’intervista al Corriere della sera di tre giorni fa, il premier belga Di Rupo ha sottolineato l’opportunità, secondo lui, di “pensare un’Europa a cerchi concentrici: un nucleo di 7-12 paesi”.
Ma se così fosse, per quanto ci riguarda direttamente, l’Italia ne farebbe parte? E’ pensabile che, per demeriti propri o meriti altrui, l’Italia resti fuori da quello che potrebbe definirsi il “nucleo” nuovo promotore del vecchio progetto? Fino a che punto è ragionevole ipotizzare questo? E, a maggior ragione, in considerazione soprattutto degli appelli, sempre più numerosi – da ultimo in ordine di tempo sottolinerei quello di Lucrezia Reichlin di domenica dalla prima pagina ancora del Corriere della sera – che giungono al governo italiano perché assuma maggiori iniziative politiche ed economiche, interne ed esterne, di rafforzamento della prospettiva dell’Unione Europea?
Il Rapporto 2016 della Commissione europea, del 26/2/2016, sulla correzione degli squilibri macroeconomici dell’Italia, evidenzia in estrema sintesi che le dimensioni dell’economia italiana – in termini di Pil pari al 16% (16,5%, il dato di rilevazione dell’anno scorso) del Pil dell’area euro (l’Ue a 19) – rappresentano l’ipotesi di “ricadute potenzialmente ampie sul resto della zona euro”. Ciò significa che il rischio finanziario di ricadute è ancora e piuttosto presente.
Per l’Italia, a causa del livello molto elevato del debito pubblico (133% del Pil per l’anno 2015), la scarsa produttività e la debolezza della competitività esterna. Oltre a queste cause, il Rapporto 2016 registra anche una mancata “capacità istituzionale di attuare le riforme” peraltro già indicate nel Rapporto 2015, ovvero: “le carenze della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario, infrastrutturali, la partecipazione al mercato del lavoro (che) rimane bassa, le politiche attive del mercato del lavoro deboli, il sistema dell’istruzione (che) continua a soffrire di problemi mai risolti, il sistema fiscale (che) ostacola l’efficienza economica, (e infine) le disparità sociali e regionali (che) si accentuano”. Per gli altri Paesi della zona euro, il Rapporto evidenzia invece che “i legami commerciali diretti con l’Italia sono considerevoli per alcuni Stati membri ”: “particolarmente importanti” per la Slovenia, la Slovacchia, il Belgio e i Paesi Bassi; “rilevanti” per Malta e Irlanda.
Premesse tali risultanze, premesso il persistere di livelli di crescita bassi – e ora al ribasso a meno dell’1,5% del Pil per l’anno 2016 -, premessa l’ipotesi della maggiore o minore convenienza di una scelta politica legata inevitabilmente ai più recenti scenari di guerra – quale che fosse, comunque netta e fortemente impegnativa – potrebbe ancora ragionevolmente darsi la tentazione cosiddetta di “uscita dall’euro”?
Alla domanda, un dato macroeconomico sembra tuttavia contrapporsi, un dato evidenziato già dal Rapporto 2015 e confermato dal Rapporto 2016, e cioè che “le esportazioni totali di beni e servizi rappresentano in totale circa il 29% del PIL nazionale”. E, nell’ordine del peso maggiore dell’esportazione, verso i seguenti Paesi, europei e non: Germania, Francia, USA, Svizzera, Regno Unito, Spagna e, in misura residuale, verso tutti gli altri. In ordine a quest’ultimo dato di rilevazione e di analisi, e quanto al modo corretto di rispondere alla domanda da ultimo posta, mi sembra fin troppo facile trarne una conclusione: NO!
                                                                                                         

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