La bistecca protetta

di Alessandro De Nicola

denicola

Non tira una buona aria per il libero scambio. Purtroppo quella più metifica spira da oltreoceano, dove il front-runner repubblicano, l’ineffabile Donald Trump, propone oltre al muro anti –messicani anche tariffe del 45% per i prodotti cinesi e dazi di ogni genere. Le cose non vanno molto meglio in casa democratica: Hillary Clinton, cinica come sempre, ha abbandonato il suo precedente appoggio al Trattato sul libero commercio col Pacifico e le politiche di apertura a suo tempo incoraggiate dal marito Bill, sostituendole con una retorica protezionistica che scimmiotta il rivale Sanders.

È per questo motivo che i segnali di per sé insignificanti registrati ultimamente in Italia possono destare qualche preoccupazione: si inseriscono in una deriva culturale che invece di vedere nel libero scambio un’occasione di progresso, efficienza economica, maggior scelta, rafforzamento di legami tra le nazioni, lo dipinge come una minaccia.

Da noi, però,queste nubi sono fortunatamente accompagnate da un certo gusto per la farsa che alleggerisce l’atmosfera.

Prendete la vicenda dell’olio tunisino. Un fronte quasi unanime, dai 5 stelle alla Lega passando da molti PD, ha fatto un gran chiasso sulla decisione del Parlamento Europeo di ammettere per il 2016 e 2017un’importazione supplementare all’interno della UE di 35.000 tonnellate all’anno di olio tunisino sgravandolo da dazi. Per mettere il tutto in prospettiva, già oggi l’esenzione si applica per 57.000 tonnellate provenienti dal paese nordafricano e il consumo italianoè di circa 660.000 tonnellate. Non solo: la produzione nostrana è largamente insufficiente a coprire il fabbisogno (nel 2013-4 solo 440.000 tonnellate di cui ben 376.000riesportate) e  quelli pregiati“Dop” rappresentano solo il 2% del mercato.Quindi, a che pro tante grida di dolore per 35.000 tonnellate divise tra tutti i mercati europei per un prodotto che viene tranquillamente utilizzato anche dai nostri produttori nelle miscele che essi stessi mettono in commercio? E se Stati Uniti e Canada si comportassero allo stesso modo con noi? Senza contare l’aspetto più generale per il quale si blatera spesso dell’”aiutiamoli a casa loro” (al posto di accogliere immigrati) e quando finalmente c’è un’opportunità virtuosa anche per i nostri consumatori la si vorrebbe rifiutare.

Ancor più patetica e molto probabilmente illegale secondo le regole europee sulla libera circolazione, l’ordinanza del sindaco di Firenze che richiede a chi vuol aprire in centro città di prevedere nell’assortimento almeno il 70% di prodotti alimentari toscani con delle eccezioni in caso di vetrine di buon gusto ( si sa, a Firenze…). Gli chef hanno già bollato l’iniziativa come ottusa, ma in realtà essa è potenzialmente anche pericolosa. Quando la chianina o l’olio toscanoverranno bloccati da simili ordinanze romane (“per far la vita meno amara, magna l’abbacchio co la chitara”), partenopee (“se si nu verenapuletano,accattete‘o sammarzano“) o milanesi (“Ci vuol lumbarda la cutuletta, qui da noi si va di fretta!”) che diranno i sempre arguti fiorentini? E quando saranno Berlino (“Kartoffel, Kartoffel, uberalles!”) Londra (“so pudding, so cool”) o Parigi (« Vin français, c’est plus facile!”) a sbarrare la strada a alimenti e bevande italiane, ci rivolgeremo agli strateghi di Palazzo Vecchio?

È appena il caso di notare che Confagricoltura ha comunicato che finalmente l’export italiano di prodotti agricoli è aumentatonel 2015 dell’11,2% e quello dei prodotti alimentari del 6,5% raggiungendo, secondo le statistiche del MISE, oltre 35 miliardi di euro di valore. Le industrie alimentari italiane, Campari e Lavazza, hanno appena conquistato Grand Marnier e Carte Noir, la Ferrero si avvia ai 10 miliardi di fatturato e l’interesse nazionale sarebbe quello di incoraggiare il km zero o ostacolare il libero flusso di capitali, servizi e merci nel settore agroalimentare?

Il Belpaese ha evitato una ben più grave recessione negli ultimi anni proprio grazie alla tenuta e all’incremento dell’export in tutti i settori economici. Qualsiasi spinta da parte nostra che porti alla chiusura delle frontiere sarebbe autolesionista per consumatori e produttori. Problemi ce ne sono già abbastanza, potrebbe essere una buona idea evitare di crearcene di nuovi senza motivo.

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