Macché colonizzazione, le multinazionali del cibo creano occupazione

di Matteo Gianola su “TheFielder

kfc

Dopo uno studio del mercato durato diversi anni, entro fine annoStarbucks approderà in Italia. Sembra assurdo, ma il leader mondiale delle caffetterie retail, nella sua storia ventennale, non aveva mai aperto un punto vendita nella patria del caffè espresso, nonostante nel corso degli anni avesse assunto l’immagine della caffetteria per antonomasia, anche per merito di un’eccezionale opera di product placement in film e serial. Gli estimatori del marchio, per bere un frappuccino, erano costretti a recarsi fino a Lucerna, dove si trova il locale più vicino ai confini nazionali. Quest’evento, che assume una portata storica nel panorama asfittico del mercato italiano, dove gli investimenti stranieri non sono mai stati ben visti (anche se da più parti invocati costantemente per spingere occupazione e produzione di ricchezza), ha già spaccato l’opinione pubblica fra entusiasti e critici, quest’ultimi timorosi della “colonizzazione” del Paese da parte delle multinazionali del cibo.

Secondo i detrattori, infatti, esse spingeranno a una sempre maggiore propensione per il cibo spazzatura, danneggiando i produttori agroalimentari d’eccellenza e il settore della ristorazione nostrana. Un allarme che ricorre ciclicamente, dai prodotti mass market come la Coca Cola a quelli più di nicchia come alcuni liquori. Finora, però, in Italia si sono visti solo McDonald’s e Burger King: nessun altro big della ristorazione d’oltreoceano ha mai varcato i confini italiani se non Kentucky Fried Chicken, che ha aperto, nel corso del 2015, i suoi primi ristoranti in quattro città. Nessuno ha mai visto Taco Bell o Pizza Hut, ad esempio, che però rappresentano alcuni dei brand più conosciuti per via dell’esposizione mediatica. Si aggiunga che i colossi già presenti hanno subìto un profondo processo d’italianizzazione.

McDonald’s nasce acquistando dal gruppo Cremonini la catena Burghy, storico marchio simbolo dell’epoca dei paninari negli anni Ottanta. La stessa Cremonini ha poi stipulato un accordo pluridecennale per la fornitura delle carni a tutta la rete di vendita italiana che, per mantenere le quote di mercato acquisite nel corso degli anni, ha differenziato sensibilmente l’offerta inserendo sia prodotti di street food italiani sia ricette “gourmet” dai sapori tipicamente locali o internazionali a seconda della campagna commerciale del periodo. Burger King, poi, arriva dopo l’accordo di gestione in licenza dei ristoranti della catena in aeroporti e autostrade negli USA da Host Mariott, che è di proprietà dell’italianissimo gruppo Autogrill, che ne gestisce anche la diffusione sul territorio nazionale. Anche Starbucks giungerà da una joint venture con un’azienda italiana, creando nuovi posti di lavoro e ancora più indotto.

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