Un ricordo di un grande economista liberale italiano: Sergio Ricossa

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Sergio Ricossa ci ha lasciati ieri, a ottantotto anni, dopo una lunga malattia. Per noi tutti è un grande dolore.

Sergio Ricossa è stato, per lunghi anni, l’alfiere solitario, nel nostro Paese, di quelle stesse idee che oggi l’Istituto Bruno Leoni fa proprie e cerca di far crescere.

Forse non è un caso se il maggiore economista liberista del dopoguerra era di umilissimi origini: e, a differenza di tanti colleghi che provenivano dalle file dell’alta borghesia, non provò mai la tentazione di avvicinarsi al marxismo.

Laureatosi con Augusto Bordin nel 1949, Ricossa amava ricordare che la sua carriera fu agevolata più dai “milanesi” Libero Lenti e Ferdinando Di Fenizio che dai colleghi dell’Università di Torino, dove entra in cattedra nel 1964. Collaborò col Centro studi dell’Unione Industriale, dove allora era direttore generale Augusto Bargoni, e partecipò alla nascita del Centro Einaudi.

In giovane età divenne amico di Bruno Leoni e da questi fu introdotto alla Mont Pelerin Society, la società internazionale di studiosi liberali fondata da Friedrich von Hayek. Della Mont Pelerin fu anche Vice Presidente.

Il confronto con gli ambienti della Mont Pelerin Society, la sincera amicizia sviluppata con Hayek (che invitò più volte a Torino), Ralph Harris e molti altri, ebbero un influsso profondo sul pensiero di Ricossa.

Col passare degli anni egli sviluppò un crescente interesse per la storia materiale (che avrebbe portato a un libro quale “Storia della fatica”, Armando, 1974) e si avvicinò sempre di più alle idee della scuola austriaca dell’economia che “fornisce al liberismo il fondamento filosofico più solido che abbia mai avuto”.

Non è possibile ricordare Ricossa senza rammentare la sua fecondissima produzione giornalistica. Editorialista prima dellaStampa di Torino e poi del Giornale di Indro Montanelli (che seguì anche nella breve avventura della Voce), Ricossa è stato l’ultimo dei grandi saggisti. Semplice, tersa, sempre ironica e mai oscura, nella prosa di Ricossa il suo amico Indro ritrovava “del Montaigne, del Voltaire, del Renard”.

Per anni, gli articoli di Ricossa sul Giornale (assieme a quelli di Cesare Zappulli e di Antonio Martino) furono l’unico punto di riferimento per quella minoranza coraggiosa di italiani che non aveva smesso, nonostante la sbornia ideologica degli anni Settanta, di preferire la libertà economica all’economia di piano.

Dopo aver dedicato anni a smontare le teorie di Piero Sraffa (”Teoria unificata del valore economico”, Giappichelli, 1981), Ricossa diede alle stampe il suo grande libro: “La fine dell’economia”, originariamente pubblicato da SugarCo nel 1986 e poi ristampato da Rubbettino-Facco sotto gli auspici dell’IBL nel 2006.

In quel libro, egli si confronta con Keynes e Marx. La sua è una raffinata demolizione dei “perfettismi”, ovvero di “ogni dottrina che predichi un regno mondano di perfezione, senza il dominio dell’economico”. Il perfettismo è impegnato in una “lotta contro il reale”: contro la scarsità, contro lo scambio, contro un mondo fatto non di modelli ma delle necessità e delle ambizioni concrete di esseri umani in carne ed ossa.

Nel pensiero di Ricossa, appassionato storico della Rivoluzione Industriale, gioca un ruolo fondamentale il concetto di innovazione. Per Ricossa,

Non si può negare che il mercato, coi suoi tentativi ed esperimenti, molti dei quali destinati a fallire, ‘spreca’ rispetto a un immaginario esperto, il quale per ipotesi conosca a priori chi e cosa riuscirà meglio: è inutile giocare la gara, se si sa in anticipo chi la vincerà e come la vincerà. (…) Il fatto è che i cosiddetti esperti non sono le persone più adatte a giudicare le novità tecnologiche e merceologiche il cui scopo sia la conquista dei consumatori. Gli esperti possono saper tutto del passato e del presente, fino a memorizzare nei loro calcolatori tutte le funzioni di utilità degli individui nella popolazione: ma sanno poco o nulla del futuro (come noi). Se non che le novità si propongono proprio di cambiare il passato e il presente, e dunque riguardano essenzialmente il futuro, un futuro diverso e inconoscibile. Più le novità sono ‘nuove’, e più gli esperti sono privi di precedenti ai quali riferirsi per intuire quel che succederà”.

Fu autore di importanti testi dal taglio divulgativo, come “Impariamo l’economia” (ristampato da Rubbettino nel 2011), e nel 1995 prese parte alla contesa referendaria sulla pubblicità televisiva, come presidente del Comitato per il No. In precedenza, aveva avuto un’altra grande occasione di visibilità pubblica, ponendosi alla testa della marcia contro il fisco nel 1986. Rifiutò tuttavia in più di una occasione di dedicarsi alla politica attiva.

Intensamente debitore alle riflessioni di Hayek, il liberalismo “imperfettista” di Ricossa ha avuto un esito libertario: a fine anni Novanta, Ricossa si definì “liberale pentito” e sostenne che l’unico modo per uscire dal circolo vizioso “chi controlla i controllori, e i controllori dei controllori”, tipico del vecchio costituzionalismo liberale, era ammettere il diritto della società ad autogovernarsi. Col consueto garbo e la consueta ironia, Ricossa sapeva guardare criticamente anche alla tradizione del liberalismo classico nella quale era saldamente inserito. Queste sue idee vennero articolate in una serie di conferenze per il CIDAS, centro studi torinese che a partire dagli anni Settanta aveva cercato di alimentare un dibattito pubblico più liberale e meno conformista.

Appassionato di disegni di epoca moderna e autore di studi sul mercato dell’arte, Ricossa era un intellettuale a tutto tondo, capace di incursioni imprevedibili nei campi più diversi. Come corsivista, diede fondo alle proprie passioni, oltre a continuare quella tradizione di interventi sulla stampa, accessibili a tutti, che lo avvicina a Luigi Einaudi, che per lungo tempo considerò il suo vero maestro.

Su invito di Alberto Mingardi e del compianto Franco Forlin, Sergio Ricossa accettò con piacere di essere Presidente onorario del neonato Istituto Bruno Leoni – carica che lasciò col peggioramento delle sue condizioni di salute.

Abbiamo perso un grande maestro. Per ricordarlo, l’Istituto Bruno Leoni mette a disposizione gratuitamente per una settimana il suo “Straborghese” in forma di ebook (EPUB e MOBI). Cliccando qui è possibile leggere la prefazione di Enrico Colombatto a “La fine dell’economia” e qui la prefazione di Alberto Mingardi a “Straborghese”. Colombatto e Mingardi curarono, nel 2001, “Il coraggio della libertà”, Festschrift dedicato al professore torinese e pubblicato da Rubbettino.

Fonte: “IBL

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