Il potere della fantasia reale 

di Angelo Giubileo 

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L’essere è e non è possibile che non sia. Il non-essere non è e non è possibile che sia (Parmenide, Sulla natura)
 
In Europa, l’ultima macro-narrazione storica ha inizio con i moti rivoluzionari del Seicento e l’apice a fine Settecento della Rivoluzione, per antonomasia, in Francia. Gli esiti definitivi di ciò che accadde furono rappresentati allora dal Trattato di Westfalia del 1648. Il Trattato certifica la rottura del vecchio “ordine” costituito, che così evapora assieme al “principio”, che l’aveva ispirato, dell’ideologismo cristiano, e l’adozione di un nuovo “principio ordinatore”, che ancora oggi, dopo l’Unione Europea dei Trattati, è quello della sovranità e indipendenza, ancorché residui, di ogni singolo stato nazionale.
Accadde quindi che l’organizzazione del potere ebbe a essere principiata dal diritto e quindi presieduta dal una diversa “logica” intrinseca, propria, che è la stessa odierna relativa a un “patto di convivenza sociale” e, in effetti, di condivisione del potere. Con il Congresso di Vienna del 1815, il nuovo ordine, ripetiamo di tipo pattizio, s’ispira piuttosto ad una logica di “separazione (del potere e) dei poteri”, che promanano pur sempre dall’“alto” (un “alto” diverso) e che è ispirata dalla celebre dottrina del Montesquieu, che a una logica di “delega (del potere e) dei poteri” che proverrebbero dal “basso” e in definitiva da istituzioni, tradizionali e non, quali famiglie, associazioni, partiti politici, corpi civili e militari dello stato.
Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord fu senz’altro l’uno dei due principali ispiratori, insieme a Klemens von Metternich, del nuovo ordine pattizio degli stati nazionali. Talleyrand fu ed è stato appellato con numerosi epiteti, in particolare quello di: il camaleonte. E il camaleontismo è considerato per l’appunto quel fenomeno specifico del potere, che in età moderna ad egli è fatto risalire. A Talleyrand è anche attribuita una significativa concezione del potere stesso, così come sintetizzata nell’espressione: il potere logora chi non ce l’ha.
E tuttavia – soltanto ad ogni fine di discorso, perché al contrario riterremmo perfino superfluo ribadirlo – esiste una via, un sentiero, un circuito tra lo spazio e i supposti confini di ogni potere “personale” e lo spazio e i confini delimitati di un potere viceversa “comune”. Il potere attiene pertanto a una “condizione” (conditio, dal latino), in quanto è storicamente determinato e non sistematicamente sovra-ordinato, “individuale” e “sociale”. E’ essenzialmente auto-referenziale, ma in ambito “comune” si avvale soprattutto del riconoscimento che gli deriva dall’acquiescenza o consenso altrui. E pertanto, se il circuito comunicativo interno-esterno-interno s’interrompe, si verifica una situazione cosiddetta di corto-circuito tale da impedire un corretto e adeguato funzionamento e sviluppo delle dinamiche di forza in cui si sostanzia l’esercizio, in questo caso, del potere.
Occorrerebbe, in tali situazioni, un nuovo sforzo di “fantasia” o d’“immaginazione”. E, ancor prima, un appello! Un appello come quello che, nell’ultimo recente periodo pseudorivoluzionario europeo del Sessantotto scorso, fu lanciato da Herbert Marcuse. Un appello, cioè, all’“immaginazione, unico strumento capace di comprendere le cose alla luce della loro potenzialità (fonte: wikipedia. Il corsivo è mio)”. Un appello che, in Italia, oggi sentiamo di rivolgere soprattutto all’interno dello spazio liberale del centrodestra. Tanto, a essere realisti.

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