Italia: open for business?

di Alessandro De Nicola

denicola

Una cifra stilistica piuttosto ricorrente della “narrazione” renziana è l’apertura ed anzi un certo entusiasmo verso gli investimenti esteri nel nostro paese. Ogni qualvolta si verifica un’acquisizione di un azienda nostrana da parte di uno straniero e si alzano immancabili le voci di chi parla di “svendita” o di un “altro pezzo d’Italia” che se ne va, se il premier si pronuncia afferma sempre che in realtà si tratta di un buon segnale perché vuol dire che la nostra economia è attraente.

Renzi ha pienamente ragione ed anzi si può aggiungere che quando entrano i forestieri, essi allargano i mercati delle imprese comprate, trasferiscono in Italia know-how magari fino a quel momento non presente, formano le persone, spesso migliorano governance e controlli interni e procedono ad un’allocazione efficiente di risorse: se c’è stata una vendita vuol dire che l’imprenditore italiano, rispetto al prezzo spuntato, non pensava di riuscire a ricavare di più con la sua azienda, mentre l’acquirente sì. Semmai il problema è reinvestire i soldi piuttosto che, per mancanza di voglia o eredi od opportunità, semplicemente lasciali in mano a qualche gestore di patrimoni e spendere il proprio tempo al golf o su una barca.

Quest’ultimo è tuttavia un nodo che non possono sciogliere gli investitori esteri: verso di loro dobbiamo chiederci se il Belpaese ha intrapreso i passi necessari per rendersi più seducente. A questo proposito risulta molto interessante un recentissimo studio sugli investimenti in Europa nel 2015 curato dalla società di consulenza MergerMarket ( “Inward Bound. Inbound M&A into the EU”, http://www.mergermarket.com). Il lavoro è importante perché oltre ad utilizzare statistiche note, si basa su dettagliate interviste a ben 250 alti dirigenti le cui imprese hanno nel 2015 completato una acquisizione nel Vecchio Continente. 175 di questi lavorano per imprese industriali o di servizi e 75 per fondi di private equity.

Il primo risultato importante è che l’anno scorso è finito molto bene. Sono state portate a termine 1330 operazioni per un valore complessivo di 462 miliardi di euro. Per metter le cose in prospettiva, basti pensare che nel 2012 i numeri erano rispettivamente 1000 e 160 miliardi e nel 2009 ci furono solo 550 investimenti per 67 miliardi. Inoltre, il mercato dell’M&A é praticamente diviso a metà: il 49% del valore delle acquisizioni viene da paesi extraeuropei e il 51% è intraeuropeo. Si deve notare come, rispetto al passato, ci sia un deciso aumento della componente extraeuropea.

Strabiliante, poi, è il seguente dato: il 100% degli operatori ha dichiarato che il risultato in termini di fatturato delle aziende acquistate ha rispettato o addirittura superato le aspettative. L’88% ha espresso lo stesso concetto relativamente ai profitti. Questa soddisfazione si riflette nel fatto che il 95% degli intervistati si è dichiarato propenso ad effettuare altri investimenti nell’Unione Europea.

Quali sono le nazioni sulle quali i manager intendono focalizzare in futuro i propri investimenti? Qui cominciano per noi le notizie meno buone. Infatti, Germania e Regno Unito sono di gran lunga le più gettonate ,seguite da Olanda e Belgio (probabilmente anche per motivi fiscali e di prossimità con le istituzioni comunitarie)e, a grande distanza, sono appaiate Italia e Francia con l’11% delle risposte. Peraltro, il dato è ancor più cattivo di quel che appare perché è pur vero che la Svezia interessa il 7% degli investitori, ma ha 1/6 dei nostri abitanti ed ¼ del nostro PIL ( stesso discorso vale per molti altri “piccoli”).

Dobbiamo chiederci allora quali sono gli elementi positivi e negativi quando si valuta un’acquisizione in un determinato paese e capire come il nostro possa migliorare.

Vediamo. Tra i fattori macroeconomici citati come determinanti le decisioni, ci sono il buon prezzo delle aziende (grazie all’euro basso), l’eccellenza delle infrastrutture, la crescita economica, una regolamentazione stabile e l’appartenenza all’Europa. Insegnamenti per noi? L’Europa è un valore (addirittura il primo per gli operatori dell’Africa e Medio Oriente) e l’euro non soffoca l’economia a dispetto di tutta la retorica anti-europea che ci tocca ascoltare. Infrastrutture mediocri come sono spesso quelle italiane rappresentano un freno: bisogna privatizzarle per rafforzarle e al contempo liberare risorse per altri investimenti. L’incertezza regolamentare che caratterizza l’Italia è un altro handicap e i decimali di crescita contano eccome: un paese stagnante viene visto con meno riguardo dagli investitori.

Sono i fattori microeconomici quelli che ci salvano. Infatti, sotto quel profilo, gli acquisti sono determinati dal valore della tecnologia, della reputazione e dei marchi delle società. Le imprese italiane sono molto apprezzate per queste qualità e compito del legislatore è aiutare a preservarle.

Infine i fattori frenanti: alte aspettative di prezzo, economia volatile, scarsa trasparenza, regolamentazione oscura. Su questi tre ultimi fattori c’è ancora molto da fare per l’Italia e l’azione di governo sarà determinante: incertezze come quelle sul ddl concorrenza non sono di buon auspicio.

Insomma, da qualunque prospettiva si vedano le cose, il risultato che emerge dagli studi e dalle ricerche internazionali é sempre il medesimo: il nostro sistema economico è caratterizzato da virtù private che non riescono ad esprimersi in gran parte a causa dei pubblici vizi. Lavoriamo su questo e anche la nostra arte di sedurre gli stranieri ne trarrà grande beneficio.

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