Buone regole senza lo Stato

di Alberto Mingardi su “IBL

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L’affaire Volkswagen sembra fatto apposta per confermare un’idea diffusa. Il capitalismo, un po’ come la democrazia, è il peggior sistema economico eccezion fatta per tutti gli altri sin qui sperimentati. Guai però a lasciarlo da solo. Le imprese private fanno ciascuna il proprio interesse: cioè non si fanno scrupoli a imbrogliare, se lo esige l’ultima riga del bilancio.

Anche i più accesi sostenitori dell’economia di mercato ritengono che abbia bisogno di regole (meglio se poche e semplici), prodotte però al di fuori di essa: dagli Stati.

Il gioco dell’autointeresse è però un po’ più complicato. Perché non meno autointeressati dei potenziali frodatori sono i potenziali frodati. E perché altre aziende, parimenti autointeressate, potrebbero pensare di offrire ai secondi protezione dai primi. Una delle poche cose sulle quali gli economisti tendono ad essere d’accordo è che il monopolio produce quantità inferiori di un certo bene o servizio rispetto a quanto sarebbe necessario, facendole pagare di più. Se la certezza del diritto è così importante, perché la lasciamo a un monopolista?

Ed Stringham (economista del Trinity College di Hartford, Connecticut) ha collezionato nel suo Private governance. Creating Order in Economic and Social Life una serie di esempi interessanti. Il libro s’interroga su come possano emergere casi di “governance privata”, ovvero di produzione e applicazione di norme in assenza di Stato.

Si presume con troppa facilità, ammonisce Stringham, di non potersi affidare «a soluzioni private per venire alle prese con problemi complessi». Egli guarda a casi e realtà assai eterogenei. La nascita dei mercati azionari nel diciottesimo secolo e l’e-commerce oggi. Le polizie private e il moderno risk-management.

«Le regole della Borsa vennero escogitate dagli stessi broker, nel corso della trasformazione da caffè a club privati con lo scopo di creare regole e farle rispettare (…) I primi agenti di Borsa operavano nel Royal Exchange, che ospitava anche mercanti quali fruttivendoli, farmacisti e commercianti di tessuti. Il governo, tuttavia, non amava questo mercato e nel 1696 approvò una legge con lo scopo di “Limitare il numero e l’attività di intermediazione e compravendita di azioni”».

Broker e stockjobber spostano quindi le loro contrattazioni in Change Alley, poco lontano da Lombard Street. Di nuovo il governo proibisce loro di condurre i loro traffici per strada. È per questo che finiscono a scambiarsi azioni nei caffè. Ma, dovendo recuperare in reputazione, sono subito costretti a darsi delle regole. Si comincia con una lavagna, sulla quale vengono scritti i nomi dei bancarottieri, per evitare che ci si trovi a trafficare con una controparte inaffidabile. Si spostano poi in un caffè più grande: chiunque voglia vendere o comprare deve pagare una quota annuale, più eventuali multe in caso di comportamento sregolato. La bancarotta vale l’espulsione, ma frodi o comportamenti dubbi valgono un passaggio innanzi a un apposito comitato, che con la maggioranza dei due terzi può decretare l’espulsione di un agente di borsa.

Qualche secolo dopo, l’e-commerce pone problemi simili. Non perché si comprino cose “diverse” da ciò che si acquisterebbe in una libreria o in un supermercato, ma perché «amplia enormemente la vastità dei mercati e mette in contatto gli acquirenti con milioni di potenziali truffatori in tutto il mondo. Spesso non abbiamo un’idea chiara della controparte con cui abbiamo a che fare e se si tratti realmente di chi afferma di essere». Per certi versi, è la condizione tipo in cui ci servirebbe lo Stato. Di solito si pensa infatti che le transazioni potrebbero essere lasciate a se stesse solo se coinvolgono piccole comunità, nelle quali la fiducia fra controparti si forgia nella consuetudine. Invece lo Stato sarebbe l’arbitro necessario degli scambi impersonali.

Eppure, a questi problemi il settore privato ha cercato di dare risposta da sé. Con un certo successo. All’inizio fu eBay: ci chiedeva di valutare le transazioni effettuate per simulare la «formazione della reputazione» degli scambi faccia-a-faccia. Altri, da Amazon a Uber, hanno adottato strategie non dissimili.

La creatività imprenditoriale ha risolto pure altri problemi. Stringham cita PayPal, fra i primi ad avere sviluppato i Captcha e un «sistema di pagamento» che «dietro le quinte» cerca di isolare e prevenire le frodi, per garantire la sicurezza dei suoi clienti.

Clienti i quali, per inciso, sanno benissimo che una denuncia dai carabinieri per donazione della carta di credito serve solo ad ottenere il rimborso dalla banca. E che per questo si affidano a un servizio, sicuramente non perfetto ma più sicuro di altri.

L’esistenza di forme di “private governance” non è un argomento sufficiente per diventare anarchici. Le regole servono. Ma non è detto che il miglior produttore di regole sia lo Stato, che ne esige il monopolio.

Da Il Sole 24 Ore, 14 febbraio 2016

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