Il nulla a “destra”

di Federico Cartelli su “The Fielder

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Negli Stati Uniti: Ted Cruz, Marco Rubio, Donald Trump, Jeb Bush. In Italia: Rita dalla Chiesa e Irene Pivetti. Ci si potrebbe anche fermare qui, per carità di patria. Tuttavia, lo spettacolo penoso che ciclicamente si ripresenta agli occhi di un elettore che non si sente rappresentato né da Renzi né da Grillo né da Salvini impone un supplemento di riflessione. L’imbarazzante giostra di nomi — si attendono con fiducia le discese in campo di Barbara D’Urso, Maria De Filippi e l’orso Yoghi, che pare attirare i più nostalgici — è lo specchio della totale alienazione che da tempo s’è impadronita di quell’area che veniva chiamata, banalmente, dei “moderati”. Questo termine, così come “destra” e “centrodestra”, ha ormai poca ragione d’essere nel vocabolario della politica: sono sostantivi che etichettano, di fatto, il nulla. I fantomatici “moderati” sono impreparati dinanzi alle sfide del mondo attuale, privi d’ogni barlume programmatico di senso compiuto e della capacità di capire il presente. L’accozzaglia di sigle che in qualche modo si dovrebbe richiamare a quella tradizione politica ristagna nelle paludi del pensiero breve, tra storiche ossessioni e compulsioni sondaggistiche, senza riuscire ad andare oltre patetiche cartoline d’antan comicamente rivisitate nella speranza d’attrarre un voto in più.
I marò collocati nel presepe da Giorgia Meloni (li ritroveremo anche nelle uova di Pasqua?), gli isterici schiamazzi di Formigoni e Giovanardi contro i gay, il bucolico Salvini in versione “battaglia del grano” che asseconda qualsiasi capriccio della Coldiretti, sono ridicoli tentativi, in chiave di mero marketing elettorale, d’intestarsi nicchie di consenso che servono solo a vivacchiare per inerzia, ma non ad ambire a governare. Di fatto, ci s’è ridotti a scimmiottare Grillo (senza dimenticare chi ha preferito diventare la ruota di scorta del governo Renzi) assumendone i toni estremi ma dimenticando che, tra la copia e l’originale, l’elettore sceglierà sempre quest’ultimo. Complottismo, paura, autarchia economica: questa è l’attuale offerta politica di una “destra” che sembra aver perso qualsiasi vocazione maggioritaria e di governo, e preferisce rinchiudersi in un autolesionista recinto identitario. Col serio rischio di far la fine di una Rifondazione Comunista qualunque: eternamente all’opposizione e nulla più che occasionale frequentatrice di piazze, fino all’oblio. Questa “destra”, o “centrodestra”, chiamiamolo come volete, non è che una folcloristica macchietta.
Ai tempi di Prodi e D’Alema fare un chiassoso controcanto alla sinistra poteva bastare per vincer le elezioni. Ma se si pensa di poter sconfiggere Renzi e Grillo con qualche scomposto urlettino sui temi etici, allora mettiamoci comodi, perché ci sarà molto da aspettare. La verità è che Forza Italia e compagnia, se per un assurdo gioco del destino riuscissero a vincer le elezioni, non avrebbero alcun programma di senso compiuto da presentare. Nulla che possa davvero trascinare il Paese fuori dalle sabbie mobili del salasso fiscale, delle spesa pubblica e del debito pubblico. Mancano le idee e manca una squadra di leader che le sappia comunicare, perché è totalmente assente un serio e credibile metodo di selezione della classe dirigente. A parole molti si erano detti favorevoli alla primarie, ma poi hanno fugacemente ripiegato sui casting improvvisati, con la benedizione del padrone di casa, che pensa d’essere ancora ai tempi di Publitalia e di saper selezionare senza errore i suoi dipendenti. E così per Roma ecco spuntare Bertolaso dal cilindro d’Arcore. Non ci sarà da meravigliarsi, dunque, se arriveranno altre sconfitte, divenute ormai quasi abitudinarie, salvo rare eccezioni dovute più che altro alle divisioni locali negli schieramenti avversari.
Le televendite e le mance renziane stanno inevitabilmente lasciando il posto alla realtà, che mostra un Paese ben diverso da quello disegnato dalla propaganda e dalle slide. Nel quarto trimestre del 2015 il PIL è cresciuto solo dello 0,6% rispetto allo 0,9% previsto dal governo. Gli zero virgola non sono la fantomatica ripresa, sono le nuvole di fumo di un Paese inceppato, che non sta affatto cambiando verso. Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, intanto, hanno già da tempo ricominciato a correre. Peccato, perché l’Italia ha disperatamente bisogno di una destra moderna e liberale, come quella inglese. Qualcosa, per intenderci, che sia molto simile all’azione politica di Cameron e Osborne. Quella italiana, invece, è ostaggio di Berlusconi e Brunetta. Con ovvie conseguenze.

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