Due anni di governo Renzi, una certezza: per le riforme, non basta il PD

di PierCamillo Falasca su “Strade

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Sono passati ormai due anni da quando Matteo Renzi, da segretario del PD, ha sfiduciato Enrico Letta e assunto direttamente la guida di un governo sostenuto da una coalizione sbilenca. Da una coalizione, o meglio “dalle coalizioni”, perché il capolavoro di Renzi è stato quello di dettare una propria agenda tra maggioranze parlamentari variabili e asimmetriche, navigando in mezzo all’instabilità parlamentare e politica.

Le riforme costituzionali e l’Italicum scaturiscono dal famigerato “patto del Nazareno”, ma sono poi state votate dal suo “residuato”: il grosso del PD (ma non tutto e comunque privo di chi nel frattempo l’aveva abbandonato), insieme ai centristi vari. E al referendum costituzionale, la vittoria dei Sì avrà tante più chance quanto piùnon sarà percepita dagli elettori come la “riforma del PD”.

Le unioni civili per le coppie omosessuali avranno con poche eccezioni il voto determinante dei senatori del M5S, oltre a quello di SEL (che, ricordiamo, alla Camera ha goduto del premio di maggioranza del Porcellum insieme ai democratici). La riforma del contratto di lavoro a tempo indeterminato, il famoso Jobs Act, è stata approvata nonostante la contrarietà di una parte importante del Partito Democratico e della CGIL. Il ddl Concorrenza, ancora in discussione, è stato semplicemente massacrato prima in sede governativa, con Alfano e la Lorenzin ad alzar barricate contro la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, e poi da tutte le forze parlamentari, con buona pace degli obiettivi di competitività dell’economia italiana. Di più, una parte del PD ha lavorato insieme ai grillini per reintrodurre la chiusura forzata dei negozi per un numero minimi di giorni all’anno.

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