Unioni civili: si ad eguali diritti per gli omosessuali, no alla stepchild adoption 

Il giorno dopo il FamilyDay proponiamo questo articolo a firma di Elia Dall’Aglio

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Lo scontro sul disegno di legge Cirinnà in discussione in parlamento si fa sempre più esacerbato.
Ritorna in auge la contrapposizione tra laici e cattolici: coloro che sono favorevoli al disegno di legge hanno sfilato nei giorni scorsi in varie piazze d’Italia reclamando uguali diritti per le coppie omosessuali; sul versante opposto il family day, la manifestazione indetta per questo sabato dai movimenti cattolici che si oppongono risolutamente alla legge (ma anche alla concessioni dei diritti fondamentali alle coppie omosessuali).
Il primo family day ideato da Ruini con l’esplicito intento – poi riuscito – di affossare i dico, la legge sulle unioni civili del governo Prodi, che era decisamente più blanda rispetto all’attuale, venne organizzato nel 2007. In nome dei “valori non negoziabili” si radunarono in piazza oltre un milione di persone. Erano presenti i movimenti cattolici (i più numerosi, ieri come oggi, i neocatecumenali di Kiko Arguello), politici di ogni estrazione – Casini, Fini, Berlusconi e Renzi, il quale nel frattempo, come spesso gli capita, ha cambiato idea.
In un Paese democratico è perfettamente legittimo manifestare il proprio pensiero; detto questo, considero il family day una manifestazione retrograda, oscurantista e illiberale: si tratta di una minoranza di cittadini che in base alle proprie convinzioni etiche vuole conculcare i diritti di un’altra minoranza, che è a tutti gli effetti non tutelata, e quindi discriminata, dalle leggi italiane. Ha ragione a mio avviso la sociologa Chiara Saraceno quando dice che i partecipanti a questa adunata sono a tutti gli effetti degli omofobi latenti.
Non esiste nessuna ragione valida per non riconoscere alle coppie omosessuali, che rappresentano un fenomeno socialmente rilevante, gli stessi diritti civili di quelle eterosessuali (comprese le adozioni, se si vuole garantire un’eguaglianza sostanziale).
Ma oggi il motivo dello scontro non è più, come in passato, la mera concessione di eguali diritti, perché su questo la maggioranza del paese è ormai favorevole. Lo scontro politico e il dibattito pubblico vertono invece, soprattutto, sulla stepchild adoption, l’istituto che consente l’adozione del figlio biologico da parte di uno dei due membri della coppia (istituto che già vige per le coppie eterosessuali).
Chi è contrario (compreso il sottoscritto) lo è perché ritiene che l’adozione coparentale serva soprattutto se non unicamente a legittimare la pratica, moralmente aberrante, dell’utero in affitto (nel caso di coppie gay) o dell’inseminazione artificiale (nel caso di coppie formata da due donne) cui fanno ricorso, per ottenere dei figli, le coppie che formano la stragrande maggioranza delle cosiddette famiglie arcobaleno.
Significherebbe avallare artatamente qualcosa che è a tutti gli effetti – e giustamente aggiungo io – illegale. Chi aggira la legge, non può pensare di veder riconosciuta ex post la propria condizione (a meno che non si tratti di episodi riconducibili a leggi che violano i diritti fondamentali della persona, ma non è questo il caso).
La genitorialità non è un diritto, ma semmai una responsabilità sociale. Pertanto il desiderio di acquisire la piena potestà genitoriale da parte di queste coppie non può e non deve essere ammesso. Spetta ai giudici, come già avviene, intervenire nelle situazioni che lo richiedano, salvaguardando i diritti del minore (come ad esempio nel caso della morte di uno del genitore biologico).
Alcuni deputati del Pd hanno proposto di introdurre una legge che sancisca fino a dodici anni di reclusione per chi va in un altro paese a concepire un figlio tramite maternità surrogata: è una proposta liberticida e impraticabile dato che non si può impedire a una coppia di andare all’estero, laddove è permesso, per ottenere un figlio in questa maniera; inoltre la legge 40, che in questo senso confligge con la stepchild adoption, prevede già fino a due anni di carcere per chi commette questo reato in Italia.
Se si stralciasse la stepchild adoption (secondo i sondaggi il 70% degli Italiani è ccontrario a questa norma), cadrebbero molti veti di chi si oppone a questa legge ma non alla regolamentazione delle unioni fra persone dello stesso sesso (Ncd, il partito di Alfano, che ha già annunciato l’intenzione di raccogliere le firme per un referendum, per dichiararsi contrario troverebbe comunque un pretesto nella questione delle pensioni di reversibilità).
Anche qualora si procedesse così, permarrebbe però il problema della possibile incostituzionalità della legge Cirinnà.
Di fatto gli estensori, che hanno preso a modello le unioni civili tedesche, hanno voluto creare un istituto analogo a quello del matrimonio camuffandone il nome. Vengono definite unioni civili cosicché i cittadini si sentono rassicurati ma in realtà hanno tutti i crismi dell’istituto matrimoniale (al diritto matrimoniale ci si richiama diffusamente nel testo). Senonché, nel 2010 la Corte Costituzionale, con una sentenza alquanto discutibile, ha stabilito che è incostituzionale ogni forma di riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali equiparabile al matrimonio in quanto esso, in base all’articolo 29, si fonda sulla differenza di sesso.
A questo punto è possibile, come è filtrato sui giornali, che il Presidente della Repubblica, anticipando il giudizio della Corte, rimandi indietro la legge; oppure che la Consulta la dichiari incostituzionale; se invece la Corte cambiasse orientamento e la giudicasse ammissibile, “a quel punto – secondo il Professor Alberto Gambino – “interverrebbe la Corte dei Diritti d’Europa a imporre le adozioni, poiché se non si danno tutti i diritti propri del matrimonio, si viola il principio di non discriminazione”.
Speriamo non si debba attendere ancora troppo a lungo perché l’Italia divenga, almeno su questo fronte, un Paese più civile, moderno e progredito.

Fonte: Immoderati

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