Il senso del decoro e quello del limite

Fonte: “IBL

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Chi ultimamente ha attraversato piazza della Signoria a Firenze, sarà rimasto letteralmente abbagliato da una imponente opera d’arte contemporanea di inox cromato d’oro, appena rimossa dal comune. Le opinioni sulla bellezza e l’opportunità della collocazione di quella statua per mesi sono state oggetto di discussioni e polemiche a Firenze, perché, come si dice, non è bello ciò che è bello…

Pochi giorni fa, lo stesso comune ha approvato un regolamento che segue esattamente l’adagio opposto: ciò che piace al comune è decoroso per la città, ciò che non è di suo gradimento è vietato.
Il regolamento, a quanto si apprende dalla cronaca fiorentina di Repubblica, è già in vigore almeno per il divieto di vendita di alcolici, benché sia troppo presto per avere il testo integrale: così almeno hanno risposto gli uffici comunali alla esplicita richiesta dell’Istituto Bruno Leoni di averne copia.
Mentre sollecitiamo un aggiornamento della prima parte dei manuali di diritto pubblica sulla pubblicazione delle fonti, non resta che affidarci al comunicato stampa del comune, l’unica fonte ufficiale della notizia, come da nuova tradizione nazionale.

Il regolamento pretende di tutelare il decoro del patrimonio culturale del centro storico e per farlo, oltre a vietare la vendita di alcolici dopo le 21 se consumati fuori dai locali, «vuole colpire prima di tutto» – si legge nel comunicato – i minimarket e gli Asia market, poiché «non ci consentono di preservare il tessuto commerciale tradizionale del nostro centro». Questi negozi dovranno adeguarsi entro tre mesi a obblighi aggiuntivi tra cui vendere prodotti freschi, essere dotati di un bagno accessibile per disabili, avere una superficie superiore a 40 mq. Solo loro, e non altri: bar e ristoranti sono esonerati, «al contrario, i minimarket non avranno vita facile». Del tutto vietati, inoltre, money change, phone center, internet point e money transfer, pizzerie, attività che utilizzino alimenti precotti o surgelati, fast food e self service, discoteche, sale da ballo. I residenti che avessero bisogno di cambiare lo pneumatico del motorino, dovranno cercare un’officina fuori dal centro storico, perché saranno vietate anche quelle, oltre ai negozi di materie prime tessili, legnami e prodotti per l’edilizia, rottami e materiali di recupero.
Passeggiare tra il battistero e Palazzo vecchio è indubbiamente un’esperienza meravigliosa per i turisti e un lusso quotidiano per i cittadini. Ciascuno di noi vorrebbe che i due monumenti fossero circondati solo da ciò che ci sembra decoroso e esteticamente bello. Molti, ad esempio, hanno disprezzato come orrenda la statua dorata a piazza della Signoria, eppure, si è detto, era arte.

Il sindaco Nardella e le sentinelle pubbliche della bellezza fiorentina possono rammaricarsi che il vinaio toscano subisca la concorrenza del minimarket pakistano, ma discriminare le due attività commerciali decidendo che una sia bella e l’altra brutta è solo segno di arroganza e ignoranza. Il mercato fiorentino di san Lorenzo e tutti i mercati tradizionali, compresi i nuovi mercati multietnici che oggi i comuni vogliono difendere dall’aggressività della nuova offerta commerciale, sono nati per lo stesso scopo di soddisfare un’esigenza commerciale, prima di diventare luogo d’arte e tradizione.

Ma la vera debolezza del regolamento non sta tanto nella discrezionalità di decidere cosa è bello e autentico. La vera debolezza è nell’ipocrisia di pensare che divieti del genere possano salvaguardare l’estetica e il decoro delle nostre città. Essi non fanno altro che spostare quello che viene classificato come degrado, ammesso che tale sia, lontano dagli occhi dei turisti e dal centro, verso la città vera e i quartieri residenziali. Un’ipocrisia ancora maggiore riguarda il divieto di vendita degli alcolici, come se non potessero essere acquistati prima delle 21 e consumati dopo, o comprati fuori dalla cintura di sicurezza del centro e ivi portati.

Nardella assicura che il commercio tradizionale, con questo regolamento, sarà salvo. A costo di sacrificare lo sviluppo spontaneo della città, quello che, proprio nel Rinascimento, rese straordinaria e unica la città di Firenze.

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