Salerno, 92esima su 110: è colpa nostra!

di Antonluca Cuoco

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Quando mi capita di leggere le classifiche che misurano la qualità della vita nelle città so che si tratta – come tutti i modelli – di una approssimazione della realtà ma sempre resta l’amaro in bocca e la rabbia, da salernitano, di leggere quanto diversamente civili sappiamo essere noi meridionali.

Scorrendo la classifica pubblicata, sul finire dell’anno appena trascorso, da “Il Sole 24 ore” sulle province italiane più vivibili, emerge evidente che ci sono due Italie. Se il Nord forse sorride, il Sud piange. Gli ultimi 3 posti della classifica sono ad esempio occupati da Messina, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Salerno è 92ma.

La classifica valuta: Tenore di vita, Affari e lavoro, Servizi, ambiente, salute, Popolazione, Ordine pubblico, Tempo libero.

Forse nel dibattito pubblico – troppo spesso fatto di alibi e ricerca di scuse – dimentichiamo di precisare che siamo noi cittadini responsabili del paese in cui viviamo. Chi vive in un posto, infatti, contribuisce a renderlo più o meno europeo con comportamenti più o meno civili. Urge Guardarci allo specchio, se capaci e adulti, per fare uno scatto in avanti. Non è un caso che nelle aree del paese dove la partecipazione civile è tradizionalmente meno forte, dove il rapporto tra cittadini e pubblico è più di sudditanza verso il potere e meno protesa ad una richiesta di accountability dell’azione pubblica, come nel Mezzogiorno, le prestazioni del settore pubblico sono più scadenti.

Continuare ad alimentare, ad esempio, la giunga delle società partecipate non ha prodotto e non produrrà crescita e sviluppo, ma solo altro debito e sottosviluppo. Qui un elemento di distorsione nel dibattito pubblico è collegato all’acritico primato che viene assegnato, spesso ideologicamente, al pubblico come espressione “alta e pura” dell’interesse collettivo che abilita molti comportamenti opportunistici anche perché il consenso è spesso collegato al favore e non alla performance. Si pensi alla spesso ideologizzata questione dell’accorpamento dei servizi e delle funzioni comunali: è fin troppo evidente che dietro la falsa bandiera del campanilismo si nasconde quasi sempre la difesa delle rendite personali delle “famiglie” dei politici locali.

In realtà, già oggi, la nostra classe politica (e amministrativa) locale avrebbe la possibilità di scegliere: continuare a perpetuarsi riducendo inesorabilmente i servizi offerti alla propria comunità, ovvero rinunciare alle proprie posizioni per conservare e rafforzare i servizi offerti alla propria comunità? Sul tema della irresponsabilità e pericolosità della spesa locale, ricordiamoci che il default argentino fu generato prevalentemente dalla finanza locale. Sono eventi drammatici che devono farci pensare e analizzare con attenzione cause e conseguenze delle azioni di governo politico dei territori.

Chi studia i numeri, preferendoli alle narrazioni, sa che qui da noi in Italia la fine della partecipazioni statali, cioè la dismissione di molti gioielli di famiglia che doveva servire a ridurre il debito pubblico e ad aprire alcuni mercati alla concorrenza, ha segnato l’avvio della stagione delle “partecipazioni territoriali”.

Urge quindi liberare dalle grinfie dell’apparato pubblico -anche locale- risorse, idee e persone, favorendo concorrenza e competenza, e quindi il merito e la capacità di eccellere per conoscenza, e non per conoscenze e relazioni di favore. Per invertire la rotta, anche nelle comunità dove viviamo, occorre partire dando segnali chiari, chiudendo o privatizzando le tante municipalizzate, fonte di corruzione e clientela. Tagliare quindi i rami su cui vive la pletora di persone che costituiscono un insostenibile e ingiustificabile apparato pubblico e burocratico che ci rende ormai sudditi e non più cives; senza cercare scuse e senza affidarsi a populisti novelli masanielli, tra la peggiore razza umana in circolazione.

Anche a Salerno si tratta di realizzare una revisione e riduzione della spesa pubblica locale (per gestire bene bisogna costantemente misurare e valutare) allo scopo di diminuire credibilmente la pressione fiscale anche al fine di rendere i territori più vivibili per chi ci abita e lavora e più attraenti per potenziali investitori esterni. Viviamo, in effetti, in un Paese nel quale i guasti dei tanti monopoli pubblici, nazionali e locali, non sono ancora stati superati da un passaggio netto ad un ordine autenticamente di mercato aperto.

Speriamo che il lavoro di tutte le persone di buona volontà serva anche ad intendersi su cosa effettivamente sia avviare processi di liberalizzazioni, anche nei territori locali: rimuovere barriere e vincoli, non introdurne di nuovi. Pensiamo ai danni delle azioni di indirizzo politico dei soldi dei contribuenti decise dagli enti pubblici in nostra vece, privando gli individui della libertà di scelta, intesa non come totale assenza di vincoli, ma come possibilità di progettare le proprie vite.

Ciò vuol dire preferire stare dalla parte degli outsider, dei consumatori, degli imprenditori innovativi e dei giovani intraprendenti, ancor di più al Sud. Vuol dire favorire il merito, non la famiglia di appartenenza e che quindi tutti possiamo finalmente competere ad armi pari rompendo ed abbandonando la dinamica del consenso basato sulla spesa facile che pregiudica l’avvenire delle generazioni future, sulle cui spalle si scaricano vigliaccamente i costi. Significa favorire l’innovazione e la qualità, cioè migliorare la nostra vita di cittadini, consumatori e utenti, risalendo quindi le classifiche che ci vedono oggi in fondo.

Chiediamoci dove vogliamo essere tra un anno, e tra cinque, perché non ci sarà nessun supereroe a salvarci; tocca a chi ci vive farlo. La ragione di fondo del deperimento del Mezzogiorno non sta nella mancanza di risorse o di politiche statali, ma nel suo contrario…cioè nell’uso pluridecennale dei soldi pubblici come droga. I soldi nel Sud arrivano, vengono distribuiti nelle forme più schifosamente assistenziali e clientelari, impediscono la nascita di mercati, disabituano la gente al rischio di impresa, alla fatica e al gusto del lavoro.

Ecco perché leggendo la classifica relativa alla qualità della vita nei nostri territori occorre dire che è colpa nostra mentre ancora troppe fette di società meridionale preferiscono incolpare gli altri. Il primo passo verso la guarigione consiste appunto nel riconoscere la propria malattia. Parafrasandro Gaber, potremmo concludere: ” un cittadino non dovrebbero temere il politico in sé ma il politico in me. ”

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