I rischi degli investimenti non si “tutelano” coi soldi pubblici

di Raffaele Minieri

banca

Il crack della Banca Etruria è capace di mostrare i limiti del sistema valoriale italiano. La richiesta di tutela dei risparmiatori e del loro denaro viene mossa al soggetto sbagliato: lo Stato nella sua funzione politico-amministrativa, laddove dovrebbe essere rivolta alla magistratura (che pur sempre Stato è). Bisogna subito dirsi che non esiste il diritto di non pagare gli errori dei propri investimenti. Che differenza passa tra il pensionato che investe i suoi risparmi in una casa che poi crolla, un altro che decide d’aprire un negozio che fallisce, e uno che sceglie obbligazioni sbagliate? Purtroppo ogni attività è pericolosa o rischiosa, e chi rischia non sempre vince. A volte si perde e si perde tutto. In termini d’uguaglianza sostanziale non possiamo invocare una tutela ad hoc per alcuni. O proteggiamo tutti dai rischi imprenditoriali e d’investimento, o discriminiamo tra investimenti. Il paradosso è che le scelte in discussione pare preferiscano agevolare il demoniaco mondo della finanza e non dell’economia reale. Non sarà troppo malpensante chi ritiene che ci sia una volontà di rassicurare la vasta categoria degli acquirenti di titoli per evitare che nel marasma generale si crei sfiducia anche verso quelli di Stato?

Un altro aspetto importante della vicenda è l’impressione che la tutela di questi risparmiatori sembra a costo zero, quasi come se il denaro pubblico richiesto per tutelarli dai rischi che come adulti consenzienti si sono assunti non fosse di nessuno. Perché i soldi per salvarli dalle loro scelte sono della collettività, la quale dovrebbe poter decidere se è più meritevole di tutela, per esempio, chi risparmi non ne ha perché non arriva nemmeno a fine mese. Il vero problema è che pare esistere il diritto d’avere ogni tipo di diritto, come se tutto non avesse un costo e una difficoltà di realizzazione, come se ogni diritto non avesse un dovere a fargli da contraltare. Da dove nasca questa mentalità è difficile da spiegare, ma è semplice capire da che cosa venga alimentata. Se salvi con soldi pubblici banche o la Grecia, è ovvio che qualcuno possa dirti che allora anche lui ha il diritto d’essere salvato; quantomeno si potrebbe parlare d’aspettativa legittima. In tutti questi casi le differenze si annullano di fronte alla mancata assunzione di responsabilità da parte d’ogni operatore; un atteggiamento reso possibile dall’idea che in definitiva lo Stato comunque interverrà coisoldi di tutti, che poi appaiono i soldi di nessuno. Ecco che così si creano le condizioni per non sanzionare mai i responsabili, che potranno indisturbati e dimenticati far danni ad altri.

Il punto della questione è se il rischio connesso a quest’investimento fosse conosciuto o conoscibile — nel qual caso non si vede di che cosa ci si possa lamentare — oppure se qualcuno ha mentito, nel qual caso lo Stato deve intervenire con la magistratura. Questo è l’altro problema: la certezza del diritto. I tempi della giustizia e la sua instabilità rischiano di trasformare i diritti in petizioni di principio e le petizioni di principio in speranze deluse. Lo strumento del diritto esiste ed è l’unico che, in un Paese normale, deve garantire le lesioni dei diritti soggettivi. Si tratta di una considerazione estremamente banale, attesa la divisione dei poteri che dovrebbe caratterizzare uno Stato moderno. Se c’è lesione dei diritti, interviene la magistratura; se non c’è, la politica non può intervenire all’occorrenza e senza un criterio generale che garantisca di più alcuni e meno altri. A chi invoca l’intervento dello Stato bisognerebbe spiegare che la magistratura è lo Stato. Ciò di cui loro, invece, parlano è l’apparato, cioè quello stesso soggetto che crea le condizioni da cui derivano i fallimenti delle banche. In termini pratici allora che cosa bisogna fare? Denunciare la truffa, se di truffa si tratta, e chiedere il risarcimento dei danni patiti, costringendo i truffatori a rispondere anche coi loro patrimoni personali.

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