Spesa pubblica: perché non si riesce a diminuire?

di T. Segre su “TheFielder

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Negli ultimi quindici anni, la spesa pubblica primaria – ossia al netto degl’interessi sul debito – è cresciuta del 68,7%. Il numero, elaborato dal centro studi della CGIA di Mestre, evidenzia con chiarezza uno dei principali problemi del nostro Paese, alla base dell’attuale crisi economica. Tuttavia, dietro a questa cifra – che, in termini assoluti, significa un aumento di quasi 300 miliardi – emergono ulteriori questioni che chiunque intenda dibattere in modo serio e onesto non può eludere né trascurare.

Per prima cosa, tutti i governi che si sono succeduti sono responsabili d’aver contribuito a questo scellerato aumento: come in molti altri àmbiti, destra e sinistra hanno sfigurato in modo simile. Neanche il governo Monti – che, a detta di molti, aveva invertito la tendenza tramite la «spending review» – è esente da colpe, avendo intaccato realmente solo poche centinaia di milioni d’euro (altro che i «tagli selvaggi» criticati da molti commentatori). E, stando al suo operato, sembra proseguire sulla stessa linea il governo Letta: fa proclami quasi quotidiani contro le tasse troppo alte, ma alcune delle prime misure decise recentemente dall’esecutivo consistono nella stabilizzazione dei precari della P.A. e in ulteriori assunzioni nel mondo della cultura. Un altro numero pare interessante: nello stesso quindicennio, l’entrate fiscali sono aumentate di circa 240 miliardi, facendo segnare un +58,8%. È quindi evidente che l’incremento di spesa è stato superiore all’incremento di tassazione. Com’è stato possibile finanziarla?

In parte, ricorrendo al deficit; in parte, sfruttando la minore spesa per il servizio al debito che l’ingresso nell’euro ha favorito. Basti pensare che, nel 1997, la spesa pubblica riservata al pagamento degl’interessi ammontava all’11,5% del totale, mentre oggi – nonostante tutti i problemi legati allo spread – non tocca il 6%. Secondo stime attendibili, i guadagni ottenuti in termini di minori tassi d’interesse ammonterebbero all’imponente cifra di 700 miliardi. In pratica, i nostri governi hanno malamente sprecato il «dividendo dell’euro» – che avrebbe permesso una diminuzione della spesa totale e una conseguente riduzione della pressione fiscale anche mantenendo invariata la spesa primaria – approfittandone per aumentare, di solito a fini clientelari, la spesa corrente. Esser consapevoli di ciò permette di rispondere a tono quando qualch’esponente politico lamenta la presunta mancanza di risorse.

Sorge spontaneo chiedersi perché, anche in periodi come questi, in cui la tassazione davvero eccessiva ha fatto aprire gli occhi a sempre piú persone sulla necessità di contenere e ridurre la spesa pubblica, all’atto pratico non si riesca a farlo. La prima spiegazione si concentra sui benefíci concentrati (a favore dei fruitori di quel dato contributo) e i costi diffusi (sulla fiscalità generale) d’ogni tipo di spesa. Ogni volta che si paventa un taglio, la categoria colpita ricorre a manifestazioni di piazza e cerca l’appoggio di qualche partito per mantenere lo status quo. Al contrario, non s’è mai assistito a una manifestazione per chiedere l’eliminazione d’una certa spesa da parte della categoria piú tartassata e ignorata: i contribuenti italiani. A quest’argomento classico è necessario aggiungerne un altro. In moltissime occasioni, càpita di sentir dire che «bisogna aggredire la spesa improduttiva» e che «vanno colpiti gli sprechi». Sono frasi dall’indubbia forza retorica, ma che, se analizzate piú in profondità, significano poco o nulla. In base a quali criteri, infatti, una spesa risulta «improduttiva» e può esser classificata come «spreco»? È l’assenza di dibattito intorno a tale questione che rende impensabile invertire la tendenza.

In primo luogo, tutta la spesa pubblica è in sé stessa improduttiva, giacché sottrae al settore privato risorse che sarebbero state usate in modo migliore. Peggio ancora, le sottrae sempre tramite la coercizione. Illuminanti sono in proposito le parole di Ludwig von Mises: «Nel compiere qualsiasi impresa, un governo è sostenuto dalle azioni d’agenti armati. Se il governo costruisce una scuola o un ospedale, i fondi richiesti sono raccolti mediante l’imposizione fiscale, ossia tramite la riscossione di pagamenti estorti al cittadino». Tutto ciò per evidenziare gli errori delle teorie keynesiane– da decenni mainstream – che parlano d’un inesistente «moltiplicatore» e che hanno spinto all’assurdo per cui nei calcoli del PIL si fa rientrare anche la spesa pubblica, trattata ingiustificatamente alla stregua della ricchezza prodotta.

Fissato quest’importante punto fermo, si comprende che la discussione dovrebbe vertere intorno alla concezione di Stato che s’ha in mente. Chi ne propugna uno minimo rifiuta l’esistenza d’aziende pubbliche, d’incentivi alle imprese e dell’intervento pubblico in moltissimi settori, concedendo solamente che lo Stato amministri la giustizia e garantisca la sicurezza interna. In ogni caso, che si condivida o no l’orientamento espresso, ogni proposta deve partire da qui. Invece, sembra che nel dibattito politico e intellettuale manchi il senso del limite del potere pubblico. E anche partiti che si rifanno a qualche generico ideale liberale arrivano a promettere una macchina pubblica piú efficiente, ma quasi mai muovono obiezioni all’espansione del potere pubblico. In questo modo, è normale che ogn’individuo o gruppo d’interesse si senta in diritto d’ottenere erogazioni monetarie. E ciò favorisce un circolo vizioso, che porta alla richiesta d’una spesa pubblica sempre maggiore e a favore di qualunque rivendicazione.

I contributi alle imprese, le pensioni anticipate, gli stipendi del settore pubblico – cresciuti, nell’ultimo decennio, a un ritmo doppio rispetto a quelli privati – e in particolare di certi dirigenti, gli acquisti di beni intermedi ogni anno piú cari: sono questi alcuni dei capitoli di bilancio da cui bisognerebbe iniziare per attuare una seria opera di riduzione della spesa. Ma non si riusciranno mai a intaccare, finché non si fornirà una base etica che giustifichi questi tagli, oggi considerati solo dal punto di vista contabile ed efficientistico. Occorre mostrare che molti servizi che oggi sonomonopolî di Stato possono esser forniti spontaneamente e in maniera migliore da associazioni private, come numerose esperienze storiche insegnano. E occorre rendersi conto che la spesa pubblica opera come una droga, che rende incapace chi ne usufruisce di farne a meno, distruggendo cosí la creatività e lo spirito d’innovazione insiti in ogni essere umano. In mancanza di tali consapevolezze e d’una decisa inversione della politica economica, il crollo del sistema produttivo, oberato dalle tasse, è inevitabile.

Alcuni ancora s’illudono che un generico «qualcuno» – cioè i taxpayers – possa continuare a tirar avanti in qualche modo la carretta, dando per scontate le risorse provenienti dal prelievo fiscale. Ma gl’imprenditori, i loro dipendenti e i lavoratori autonomi italiani, per quanto stoici, non sono esseri sovrumani. Chi, ignaro della realtà dei fatti, ritiene che il sistema possa continuar a reggere a prescindere da tutto, dimentica un’essenziale lezione: che «i soldi degli altri, prima o poi, finiscono».

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