Gli alleati dell’ISIS nel mondo

di Luca Troiano su “TheFielder

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«L’ISIS è finanziato da individui di 40 Paesi, inclusi alcuni membri del G20.» Ha destato sgomento l’affermazione del presidente russo Vladimir Putin in chiusura del summit d’Antalya, secondo il quale l’organizzazione trae parte della sua linfa da una rete di complicità interne ad alcuni tra i Paesi intorno al tavolo. Una dichiarazione che di fatto risponde alle due domande più ricorrenti quando si parla dello Stato Islamico: 1) chi c’è dietro al gruppo integralista d’Abu Bakr al-Baghdadi2) chi lo finanzia. Quesiti che trovano spesso una risposta in termini “cospirazionisti”, salvo poi scoprire che tali ipotesi non sono quasi mai verificate da fonti credibili. Sul primo punto, a oggi non c’è alcuno Stato del Medio Oriente che sostenga l’azione dell’IS, almeno apertamente. Non è un prodotto dei regimi del Golfo (ripetiamo: almeno apertamente) né tanto meno una creatura degli Stati Uniti. Malgrado sia il gruppo terroristico più “odiato”, avversato sia da Stati sovrani sia dalla vecchia al-Qaida e dagli altri gruppi ancora fedeli allo sceicco al-Zawahiri, in giro per il mondo lo Stato Islamico raccoglie molti consensi. Dalle sabbie del Sahara alle alture dell’Afganistan, passando per le rive del Mediterraneo e quelle del mar Rosso, sono sempre di più i gruppi integralisti ad aver giurato fedeltà al Califfato.

In un’ideale mappa del Terrore, ben sette tra i principali gruppi attivi sul panorama jihadista si dichiarano affiliati all’IS, sei ad al-Qaida, mentre altri tre si dicono autonomi. Praticamente tutti quelli vicini agli integralisti d’al-Baghdadi in passato sono stati fedeli alla formazione che fu di bin Laden. L’ultima in ordine di tempo ad aver cambiato casacca è al-Murabitun (“Le sentinelle”), gruppo responsabile dell’attacco nell’hotel di Bamako, in Mali, guidato da Mokhtar Belmokhtar, inafferrabile e più volte dato per morto, mentre la più importante e pericolosa è Boko Haram, attiva in Nigeria con frequenti sortite in Ciad e Camerun.

Ha giurato fedeltà all’IS il gruppo Ansar Bayt al-Maqdis, attivo nella penisola del Sinai, in Egitto, che ha rivendicato il recente attentato all’Airbus 321, costato la vita a 224 persone. Fondato da Khayrat al-Shater, già membro di spicco dei Fratelli Musulmani, Ansar Bayt al-Maqdis è composto principalmente da beduini locali e da qualche miliziano straniero. Comparso sulla scena nel luglio del 2012, quando rivendicò la paternità di una serie d’attacchi contro un gasdotto che trasporta gas dall’Egitto a Israele. Inizialmente legato ad al-Qaida, di cui hanno adottato le tecniche di guerriglia (per es. l’uso dei kamikaze), col tempo ha condotto attacchi tecnologicamente sempre più avanzati, che indicano l’arrivo di finanziamenti dall’esterno, una caratteristica tipica dell’IS. Due anni fa è emerso il ruolo dell’organizzazione nel colpo di Stato che ha portato alla caduta del presidente Mohamed Morsi. Dal 9 aprile 2014 è stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta dal Dipartimento di Stato USA, per poi essere dichiarato fuorilegge da un tribunale del Cairo cinque giorni dopo.

In Libia sono vicini all’IS i miliziani del Consiglio della Shura per la gioventù islamica, attivi in Libia e in particolare nella zona di Derna, in Cirenaica. Secondo la versione dei Paesi del Golfo, in Libia i Fratelli Musulmani hanno aderito all’ideologia dello Stato Islamico, mentre per questi ultimi è stata proprio l’assenza della Fratellanza a permettere l’ascesa dell’IS nella Libia orfana del colonnello Gheddafi. Sta di fatto che oggi l’ex Quarta sponda è un gigantesco campo d’addestramento per terroristi, dove nuove reclute arrivano ogni giorno per combattere sotto i vessilli del Califfato.

Califfato che ha esteso i suoi tentacoli perfino in Asia centrale e in Estremo Oriente. Nella provincia cinese dello Xinjiang il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, diretto da Abdullah Mansour, ha condotto diversi attacchi suicidi sia nell’Ovest del Paese sia nella capitale Pechino, ponendo alle autorità un serio problema di sicurezza interna. Si sa che molti cittadini cinesi d’origine uigura (minoranza etnica della regione, di fede musulmana) si sono uniti al jihad in Siria, e i piani alti del Partito Comunista sono ben consapevoli del pericolo che questi combattenti costituiranno al ritorno dai campi d’addestramento. Meno noti sono Abu Sayyaf, presente nell’arcipelago delle Filippine, e la Jemaah Islamiyah (“Congregazione islamica”), la cui zona d’influenza si estende dalle Filippine alla Thailandia.

In aprile, l’IS ha fatto il suo ingresso sulla scena del conflitto afgano. Due kamikaze si sono fatti esplodere a Jalalabad, città ai confini col Pakistan, uccidendo almeno 33 persone. L’attentato è stato smentito dai Talebani e rivendicato da un loro importante portavoce passato nelle file dello Stato Islamico. La notizia di una saldatura tra gruppi estremisti pachistani, alcuni anche ex talebani, e l’ISIS, già nota da alcuni mesi, ha trovato così una prima drammatica conferma. Se questo connubio si estendesse anche ai gruppi di talebani ancora vicini ad al-Qaida, lo scenario afgano potrebbe tornare prepotentemente a infiammarsi. E se davvero l’attacco lanciato nelle ultime settimane nella provincia di Kunduz contro le forze governative fosse stato favorito e sostenuto da forze dell’IS, come denunciato dalle autorità locali, si tratterebbe di un nuovo fronte aperto dal Califfato, e proprio nella terra dove al-Qaida aveva mosso i primi passi.

Infine c’è Boko Haram, tristemente nota per i suoi metodi sanguinari e la brutalità delle sue azioni, alleatasi con l’IS nel corso del 2015. Il che significa che anche la “costola” somala di Boko Haram, i terroristi d’al-Shabaab, potrebbero presto fare lo stesso salto e passare dalla fedeltà ad al-Qaida a quella nei confronti d’al-Baghdadi.

Questa breve rassegna delle alleanze strette dal Califfato nei 18 mesi della sua esistenza ci permette d’inquadrare la sua strategia espansionistica nel mondo. Il gruppo tende ad avanzare nei territori connotati da una “statualità debole”, ossia che sfuggono in tutto o in parte al controllo delle rispettive autorità centrali a causa di conflitti in corso al loro interno (Siria, Libia e ora Yemen) o dell’incapacità dei governi di controllare il perimetro delle proprie frontiere (Iraq e Libano), concentrando gli sforzi sulla conquista, sul possesso e sul governo immediati delle terre sottratte. Questo ha permesso al Califfato d’allungare le proprie mani su aree con le quali non presenta una diretta contiguità territoriale e nonostante il suo territorio sia praticamente chiuso in una botte di ferro (a nord c’è la Turchia, a sud l’Arabia Saudita, a est l’Iran).

Come mai tanti gruppi hanno scelto di cambiare bandiera? Da una parte, lo Stato Islamico esercita un indubbio fascino sulla galassia integralista.Anche al-Qaida puntava a costruire un Califfato attraverso una rete del terrore, ma quello che i qaedisti non sono riusciti a realizzare lo sta facendo al-Baghdadi. Rinvigoriti dalle gesta di una formazione capace di passare dalla semplice guerriglia al controllo totale d’interi territori, vari gruppi jihadisti che si erano addormentati sono così tornati allo scoperto. C’è poi un’altra ragione più materiale: l’affiliazione all’IS consente a queste sigle di rilanciare la loro azione con mezzi tecnologicamente più avanzati di quelli qaedisti, considerati i notevoli mezzi patrimoniali di cui lo Stato Islamico dispone.

Arriviamo dunque alla seconda domanda iniziale. Il sedicente impero creato da al-Baghdadi ha sviluppato sistemi di finanziamento autonomi e innovativi che hanno posto le basi per un’economia altamente differenziata: se una fonte di guadagni viene annullata, il gruppo può contare sulle altre. Si tratta di un effetto collaterale della lotta al jihadismo. Dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti e i loro alleati sono riusciti a smantellare il sistema di finanziamento sul quale si reggeva la vecchia al-Qaida, basato soprattutto su donazioni esterne da parte di ricche famiglie del Golfo, d’organizzazioni islamiste e d’enti formalmente culturali e/o caritatevoli. A un certo punto lo stesso bin Laden si lamentò della mancanza di fondi per proseguire il jihad. Questo ha posto i gruppi integralisti di fronte alla necessità di creare nuovi sistemi di finanziamentofondati su risorse raccolte localmente e meno su finanziamenti esterni (che comunque sono ancora presenti e nel caso dell’IS sono stati determinanti, almeno all’inizio).

Secondo il Dipartimento di Stato USA, mantenere il Califfato costa circa 360 milioni di dollari l’anno, ma al contempo ne incassa molti di più, impossibile stabilire quanto. Se considerassimo l’IS uno “Stato”, come si fa chiamare, sarebbe uno tra i più poveri al mondo, con un bilancio pubblico pari a quello dell’Afganistan. Se invece lo si considera per ciò che è in realtà, ossia un’organizzazione terroristica, risulta essere la più ricca al mondo, dotata di mezzi finanziari superiori a quelli di tutte le altre messe insieme. Oltre ai costi di guerra, il Califfato sostiene quelli relativi alle sue strutture pubbliche, per esempio le scuole, la polizia religiosa, le mense, il sistema giudiziario basato sulla sharia, e anche un’autorità per la protezione del consumatore. Inoltre paga i suoi miliziani circa 400 dollari al mese, una cifra ben superiore a quella di un impiegato pubblico iracheno medio. Ha anche stabilito una banca centrale per battere una sua moneta, anche se la vita economica si svolge secondo l’uso delle monete locali, come il dinaro. Un sistema che nei primi mesi si è sorretto sui ricavi d’operazioni criminali, rapine, sequestri, e della vendita di reperti archeologici sul mercato nero, ma che in seguito si è riconvertito in una vera e propria economia di guerra, rendendo lo Stato Islamico pressoché autosufficiente. Il dato più inquietante è come quest’economia sia rapidamente riuscita a integrarsi con quella “ufficiale”.

Stando allo studio del Washington Institute for Near East Policy e ad altre analisi d’esperti di terrorismo, la fonte principale di finanziamento dell’IS è lo sfruttamento di pozzi petroliferi e raffinerie, che garantirebbe alle casse del Califfato un profitto di circa 1,5 milioni di dollari al giorno. La maggior parte del greggio è venduta tramite intermediari attraverso l’Iraq e un corridoio di terra nel Sud della Turchia, ma in parte viene ceduto a clienti locali, compresi alcuni gruppi ribelli attivi in Siria, e probabilmente anche al governo siriano. Un’inchiesta del Financial Times ha mostrato che l’IS e Damasco hanno messo in piedi delle specie di joint venture per la gestione d’alcune centrali elettriche a gas. Si crea così un singolare paradosso: i ribelli nemici dell’IS non potrebbero continuare la lotta contro l’esercito regolare e lo stesso IS senza la benzina acquistata da quest’ultimo. Il regime siriano, invece, dal Califfato compra l’elettricità di cui ha bisogno.

Naturalmente, l’esistenza di un’economia diversificata che ha preso il posto delle tradizionali private non significa che queste ultime siano finite. Uno studio del Washington Institute for Near East Policy ha mostrato che il primo Paese da cui provengono sovvenzioni esterne all’IS è il Kuwait, seguito da Qatar e Arabia Saudita, generalmente considerati sponsor occulti dei vari movimenti integralisti. Non è chiaro a quanto ammontino queste donazioni, né i canali attraverso cui esse transitino. Il punto è che, nonostante questi tre Paesi siano formalmente schierati a favore della Coalizione guidata dagli Stati Uniti e dichiarino d’aver arrestato ogni forma di finanziamento al Califfato — di recente il Qatar ha approvato una nuova legge che vieta le donazioni verso il gruppo d’al-Baghdadi —, nei fatti queste sovvenzioni non si sono mai arrestate. Come armi e munizioni, anche il denaro viaggia in direzione dello Stato Islamico tramite una complessa rete d’intermediari occulti. La sua rete d’assistenza sociale, ad esempio, che ha assunto il controllo delle scuole e degli ospedali presenti sui territori d’Iraq e Siria, riceve fondi da enti di beneficenza arabi un po’ secondo un modello già collaudato da Hezbollah in Libano e da Hamas nella Striscia di Gaza.

Inoltre, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, per ora la Turchia non ha voluto o saputo arrestare il passaggio di risorse, armi e anche uomini attraverso il suo territorio. Questo ha alimentato non poche speculazioni su possibili accordi tra il governo turco e i jihadisti. I quali hanno rivendicato i sanguinosi attentati di Suruc e Ankara, costati la vita a decine di giovani nel corso di manifestazioni di piazza e che hanno contribuito a rafforzare il consenso popolare intorno all’AKP del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

Tutti questi aspetti dimostrano quanto la rete di connivenze intorno allo Stato Islamico sia diffusa e articolata. Ripetiamo: a oggi nessuno Stato appoggia ufficialmente il Califfato, ma vari indizi suggeriscono che alcuni di essi sembrino farlo più o meno velatamente. Stati come Arabia Saudita e Turchia, che siedono al consesso del G20, che da anni chiedono l’uscita di Bashar al-Assad in Siria e che per questo sono sempre più ai ferri corti con la Russia di Putin, principale sostenitore del regime siriano. Dopo il recente abbattimento di un jet russo da parte dell’aviazione d’Ankara — la cui dinamica dovrà essere comunque accertata — le parole di Putin ad Antalya assumono un sinistro significato.

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