No, non è per disperazione e povertà. L’analisi quantitativa applicata al terrorismo

di Rosamaria Bitetti su “IlSole24Ore

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Gli attentati di Parigi hanno dato un po’ a tutti l’occasione di esprimere il proprio giudizio, non sempre ragionato, sul terrorismo, e talvolta la scusa per spiegare questo problema secondo la propria chiave di lettura del mondo: la religione, la globalizzazione, la povertà. Piketty su Le Monde spiega il terrorismo, ad esempio, con il suo cavallo di battaglia, la disuguaglianza. Il Papa a Nairobi dichiara che “la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione”.

Siccome Econopoly nasce con l’idea di spiegare i problemi con i fatti e un’analisi rigorosa dei dati, è il caso di riprendere in mano un piccolo classico con cui si cerca, forse per la prima volta, di applicare l’analisi quantitativa al problema del terrorismo. Nel 2007 Alan Krueger pubblica What Makes a Terrorist (edito in Italia da Laterza) cercando di smontare la spiegazione secondo la quale il terrorismo dipenda da povertà, mancanza di accesso all’istruzione e “odio per il nostro modo di vivere”, una spiegazione che è tanto diffusa quanto “accettata quasi interamente per fede, e non per prove scientifiche” (p. XX).

Raccogliendo i dati sullo status sociologico dei terroristi, Krueger prova che no, non appartengono agli stati più poveri della società, ma spesso sono fra i meno poveri e i più istruiti. Ad esempio, comparando 48 attentatori suicidi Palestinesi e il resto della popolazione, si osserva esattamente il contrario.

Poiché la decisione di partecipare a un attentato o entrare in un gruppo terroristico è influenzata dal gruppo sociale in cui avviene la scelta individuale, Krueger analizza anche il livello successivo, ovvero quello del supporto al terrorismo (ancora per la Palestina, per cui sono disponibili più dati), e trova che, contrariamente al pregiudizio, non è fra i più poveri e meno istruiti che si annida il maggior consenso per questo tipo di atti.

Anche a livello di nazioni, infine, Krueger nota che i perpetratori di atti terroristici provengono da nazioni distribuite senza nessun picco statistico fra i 4 percentili di PIL (anzi, in maniera quasi identica nel primo e nell’ultimo percentile per tutti gli eventi terroristici, addirittura solo in quello più alto per gli attentati suicidi). In altre parole la crescita del PIL non ha influenza statistica, e nemmeno il livello di istruzione. Maggior impatto hanno, invece, la tutela delle libertà civili, i diritti politici, o la presenza di montagne.

Capire chi sono e da cosa sono motivati gli attentatori è importante per capire il fenomeno nel suo complesso. Senza una comprensione del fenomeno  possiamo inseguire soluzioni di policy inefficaci: ad esempio, non ha senso concentrarsi su problemi economici se la frustrazione dei terroristi dipende da disuguaglianze politiche e limitazioni alle libertà civili.

Il modello con cui viene istintivo spiegare il terrorismo è quello della criminalità, spiega Krueger: quello in cui i più poveri e privi di conoscenze hanno un costo-opportunità più basso nel gettare la propria vita perseguendo azioni disperate e fuori dall’ordine della collaborazione civile.

In realtà il terrorismo si spiega meglio paragonandolo al modello del voto: secondo la rational choice theory, le persone con lavori migliori e una buona istruzione, dovrebbero essere quelle che votano di meno, perché il loro tempo ha un costo opportunità altissimo. Invece sono quelle che votano di più, proprio perché istruzione e prestigio economico li rendono più sensibili ai problemi sociali, mentre i più poveri e meno istruiti hanno problemi più pressanti a cui pensare che infervorarsi per una causa politica.

E i motivi per voler cambiare le cose, per essere insoddisfatti dello status quo tanto da intraprendere attività terroristiche, possono essere tanti ed eterogenei: qualsiasi spiegazione univoca è una semplificazione che ci porta un po’ più lontani dal risolvere i problemi.

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