Eni, Enel, Finmeccanica e Poste a tu per tu con Zanetti

zanetti

Qual è il ruolo delle grandi aziende partecipate nell’economia italiana? È giusto considerarle – ancora o di nuovo – fondamentali strumenti della politica estera e industriale del Paese? Sono solo alcune domande che hanno animato l’evento organizzato ieri da AGOL(Associazione giovani opinion leader) all’università romana Lumsa.

L’APPUNTAMENTO

Al dibattito – moderato dal giornalista de La Stampa Alessandro Barbera – hanno preso parte i rappresentanti di quelle che possono essere considerate le quattro più importanti aziende partecipate italiane: Enel, Eni, Finmeccanica e Poste Italiane. Insieme a loro, c’era anche il sottosegretario all’Economia e segretario di Scelta Civica, Enrico Zanetti. L’incontro è stato aperto dai saluti introduttivi del rettore della LUMSA Francesco Bonini e del presidente di AGOL Pierangelo Fabiano.

I TEMPI DELL’IRI SONO FINITI

I tempi dell’IRI sono finiti ed io personalmente non ne sono certo un nostalgico”, ha chiarito Zanetti che ha ricordato la battaglia di Scelta Civica per arrivare a un drastico taglio delle partecipate. Il sottosegretario all’Economia ha, però, anche sottolineato la differenza tra “aziende partecipate” e “aziende possedute” dallo Stato. Verso le seconde – ha rincarato Zanetti – “l’unica cosa da fare è un esorcismo” mentre le prime – ha detto – possono costituire “asset preziosi” per il sistema Paese.

I RAPPORTI STATO-PARTECIPATE

Secondo il sottosegretario, la discriminante per dividere le aziende inutili o dannose da quelle invece strategiche è il tipo di rapporto che deve intercorrere con lo Stato. Non quello “tra mamma e figlia”, non di controllo e diktat bensì “di direzione e coordinamento”. “Il valore aggiunto di questo tipo di imprese è anche la loro autonomia, la loro capacità di stare sul mercato”, ha concluso.

L’IMPEGNO DI ENEL

Aziende la cui attività è proiettata nel mondo ma le cui radici rimangono fortemente italiane. A tal proposito, il capo della comunicazione di Enel Italia, Andrea Falessi – reduce da Londra,dov’è stato presentato il nuovo piano industriale della società – ha evidenziato che da qui al 2019 il colosso elettrico ha previsto 17 miliardi di investimenti. Rispetto al passato aumenta la quota destinata al nostro Paese che è cresciuta del 30%. Secondo Falessi, la dimostrazione “della volontà dell’azienda di dare un contributo all’Italia” che sia tangibile. Un contributo che adesso annovera anche i nuovi compiti di Enel in materia di banda larga. Tema particolarmente spinoso anche per i rapporti con Telecom su cui Falessi ha provato a stemperare ogni polemica. “Telecom è un soggetto fondamentale nello sviluppo di infrastrutture e uno dei nostri principali interlocutori”.

LE SFIDE DI ENI

Di Italia ha parlato anche Claudia Squeglia di Eni (analisi di posizionamento istituzionale, vice president) che non ha mancato di sottolineare alcune ataviche difficoltà del nostro Paese, come la sindrome NIMBY e il no a tutti i costi. “Lavorare in Italia nel settore dell’estrazione degli idrocarburi è complicato. Conosciamo il tema del referendum e non solo”, ha precisato subito. Inoltre, ha detto, “l’Italia e l’Europa – ancora per decenni – avranno bisogno di idrocarburi, di olio e di gas”. Da qui la domanda di Squeglia: “Queste risorse energetiche di cui abbiamo bisogno, le vogliamo produrre anche in casa o le vogliamo solo importare?”.

IL RUOLO DI POSTE

Sulla privatizzazione e la quotazione a Piazza Affari si è concentrato l’intervento del capo della comunicazione di Poste Italiane, Paolo Iammatteo, secondo il quale oggi la sfida principale della società è “conciliare la parte sociale e la parte di mercato”. L’obiettivo è far sì che lo sbarco sul mercato non annacqui o riduca gli aspetti di carattere sociale, da sempre centrali in un servizio come quello postale. Ciò, però, non vuol dire che le cose rimarranno così come sono. I 13.000 uffici postali – molti dei quali con un solo operatore e un massimo di 25 operazioni al giorno – saranno tagliati. Una situazione – ha sottolineato Iammatteo – con evidenti problemi di “efficienza” per risolvere i quali è stato varato il piano di tagli contro cui, però, sono stati presentati numerosi ricorsi alla giustizia amministrativa. “Ma chiuderemo quelli che dobbiamo chiudere”, ha detto.

IL MONDO FINMECCANICA

Risultati di gestione e scenario internazionale sono stati al centro dell’intervento di Angelica Falchi, Vice President, External Communications di Finmeccanica: “Abbiamo attraversato un periodo difficile ma ora è il momento della svolta. I mercati ci stanno premiando”. I primi nove mesi del 2015 hanno fatto registrare, d’altronde, un utile netto di 160 milioni di euro a fronte di un 2014 che si era invece chiuso in negativo. E’ stato poi chiesto a Falchi quanto sia difficile operare nel settore militare in questo contesto internazionale di crescente multipolarità. C’è il rischio di armare i soggetti sbagliati? “Facciamo parte di un sistema nazionale e internazionale che ci fa intrattenere rapporti con alcuni soggetti ma non con altri”, ha risposto Falchi. “Ad esempio il militare in Cina non si commercia. Vendere a paesi non amici o non allineati ci precluderebbe la possibilità di vendere agli altri”, ha concluso.

Fonte: Formiche

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