La mano invisibile della Share Economy

di Alessandro De Nicola

denicola

Adam è appena uscito dalla casa che ha affittato per 3 giorni su una piattaforma web. Ad attenderlo c’è un automobile, prenotata sull’apposita app, guidata da un giornalista che part-time fa l’autista per arrotondare. Si dirigono a casa di David che noleggerà il suo smoking ad Adam: lo mette a disposizione gran parte dell’anno salvo le 3 o 4 volte che lo usa lui. Adam, prima di andare alla prima dell’opera di cui ha comprato i biglietti su internet su un sito di compravenditepeer-to-peer, va a cenare a casa di una deliziosa nonnina che ospita, a prezzi modici,6 o 7 persone a sera che si prenotano su internet. Argomento della serata: i fondi che una giovane startupper sta raccogliendo tramite il crowdfunding. Il banchetto viene interrotto dai due ultimi arrivati: vengono da un’altra città e non si conoscevano fino a 3 ore prima, ma poi uno ha diviso le spese per il viaggio con l’altro trovandolo su internet ed hanno parcheggiato in un garage che il proprietario affitta temporaneamente quando è via per lavoro.

Tutto ciò oggi è possibile grazie a quello che i tedeschi hanno ribattezzato Plattform-Kapitalismus e che noi chiamiamo col meno altisonante nome di Share Economy.

Il concetto, nel suo senso più ristretto, sta ad indicare un sistema di scambi volontari attraverso il quale una persona mette a disposizione i propri beni per il loro utilizzo parziale anche da parte di altri attraverso una “Plattform” web gestita da un’organizzazione o un’impresa (Uber, Blablacar, Airbnb, eccetera). Il concetto spesso si allarga a ricomprendere pure la prestazione dei propri serviziprofessionali a favore di terzi  in modo non esclusivo e con molta flessibilità. Quest’ultimo è un modello già esistente da molto tempo (basti pensare ad un notaio che lavori part-time in in una stanza messa a disposizione da un collega presso il suo studio), ma è magnificato dalle potenzialità della rete che riesce a mettere in contatto domanda e offerta molto velocemente.

Naturalmente, il successo planetario e virale di tali servizi è la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, del beneficio che essi apportano ai consumatori.Inoltre, come affermava il grande economista liberale Hayek, la concorrenza significa diffusione di conoscenza ed innovazione e quindi non solo Uber e Airbnb hanno già i loro concorrenti, ma le prestazioni stanno migliorando anche da parte degli incumbent, come dimostra la app ideata da il finanziere Rothschild per i tassisti londinesi.

Tuttavia, le resistenze alla diffusione dei nuovi servizisono diffuse, soprattutto proprio da chigià opera nel mercato spesso in regime di oligopolio protetto dalla legge.

Il regolatore, sempre sensibile ai gruppi di interesse, sta reagendo in modo diverso e talvolta schizofrenico al fenomeno. In Italia, la prode regione Toscana vuole regolamentare Airbnbconvincendola ad offrire case in periferia. Peccato che i clienti in periferia non ci vogliano andare! UberPop (quella con gli autisti dilettanti) è stata bloccata dai giudici milanesi e l’ex-ministro Lupi, per difendersi da un articolo di Francesco Giavazzi, ha candidamente ammesso che il governo non ha proposto di legiferare per paura dei tassisti! In Germania e in Francia ci sono dei tempi di attesa minima (5 o 15 minuti) prima di poter prendere l’auto, senza alcuna giustificazione né di sicurezza né d’altro, se non dare un piccolo vantaggio alle autovetture pubbliche e così via…

Nessuno nega che, chi ricava redditi dal Plattform-Kapitalismus debba pagare le tasse: in molti sembrano dimenticarsi però che, appunto perché le transazioni sono on-line e tutte tracciabili, il compito del fisco è molto più facile rispetto all’accertamento del reddito di tassisti, affittacamere, bar, ristoranti o negozi di abbigliamento benché dotati di licenze, permessi e patenti varie.

Quanto a tutte le altre regolamentazioni, la Share Economy dimostra che esse sono inutili o al meglio esagerate. La reputazione di chi offre il servizio è disponibile online grazie alle recensioni dei clienti, le stesse società che gestiscono le piattaforme hanno dei sistemi di screening o organizzano procedure di risoluzione veloce delle controversie e per il resto c’è il codice civile. D’altronde, se le truffe su E-Bay fossero così facili perché  mai milioni di persone ogni giorno continuano ad usarlo? Come è possibile che le horror stories su violenze, intossicazioni, infortuni siano rare e comunque meno di quelle che riguardano gli operatori ufficiali?

L’Autorita Antitrust italiana ha recentemente riconosciuto la piena legittimità di alcuni servizi Uber (Black e Van) e sollecitato il legislatore a regolare il settore in modo “minimo” e tale “da consentire un ampliamento delle modalità di offerta del servizio a vantaggio del consumatore”. Questo è l’approccio giusto e dovrebbe essere adottato anche per le altre forme di Plattform-Kapitalismus. L’unico rammarico è che non si possa ancora organizzare un sito con politici e burocrati on-demand…

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