Il pensiero debole dell’Europa di fronte alla follia islamica

di Federico Cartelli su “TheFielder

bataclan

«La jihad è arrivata in Europa.» L’ipocrisia sta tutta in questa banale considerazione che ciclicamente si ripete a ogni attentato. Sembra che l’Europa, sempre più prigioniera dei propri capricci e distinguo, voglia cadere dalle nuvole, e fingere di non ricordare che lajihad è già arrivata nel continente da più di dieci anni. Da quando, l’11 marzo 2004, Madridvenne scossa da una serie d’attacchi terroristici che costarono la vita a 191 persone e ne ferirono più di 2000. Da quando, il 7 luglio 2005, toccò a Londra pagare il tributo di sangue alla follia dell’estremismo islamico, lasciando a terra 52 persone. Barbarie che seguivano quella dell’11 settembre 2001, e alle quali ne sarebbero seguite altre, in Asia, in Africa, in tutto il mondo. Qualche giorno fa anche la Russia ha sperimentato la vigliaccheria di questi barbari, che hanno fatto saltare in aria un aereo di civili. La strage di Charlie Hebdo è distante solo qualche mese. Eppure l’avevamo già dimenticata, seppellita sotto una valanga d’indignazione a orologeria e d’esibizionismo social. La politica dell’astrazione, fatta a colpi di hashtag davanti agli schermi di computer e smartphone, ha presentato il conto. I rappresentanti dei governi che sfilarono in passerella il 10 gennaio a Parigi sono monumenti all’immobilismo di un’Unione europea incapace di proporre persino una politica estera comune, ma che paradossalmente rincorre l’utopia degli Stati Uniti d’Europa.

L’Europa s’è creduta prima immune, poi fragile, infine ossequiosa: ha compiuto un enorme errore di valutazione. In questi anni s’è chiusa nei salotti e persa nella vuota retorica delle proprie élite intellettuali e politiche. I sermoni sul multiculturalismo, le prediche sull’apertura mentale, la compiaciuta abiura delle proprie radici religiose e culturali in nome di un’equivoca e illusoria idea d’integrazione, l’incapacità di coltivare una sana spiritualità accanto al vuoto del materialismo: così l’Europa è diventata terra di conquista per il terrorismo. Di fronte alla granitica follia islamica, l’Europa e il pensiero occidentale sono terribilmente deboli, troppo impegnati a sostituire la religione con un asettico culto laico, a scambiare la ragione con l’irrazionalità del pensiero breve nella politica come nella scienza, a considerare l’identità come una vergogna da annacquare in un’improbabile filosofia dell’universalità, a barattare preziose dosi di buonsenso con gli stracci del politicamente corretto. Ai colpi di kalashnikov potremo sempre rispondere con una barretta di soia incartata in una bandiera arcobaleno.

Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, l’Europa s’è impigrita, adagiata sulla propria idea di benessere e di pace perpetua. Ha preferito non vedere il nuovo nemico che cresceva prima all’esterno e poi dentro di essa, preoccupata solo d’allargare superficialmente i confini dell’Unione. Proprio quell’Unione, nata dalle ceneri della Comunità economica europea, che fu strumento di stabilità mentre il continente era diviso dalla cortina di ferro, deve decidere una volta per tutte che cosa vuol fare da grande. L’Unione che marchia i prodotti israeliani e poi va a stringere la mano a Erdoğan, che per mesi ha fatto transitare i terroristi dell’ISIS sul territorio turco, è la negazione stessa di quei tanto declamati valori di libertà e tolleranza che ci vengono puntualmente propinati a ogni inutile euro-summit. Il pragmatismo è fondamentale per muoversi con successo nella politica internazionale: dote che, al contrario, non manca a Putin, che lo scorso settembre ha inaugurato a Mosca la più grande moschea d’Europa, affermando che la Russia è «solo contro l’estremismo e il terrorismo» e che «i terroristi dell’ISIS esprimono un Islam di sole menzogne». L’idea che un’intera religione sia da considerare “il nemico” non sfiora chi sa analizzare la realtà con razionalità e non con un’inconcludente emotività.

È evidente che, per stroncare l’ISIS, occorre anzitutto risolvere in modo chiaro la partita siriana. L’attuale coalizione è divisa e agisce in maniera poco coordinata, e ha perso (inevitabilmente) l’appoggio delle doppiogiochiste monarchie saudite. In ogni caso, l’inerzia ha già provocato troppa sofferenza. Già in passato, su queste pagine, abbiamo auspicato la formazione di un’alleanza nel Mediterraneo — sostenuta anche da Stati Uniti e Russia — che combatta l’ISIS. E mentre osserviamo questi tragici avvenimenti, non dobbiamo smettere di coltivare dentro di noi, a livello individuale, i valori della libertà, della convivenza e, sì, della tolleranza, senza tuttavia ch’essa diventi abitudine a tollerare l’intollerabile, perché il diritto al rispetto reciproco non può tramutarsi mai in diritto alla sopraffazione.

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