Perché credo di stare a destra

di Giulio Tommasini su “Immoderati

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Domenica scorsa la mia città è stata al centro del dibattito politico italiano: quella che doveva essere una manifestazione contro il governo Renzi si è tramutata, leggendo i tanti titoli di giornale a riguardo, nella “rinascita del centrodestra”. Io, che ritengo di essere un cittadino di centrodestra − ovvero vedo nella libertà il diritto più inalienabile dell’uomo −, non ho però avvertito in me alcun impulso a scendere in piazza per ascoltare quello che, ad oggi, sembra essere l’astro nascente di questa fazione: Matteo Salvini. Perché?

Da sempre ho avuto difficoltà ad esprimere il mio pensiero politico in patria. La nostra storia nazionale fa spesso ritenere ad anziani − e meno anziani − che un ragazzo, dichiarandosi “di destra”, sia un giovane balilla. Altri ti vedono come un piccolo borghese proveniente da una famiglia berlusconiana che ha, come unica aspirazione nella vita, arricchirsi ed evadere il fisco. Altri ancora pensano che tutti i momenti liberi della giornata vengano spesi ad ascoltare Radio Padania inneggiando ad uno stato inesistente. Ebbene, io non sono né fascista, né berlusconiano, né tantomeno leghista. Che sono quindi?

I morti ritornano davvero?

Quando il socialista Benito Mussolini − perché quella era la sua formazione − prese il potere, l’Italia non solo era appena uscita dalla guerra, ma era anche stata guidata per decenni da governi deboli, precari e transitori. Le intenzioni iniziali del Duce erano quelle di “mettere ordine” e rivoluzionare il paese: egli sognava una repubblica anticlericale dominata da una politica pragmatica, lontana dai dogmi del passato. Su questa visione dello stato convergevano diversi ceti sociali ed intellettuali di qualsiasi parte politica: tra questi spiccava Bendetto Croce, che vedeva nel fascismo «un ponte di passaggio per la restaurazione di un più severo regime liberale». Ben presto però la violenza prese il sopravvento e gli italiani si ritrovarono in uno stato fortemente militarizzato e trasformato in senso autoritario.

C’è ancora qualcuno, oggi come oggi, che rimpiange i “bei tempi andati”? Sì. C’è una porzione assolutamente minoritaria della popolazione che auspica un ritorno ad un regime di estrema destra, c’è però anche chi vorrebbe una democrazia liberale basata sui tre pilastri fondamentali di quella stagione politica:Dio, Patria e Famiglia. Massima rappresentante di questa tendenza èGiorgia Meloni, la quale gode sempre più di un non così minoritario consenso. Personalmente, in quanto cattolico, italiano ed intenzionato a mettere su famiglia, questo motto non mi infastidisce per niente. Se devo però ragionare in termini nazionali, tutto diventa più complicato: in un paese liberale, ad esempio, non può esistere una religione di stato. Penso sia assurdo, come spesso ho sentito dire dalla Meloni, che non si festeggi più il Natale in alcune scuole elementari − tutto per paura di infastidire un bambino di fede differente. Trovo il Natale parte integrante della nostra cultura, quindi penso sia giusto festeggiarlo, ovviamente senza obbligare il bambino a convertirsi. D’altro canto non condivido affatto l’onnipresente sceneggiata in difesa dei pensionati come categoria. Si sa che non tutti hanno contribuito in passato quanto stanno ricevendo oggi, e ridurre a quest’ultimi la pensione − tra l’altro in nome di un aiuto alle giovani generazioni − è semplicemente giusto: perché lo stato (ovvero gli altri cittadini) dovrebbe pagare per qualcuno che non ha contribuito a sufficienza per il bene comune? Dove è finita la libertà individuale? Sono voti persi, ma bisogna riconoscerlo, soprattutto se ci si vende come una paladina della responsabilità e della giustizia.

Condivido a pieno il pensiero di Margaret Thatcher, donna liberalissima, che a riguardo sosteneva: «Odio gli estremismi di ogni tipo. Sia il comunismo che il Fronte Nazionale cercano il dominio dello stato sull’individuo. Credo che entrambi schiaccino il diritto del singolo. Per me, quindi, sono partiti simili. Ho combattuto tutta la mia vita contro la proibizione del comunismo o di altre organizzazioni estremiste perché, se lo si fa, loro agiranno clandestinamente e questo porterebbe un eccitamento che non avrebbero se fosse loro permesso di perseguire le loro politiche apertamente. Noi li batteremo con le idee».

L’agognata “rivoluzione liberale”.

Dopo la traumatica esperienza fascista, la destra, di qualsiasi orientamento, praticamente scomparve dal Belpaese. Ovunque in Europa si crearono vere e proprie forze conservatrici: anche in Germania, paese che aveva alle spalle una storia paragonabile alla nostra, nacque l’Union, la quale inizialmente somigliava alla Democrazia Cristiana, ma che nei decenni successivi prese una strada diversa. Mentre in Italia, dopo gli anni sessanta, i democristiani guardavano sempre più verso sinistra, in Germania essi facevano opposizione ai socialisti, collocandosi così sempre più su posizioni liberali.

Nei primi anni novanta stravolse la scena Silvio Berlusconi, uomo estraneo alla politica, che, sotto l’insegna di una “rivoluzione liberale”, raccolse intorno a sé tutti i “moderati” d’Italia ­− dai democristiani un po’ più conservatori ai liberali, dai missini ai socialisti. Questo nuovo contenitore, che sembrava alquanto frammentato e ideologicamente poco credibile, resistette fino a qualche anno fa convincendo buona parte della popolazione che l’Italia potesse diventare un vero paese liberale. Nei fatti, però, questo non accadde: nonostante la “Cura Berlusconi”, l’Italia è uno dei paesi occidentali in cui il cittadino è più tassato, la spesa pubblica non ha fatto altro che aumentare sotto la sua guida ed il paese non è stato pervaso da quella rivoluzione prima filosofica che economica, che è fondamentale per cambiare realmente una nazione. Insomma, tra i numerosi governi Berlusconi e le destre europee c’è pochissimo in comune.

D’altronde non c’è da stupirsi. Il Cavaliere non solo non è stato capace di modificare lo stato delle cose − e forse non ha voluto −, ma ha anche governato per anni con politici con visioni radicalmente diverse da quelle che inizialmente egli millantava: i suoi sostenitori, come già detto in gran parte democristiani, socialisti e missini, credevano in uno stato corporativo e statalista. Era quindi possibile la rivoluzione? Direi proprio di no. Però per vent’anni, nessuno ha detto niente.

Non nascondo che il programma che Berlusconi presentò nel ’94 mi piace molto, ma sostenerlo tutt’ora mi sembra altrettanto fuori luogo: che sia stata colpa dei sindacati, dei magistrati o delle sinistre, non è stato realizzato veramente niente.

Furia verde, furia rossa.

Ed eccoci ai giorni nostri. La Lega Nord guidata da Matteo Salvini è diventata la prima forza politica “di destra” del paese. È forse la mia destra? Proprio no.

Condivido però parte delle battaglie storiche della Lega: mi trovo d’accordo, ad esempio, su una visione federale dell’Italia. Quest’ultima, per la sua storia e non solo, è forse il paese d’Europa con più differenze al suo interno, prenderne atto è doveroso. Fare leva sulle difficoltà di alcune di queste realtà territoriali e sulle virtù di altre può, a mio parere, favorire una maggior responsabilizzazione delle stesse. Inoltre può migliorare il servizio al cittadino: se i soldi, al posto di venire da Roma, vengono ora da Catanzaro, ora da Venezia, forse vi sarà più premura nello spenderli nel miglior modo possibile. Perlomeno s’inizierà a lavorare per far perdere a questa grande nazione disordinata, quale è l’Italia, quel centralismo che poco di buono ha prodotto negli ultimi tempi – frutto di quest’ultimo è anche il fallito regionalismo.

La sicurezza è un’altra questione chiave che la Lega ha sempre avuto il merito di mettere sul tavolo dei giochi: essa è sempre stata e sempre sarà un problema centrale per il nostro paese. A pene più certe e, talvolta, più dure nei confronti dei criminali e delinquenti di ogni tipo − dal semplice ladro o evasore, al politico corrotto, magari anche mafioso − sarò sempre favorevole. Purché si rispetti la libertà personale.

Ed è qui che per la Lega di oggi ho ribrezzo. Non c’è niente di meno liberale delle proposte che Salvini ribadisce quotidianamente in televisione. Penso al sistema economico, a metà tra liberismo miope e socialismo, che suggerisce: accompagnare ad una fantasiosa aliquota fissa del 15% − che già di per sé diminuisce le entrate dello stato − ad un aumento delle spesa pubblica − mi raccomando però, in maniera intelligente, solo spesa produttiva −, il tutto con qualche nazionalizzazione di imprese strategiche. Quanta ipocrisia. Se si vogliono abbassare le tasse, si deve contemporaneamente spendere di meno − in maniera intelligente −, magari attraverso qualche privatizzazione, oppure con il licenziamento di personale non efficiente. Il costo elettorale non è indifferente, ma la politica non si dovrebbe basare sul mero consenso.

Altra battaglia è la reintroduzione della leva obbligatoria, con il fine di diffondere alle giovani generazioni “il senso dell’onore e della patria” − come se, in quell’anno di servizio militare, si potesse imparare ad amare questo paese così complicato da apprezzare nella sua interezza.

L’Italia è un paese bello, facile da amare, ma malato, gravemente malato. Io faccio parte di una destra che vuole concorrere alle elezioni e vincerle non per contribuire al declino, ma per fermalo. Per cambiare rotta. Credo che ci sia lo spazio per rivoluzionare realmente tutto ciò che d’illiberale c’è nel nostro paese. Serve solo buona volontà, volontà di fare politica vera. A destra come a sinistra si vedono politici sempre più attenti a crescere in popolarità, perché nessuno vuole crescere in stima? La stima che una popolazione riserverebbe al suo leader ed alla sua classe dirigente se risolvesse dei problemi che da secoli attanagliano una comunità. Non mi arrenderò a dare il voto a qualcuno che, spacciandosi “di destra”, vuole mantenere uno status quo che “di destra”, di liberale, di onesto, non ha niente.

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