Ma davvero qualcuno credeva che Renzi intendesse seriamente tagliare la spesa pubblica?

di Elia Dall’Aglio su “GliStatiGenerali

  
Tra gli economisti italiani Roberto Perotti è sicuramente uno dei più illustri e rinomati, in Italia e all’estero. Professore di economia politica alla Bocconi, dal punto di vista ideologico è ascrivibile a quella schiera di economisti italiani provenienti dalla Bocconi definibili come “liberali di sinistra” (Boeri, Giavazzi, Alesina, Zingales, Tabellini); cioè economisti che credono, con più o meno convinzione, nel libero mercato, nel capitalismo, ma sono al contempo attenti a tematiche più spiccatamente di sinistra come povertà, disuguaglianza, eccetera.

Quando Perotti accettò la nomina di Renzi a commissario alla spending review c’era chi si illuse che con un economista di tale peso, che negli ultimi anni ha profuso il suo impegno di studioso all’analisi della spesa pubblica italiana, delle sue tante inefficienze e storture, finalmente le cose sarebbero cambiate, ovvero che si sarebbe tagliata drasticamente l’abnorme spesa pubblica italiana. La brutale defenestrazione di Cottarelli da parte di Renzi doveva essere di monito a costoro sulle sue reali intenzioni di tagliare la spesa pubblica.

Le indicazioni fornite da Perotti prevedevano un taglio di 4 miliardi alle agevolazioni fiscali che ogni anno lo stato eroga a determinate categorie di cittadini (un ginepraio in cui si annidano clientelismi d’ogni sorta, e che costa ogni anno alle casse dello stato 160 miliardi, di cui 60-70 aggredibili). Renzi le aveva espunte dalla legge di stabilità per motivi biecamente elettorali, spiegando che sopprimere le tax expenditures significava aumentare surrettiziamente le tasse – il che in buona sostanza è vero ma significa anche colpire privilegi irragionevoli.

Il professore Bocconiano, preso atto delle divergenze col premier, ha deciso, e non è una scelta inopinata, di dimettersi.

Scrive Fubini sul Corriere che Perotti per un anno non ha percepito nessuna retribuzione per il suo lavoro e si è dovuto sobbarcare di tasca proprio tutte le spese per andare e soggiornare a Roma (un trattamento alquanto disdicevole).

Sbagliano questi valenti economisti (il discorso vale anche per Boeri) a voler collaborare con un politico protervo, bizzoso, che fa sempre di testa sua ed è incurante dei consigli e delle critiche di che ne sa molto più di lui.

La legge di stabilità di Renzi è fondata prevalentemente (per due terzi circa) sull’aumento del disavanzo pubblico nel momento in cui sarebbe invece necessario consolidare la ripresa (dovuta quasi esclusivamente a fattori esogeni, e non alle pseudo riforme di Renzi), mettendo a posto i conti. Una finanziaria improntata alle classiche politiche di deficit spending, politiche di cui sono assertori i travisatori del pensiero di John Maynard Keynes, e che, a partire soprattutto dagli anni 80, hanno posto le basi in Italia per il dissesto delle finanze pubbliche.

Questo per sconfessare sia quanti a sinistra stolidamente sostengono che l’attuale Presidente del consiglio sarebbe infeudato all’ideologia liberista sia dall’altra parte chi reputa Renzi un politico autenticamente liberale pronto a inverare ciò che Berlusconi non fece.

Comunque, l’obbiettivo iniziale per il 2016 era di ridurre la spesa pubblica di 10-12 miliardi (così promettevano sia Renzi che il suo fidato consigliere economico Gutgeld); ci si è fermati a 5,8 (che diventano 2 se si considerano gli ulteriori aumenti di spesa previsti).

Quanto tempo è passato da quando nel 2013 Renzi si candidava alla guida del Pd con un programma marcatamente liberaldemocratico (steso da Ichino e Zingales) e indicava la riduzione della spesa per 36 miliardi come obbiettivo minimo e da subito facilmente realizzabile.

Una volta arrivato al potere ha subitaneamente cambiato idea, come sovente gli capita, e ha accantonato questi buoni propositi (ma un leader politico che cambia idea su tutto a seconda delle convenienze del momento è post-ideologico o piuttosto un vacuo demagogo?).

Ridurre drasticamente la spesa pubblica italiana non è una fisima di qualche liberista invasato ma una necessità riconosciuta da tutti gli economisti. Serve a ridurre il perimetro di uno stato oppressivo e inefficiente, ed è l’unico modo serio per diminuire una pressione fiscale che, a furia di aumentare la spesa pubblica, è giunta a livelli intollerabili.

Il professor Ugo Arrigo ha brillantemente descritto la situazione italiana con una battuta: “abbiamo una spesa pubblica e una tassazione a livelli nordici e servizi pubblici da terzo mondo”.

Nessuno naturalmente propugna la necessità di tagliare in maniera indiscriminata la spesa dello stato (sono i cosiddetti “tagli lineari” congegnati da Tremonti), che è una soluzione deleteria, ma di razionalizzarla, abbattendo quella improduttiva. A questo serve la spending review, che però nel nostro paese pare un’impresa quasi impossibile dato che all’elevato livello della spesa corrispondono cittadini e lobby agguerrite che ne beneficiano.

La spesa pubblica italiana è stata vivisezionata nei suoi capitoli improduttivi. In questo senso esistono innumerevoli studi e ricerche (da quelli di Cottarelli e Giarda a quelli di Giavazzi sui 10 miliardi di sussidi alle imprese). Ciò che manca è la volontà di realizzarla.

Il livello di spesa pubblica è una scelta squisitamente politica. La destra e la sinistra, dal punto di vista ideologico, si differenziano normalmente perché l’una è per minori tasse e spesa e minori servizi pubblici, l’altra è a favore di una maggiore tassazione, e di conseguenza di una spesa pubblica alta per garantire maggiori servizi pubblici.

Ma un partito che vive di spesa pubblica (il pd), può divellere il ramo sul quale comodamente siede?

Inutile dunque aspettarsi che un partito di sinistra, ancorché rimodellato verso posizioni centriste, possa fare ciò che normalmente spetta alla destra di fare (una destra, la nostra, irrimediabilmente statalista e illiberale) né che a farlo possa essere l’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi, un politico timidamente riformista e interessato quasi unicamente al consenso dei cittadini-elettori.

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